di Nicola Ianuale
Editing a cura di Pietro Nunziata
Illustrazione: collage realizzato dall’autore con foto di Hemingway (di pubblico dominio) e foto di Mussolini (del Bundesarchiv, concessa con licenza CCBY-SA 3.0 de)
Svizzera, gennaio 1923 – Fuori una sala dello Château d’Ouchy, Losanna, c’è una folla di giornalisti che aspetta di entrare. Benito Mussolini, neo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, ha indetto una conferenza stampa per confrontarsi con i reporter di mezzo mondo. Da novembre del 1922 sono in corso i dialoghi tra Gran Bretagna, Francia, Italia e Turchia per sostituire il trattato di Sèvres del 1920, firmato dall’Impero ottomano e dai vincitori della Prima guerra mondiale, ma non riconosciuto dal nuovo governo di Istanbul. Mussolini è lì per rappresentare l’Italia e consolidare la sua figura politica anche a livello internazionale.
Qualche minuto di attesa e le porte si aprono: con lo stupore di tutti, Mussolini è già seduto dietro una grande scrivania, assorto nella lettura di un voluminoso libro sgualcito, usurato, dall’aria antica. La sala è grande e, a poco a poco, i giornalisti si accomodano di fronte al Duce. Passano i secondi, poi i minuti; Mussolini è ancora con la testa sul libro, come se immerso in un mondo tutto suo.
“Chissà che sta leggendo…”, pensa fra sé e sé un giovanotto dell’Illinois.
È un corrispondente del Toronto Star. Ventiquattro anni, alto, senza barba, con i capelli pettinati all’indietro e il fuoco negli occhi. Si alza, va ai lati della stanza e, camminando in punta di piedi, raggiunge il retro della scrivania senza farsi notare dall’assorto lettore in camicia nera.
Non è la prima volta che lo vede. Durante la Grande Guerra, così come tanti altri suoi coetanei, il giovanotto dell’Illinois era partito volontario per l’Europa, prestando servizio in Italia e rimanendo ferito a Fossalta di Piave. Quando, nel giugno del 1922, il Toronto Star gli aveva commissionato un’intervista a un politico trentottenne in ascesa, l’ex socialista Benito Mussolini, si era recato volentieri a Milano per incontrarlo e fargli qualche domanda. Mancava ancora un po’ alla marcia su Roma, ma il futuro Duce era già un personaggio emblematico, camaleontico, capace di ingannare persino lui.
Lo aveva descritto come un patriota, un uomo nuovo che, forse, voleva fare davvero qualcosa di utile per gli italiani. Prometteva cambiamenti e sfidava a muso duro la vecchia classe dirigente. Questo era Mussolini, almeno ai suoi occhi, prima che arrivasse al potere. Adesso, però, il Duce è lì davanti a lui, di spalle, sotto una nuova luce. Il giovanotto, che di nome fa Ernest e di cognome Hemingway, allunga il collo e sbircia il libro in cui è assorto l’ospite d’onore. Gli basta solo un’occhiata per capire il gioco e sorridere beffardo.
Hemingway, l’Italia e la guerra
Questa storia ha inizio nel 1917, quando Hemingway, nato a Oak Park il 21 luglio del 1899, accoglie con entusiasmo la notizia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Sceglie di arruolarsi, ma, all’epoca diciottenne, viene riformato per un problema alla vista. L’unico modo per raggiungere il fronte è unirsi alla Croce rossa statunitense. Si imbarca per l’Europa il 23 maggio del 1918; sbarca in Francia sei giorni dopo. Da lì si sposta a Parigi – città che pochi anni dopo diventerà la patria della cosiddetta génération perdue – e viaggia in treno fino a Milano.
L’esordio sul fronte italiano non è quello sperato. Vorrebbe prendere parte ai combattimenti, offrire il suo contributo, ma, almeno nei pressi di Vicenza, dove è di stanza la sezione crocerossina a cui appartiene, la situazione è piuttosto tranquilla. La chiamata all’azione lo spinge ad avvicinarsi agli orrori della guerra e chiedere il trasferimento in una zona più “calda”.
Presta servizio guidando le ambulanze e rifornendo di generi alimentari i soldati in prima linea. Svolgendo tali mansioni a Fossalta di Piave, l’8 luglio, rimane coinvolto nell’attacco di un mortaio austriaco. Per sua fortuna gli fa involontariamente scudo un giovane milite italiano, Fedele Pietro Angelo Temperini, classe 1892, originario di Montalcino e soldato del 69° reggimento della Brigata Ancona, identificato nel 2019 grazie agli sforzi congiunti di James McGrath Morris e Marino Perissinotto.
Ferito alla gamba destra, ma ancora in grado di camminare – ha schegge nel piede e nella rotula – Hemingway si carica in spalla un commilitone bisognoso di aiuto e cerca di tornare all’ospedale da campo. Tratto in salvo e trasferito d’urgenza a Milano, subisce diverse operazioni e, nel lungo periodo di convalescenza, si innamora dell’ infermiera Agnes von Kurowsky, che però lo rifiuta.
Dimesso dall’ospedale, si arruola nell’esercito italiano, questa volta come fante, e combatte in prima linea fino alla fine del conflitto. Torna in patria nel 1919, tributato di onori e accolto come un eroe, ma riabituarsi alla vita civile non è facile per un ragazzo che, proprio come tanti altri, ha vissuto in prima persona scene apocalittiche. Tormentato dall’insonnia, a cui spesso trova rimedio bevendo, si dà alla lettura e alla stesura di racconti; nel 1920, su consiglio di un amico del padre, si reca in Canada, dove il Toronto Star lo assume come collaboratore.
Il primo incontro
Facciamo un piccolo salto in avanti. Nel giugno del 1922, Hemingway arriva in Italia per intervistare Benito Mussolini, ex direttore del quotidiano Avanti!, che nel 1914 è stato espulso dal partito socialista a causa delle sue idee interventiste. Ora è a capo del fascismo, un controverso partito antisocialista che non disdegna la violenza, ma nessuno, Hemingway incluso, può immaginare cosa rappresenterà quel nome negli anni a venire. Per il momento, il futuro Duce è solo una figura ambivalente, tanto abile nel giocare le sue carte quanto furbo nel celare le sue reali intenzioni. Lo scrittore ci casca in pieno.
L’incontro avviene in occasione di una conferenza stampa indetta nella sede milanese de Il popolo d’Italia, e il giudizio che Hemingway offre ai lettori del Toronto Star, anche se cauto, è tutto sommato positivo. Lo descrive come “un uomo grande, dalla faccia scura, con una fronte alta, una bocca lenta nel sorriso e mani grandi. […] Non è il mostro che è stato dipinto, non è un rinnegato socialista. Ha avuto molte buone ragioni per lasciare il partito”. Pochi mesi dopo, a ottobre, il suo articolo sembra già invecchiato male: la marcia su Roma ha spinto Vittorio Emanuele III a fare di Mussolini il capo del governo, concedendogli pieni poteri. È l’inizio del ventennio fascista.
Il secondo incontro
Nel gennaio del 1923, destino vuole che i cammini del Duce e di Hemingway si incrocino in un secondo giro di valzer. Mussolini si trova a Losanna per questioni politiche. È in un’ottima fase della sua carriera, ci sono giornalisti da ogni luogo. Insomma, l’occasione è ghiotta. Perché non coglierla? Perché non organizzare una conferenza stampa per mettersi in buona luce a livello internazionale? La messinscena è studiata fin nei minimi dettagli: i reporter entrano nella stanza quando lui è già seduto a leggere, assorto in chissà quale capolavoro letterario. Dopotutto, l’Italia è la terra dell’arte, della cultura. Hemingway osserva incuriosito – Mussolini non lo sa, ma hanno un conto in sospeso – quindi si alza e va a sbirciare il libro: è un dizionario francese-inglese; per giunta, alla rovescia!
Il 27 gennaio, i lettori del Toronto Star scoprono che, a Losanna, Hemingway ha affilato la penna come una spada. L’articolo, infatti, inizia con caustico sdegno e parole mordenti:
“Mussolini è il più grande bluff d’Europa. Anche se domattina mi facesse arrestare e fucilare, continuerei a considerarlo un bluff. Sarebbe un bluff anche la fucilazione”.
Le accuse sono mirate; lo scrittore attacca il Duce su tutti i fronti, soprattutto sull’aspetto propagandistico della sua figura. “Provate a prendere una buona foto del signor Mussolini ed esaminatela. Vedrete nella sua bocca quella debolezza che lo costringe ad accigliarsi nel famoso cipiglio mussoliniano imitato in Italia da ogni fascista diciannovenne. Studiate il suo passato. Studiate quella coalizione tra capitale e lavoro che è il fascismo e meditate sulla storia delle coalizioni passate. Studiate il suo genio nel rivestire piccole idee con paroloni. Studiate la sua predilezione per il duello. Gli uomini veramente coraggiosi non hanno nessun bisogno di battersi a duello, mentre molti vigliacchi duellano in continuazione per farsi credere coraggiosi. E guardate la sua camicia nera e le sue ghette bianche. C’è qualcosa che non va, anche sul piano istrionico, in un uomo che porta le ghette bianche con una camicia nera.
Qui non ho spazio per affrontare il problema Mussolini, bluff o grande forza duratura. Può darsi che duri quindici anni come può darsi che venga rovesciato la primavera prossima da Gabriele D’Annunzio che lo odia. Ma permettetemi di offrirvi due ritrattini autentici di Mussolini a Losanna. Il dittatore fascista aveva annunciato una conferenza stampa. Vennero tutti. E tutti ci affollammo in una stanza. Mussolini sedeva alla scrivania leggendo un libro. Il suo viso era contratto nel cipiglio famoso. Faceva la parte del dittatore. Essendo un ex giornalista, sapeva benissimo quanti lettori sarebbero stati toccati dai resoconti che gli uomini presenti in quella stanza avrebbero scritto dopo l’intervista che egli s’accingeva a dare. E restava assorto nel suo libro. Mentalmente leggeva già le pagine dei duemila giornali serviti da quei duecento inviati: “Quando entrammo nella stanza, il dittatore in camicia nera non alzò gli occhi dal libro che stava leggendo, talmente intensa era la sua concentrazione…”. Eccetera, eccetera. Per sapere quale fosse il libro che leggeva con avido interesse, gli andai dietro in punta di piedi. Era un dizionario francese-inglese, che teneva capovolto […]”.
Che ti dice la patria?
Dopo Losanna, fra Hemingway e il Duce non corre buon sangue, ma l’odio reciproco è solo all’inizio. Seguono anni di silenzio. Mussolini ha un regime da consolidare – vince le elezioni con più dubbi che certezze, affronta la cosiddetta secessione dell’Aventino e la “misteriosa” scomparsa dell’onorevole Matteotti – mentre Hemingway affianca alla sua irrefrenabile attività giornalistica un rinnovato ardore letterario fatto di romanzi e racconti. Ed è proprio una raccolta di racconti il pomo della discordia che fa precipitare gli eventi. Nel 1927, negli USA, la Scribner’s pubblica Men Without Women, una raccolta in cui figura anche il poco apprezzato (almeno dal regime) Che ti dice la patria?.
Hemingway narra le vicende on the road di due tedeschi in vacanza in Italia. Il Belpaese, però, non è più quello conosciuto dallo scrittore ai tempi della Prima guerra mondiale. Lo Stivale, adesso, è nel pieno del governo Mussolini, i cui ritratti “con gli occhi fuori dalla testa e i ‘viva’ dipinti a mano” tappezzano un po’ tutti i muri.
La penna di Hemingway è affilata e sottile, perché, attraverso pochi e all’apparenza semplici episodi, lascia intendere che in Italia qualcosa non va. Ad esempio, i due tedeschi finiscono in una locanda dove, fra abbracci, ammiccamenti e avances più o meno esplicite, una cameriera di La Spezia tenta in ogni modo di trattenere gli ospiti, venendo fermata da “un giovanotto vestito in blu” che, assistendo alla scena, la ammonisce con un lapidario: «Lasciali perdere. Questi due non valgono una cicca».
Il racconto prosegue con i protagonisti in viaggio su una strada panoramica in condizioni non proprio buone. Con la polvere che si alza in continuazione, la loro auto sorpassa un fascista in bicicletta munito di “pesante rivoltella in una fondina sulla schiena”. Raggiunto un passaggio al livello con le sbarre abbassate, sopraggiunge il fascista di pochi istanti prima, che multa i due tedeschi perché la targa della vettura non è del tutto visibile a causa di una macchia di polvere. L’ammenda è di 25 lire, ma i ragazzi protestano.
«È solo sporco per lo stato delle strade».
«Non vi piacciono le nostra strade?».
«Sono sporche».
Al che, sputando per terra, il fascista risponde: «Cinquanta lire. La vostra macchina è sporca e siete sporchi anche voi».
Da Che ti dice la patria? emerge, quindi, un ritratto poco lusinghiero dell’Italia fascista, un delicato ammiccamento delinquenziale nei confronti degli uomini in camicia nera e dell’aria che tira da quando c’è il Duce. Eppure, sarà solo nel 1929 che Hemingway vedrà la definitiva messa al bando delle sue opere.
Addio alle armi
Nel marzo del 1928, lo scrittore è a un punto morto del ventiduesimo capitolo del suo nuovo romanzo. Un giorno, si becca nove punti di sutura sulla fronte dopo che gli è caduto in testa il lucernario del bagno, accusato in seguito di avergli interrotto l’ispirazione. L’incidente viene assunto a pretesto per cimentarsi in un’altra opera, ovvero riprendere il soggetto di In un altro paese (contenuto nella raccolta I quarantanove racconti, proprio come Che ti dice la patria?) e scrivere una storia di amore e guerra ispirata alla sua esperienza in Italia.
Ci lavora dall’autunno del ’28 fino alla primavera del ’29, quando consegna a Scribner’s il manoscritto definitivo di Addio alle armi. La trama tocca un nervo scoperto della memoria italiana – la disfatta di Caporetto – e Mussolini, la cui politica propagandistica non può sposare la narrazione di un simile evento, subito copre il nome di Hemingway con una bella “X”, relegando le opere delle scrittore nell’oblio per più di dieci anni. Ci penserà Fernanda Pivano a rimediare, ma di lei parleremo più avanti.
Il piano di Eugenio Casagrande
Nel 1936, la Spagna è vittima della lotta armata fra Repubblicani e Nazionalisti. Fascismo e nazismo offrono supporto a Francisco Franco, ed Hemingway si reca in suolo iberico come corrispondente di guerra. Proprio come accaduto per l’Italia con Addio alle armi, anche la Spagna fornirà spunti autobiografici per un suo romanzo, ovvero Per chi suona la campana, pubblicato da Scribner’s nel 1940. Nel frattempo, la penna dello scrittore è impegnata a informare i lettori sugli eventi legati alle varie forze in campo; nel 1938, pesta ancora una volta i piedi al Duce e, in un articolo, ridicolizza i soldati italiani affermando che in otto giorni non sono riusciti ad avanzare nemmeno di 100 yard.
La prima reazione di sdegno giunge da oltreoceano, dove Fulvio Suvich, ambasciatore italiano a Washington D.C., diffonde una nota a tutti gli altri ambasciatori del Regno presenti negli Stati Uniti, esortandoli a “indurre associazioni e personalità americane ed italiane a reazione adeguata per volgarissimo articolo di Hemingway”. Chi recepisce fin troppo bene il messaggio è un ex dannunziano legato al consolato di New York, Eugenio Casagrande, che mette a punto un piano punitivo di cui vengono informate anche le alte sfere fasciste. Mussolini non si esprime – tacitamente è un “sì” – e i preparativi hanno inizio. L’idea è di aspettare il ritorno di Hemingway dalla Spagna, aggredirlo pubblicamente fra le strade della Grande Mela e spingerlo a un duello a cui, conoscendone la personalità, non si sarebbe sottratto. Qualcosa, però, non va per il verso giusto e la breve permanenza newyorkese di Hemingway viene segnalata agli informatori fascisti quando questi è ormai sulla strada per la sua tenuta a Key West, in Florida.
Un grande bluff
Magra consolazione, pensa il Duce, in Italia i suoi romanzi non saranno mai letti. Altra previsione errata, perché, mentre il Paese è in ginocchio per le conseguenze dell’intervento nella Seconda guerra mondiale, nel ’43 iniziano a circolare copie clandestine di un’edizione di Addio alle armi. La traduzione per Einaudi è opera della giovane Fernanda Pivano, la madrina italiana degli scrittori statunitensi, che proprio a causa del romanzo verrà arrestata e interrogata. Non si sa come – questo lo dichiara la stessa Fernanda nella prefazione Mondadori di Addio alle armi, poi pubblicato legalmente dopo la caduta del regime – Hemingway scoprirà quanto accaduto e, nel 1948, sfrutterà il suo ritorno in Italia per incontrarla e stringere con lei un profondo legame di amicizia e stima reciproca.
Quanto a Mussolini, la sua epopea termina contro un muro di Giulino il 28 aprile del 1945. La marcia su Roma, la propaganda, l’iconografia, il disegno di un’Italia grande e potente come ai tempi dell’Impero romano… La parentesi fascista, anche se ventennale, si conclude con un nulla di fatto, lasciando al paese una ferita maggiore di quella che, all’epoca, era stata Caporetto, la disfatta che Hemingway ha “osato” raccontare.
Eppure, alla luce dei tragici eventi che sconvolsero il Belpaese nella prima metà del Novecento, quella dello scrittore americano, ispirata da un banalissimo dizionario al contrario, resta forse l’immagine più nitida di Mussolini. Un bluff, un grande bluff. Anzi: il più grande bluff d’Europa.
Fonti
- Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Mondadori, Milano, 2017
- Ernest Hemingway, Addio alle armi, Mondadori, Milano, 2011
- https://thevision.com/cultura/hemingway-mussolini-nemici/
- https://www.secoloditalia.it/2017/10/mussolini-un-grande-spunta-la-confessione-del-comunista-hemingway/
- https://lanostrastoria.corriere.it/2017/11/14/la-lezione-che-il-fascismo-voleva-dare-a-hemingway/
- https://nonsoloproust.wordpress.com/2013/09/26/dal-nostro-inviato-ernest-hemingway/
Biografia
Nicola Ianuale è un sognatore ed eterno Peter Pan dal 1995. Le sue grandi passioni sono il cinema, la storia e la letteratura. Ama i film in bianco e nero, venera Cary Grant e sposerebbe volentieri Grace Kelly. Cerca una macchina del tempo per bere whisky sour a Parigi nei ruggenti anni ’20 con Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald. Ha una laurea triennale in Lettere moderne; attualmente frequenta con Treccani Accademia un Master in “Editoria e nuove professioni digitali” e “La scuola del Tascabile”. Ha pubblicato racconti su Linoleum e Scomoda rivista. Suoi articoli divulgativi sono comparsi su Vanilla Magazine, di cui è stato direttore responsabile dell’omonima rivista cartacea edita da La ruota edizioni. Gestisce una sua pagina Instagram di divulgazione letteraria (@lo_scrittore_solitario_). Si definisce “malato di curiositas”.






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