
di Graziana Patanè
editing a cura di Camilla Azzoni
Illustrazione: si ringrazia l’autrice per aver fornito la foto; l’immagine è stata modificata dalla redazione con IA generativa
Aveva quarant’anni e un lavoro. Era impiegata in un ufficio acquisti. Rispondeva o inviava delle email. Potrebbe fornirci il preventivo per 7.000 viti in acciaio a testa cilindrica con taglio a croce M5x30, scriveva ad esempio. Prima di fare quel lavoro non aveva idea di quanti tipi di viti esistessero. Viti a testa cilindrica, a bottone, tonda, mezza tonda, piana svasata, a goccia sego. In ciascuna di quelle teste, poteva cambiare l’innesto per il giravite. A taglio semplice, a stella, a croce, a brugola, per non parlare dei tagli Pozidriv, Torx, Robertson, Spanner. Poteva cambiare il materiale con cui ogni vite era realizzata. Acciaio, plastica, titanio, ottone. Viti dacrometizzate, brunite, nichelate, ramate, bronzate. Potevano cambiare i diametri. Tre, quattro, cinque, sei… Le lunghezze. Dodici, tredici, quattordici, trenta…
Un inferno di viti.
Riceveva una richiesta dal reparto tecnico. La ricopiava. Mandava la richiesta ai fornitori. Riceveva dei preventivi. Li inoltrava al reparto tecnico. Il reparto tecnico valutava i preventivi. Le diceva da quale dei fornitori cosa e come comprare. Ricopiava tutto sull’ordine di acquisto. Inviava l’ordine al fornitore. Concordava le spedizioni. Talvolta le organizzava. Attendeva i corrieri. Riceveva i pacchi e una volta ricevuti li consegnava al reparto tecnico. Aspettava la comunicazione del reparto tecnico. Se non c’erano problemi caricava subito il materiale sul gestionale del magazzino. Se c’erano dei problemi ricopiava quello che le comunicava il reparto tecnico in una nuova email al fornitore. Inoltrava la risposta al reparto tecnico. A volte, per risolvere i problemi bisognava mandare indietro il materiale ricevuto e aspettare di ricevere quello corretto. In qualche modo però i problemi finivano sempre per risolversi e lei caricava il materiale sul gestionale del magazzino.
Oltre alle viti, c’erano altri inferni. Motori, cuscinetti, cilindretti. Elastici, fili, cavi. La procedura era la stessa per ogni articolo necessario alla produzione. Ricopiava, inviava, riceveva, caricava. Si sentiva dannata, ma a fine mese le arrivava lo stipendio.
Non aveva una casa sua. Viveva in affitto dividendo l’appartamento con una coinquilina. L’idea di un mutuo le metteva ansia. Trent’anni le sembravano un tempo lunghissimo. Avrebbero significato non poter mai scappare da quel lavoro. Senza mutuo restava invece una possibilità di fuga. Non sapeva se sarebbe fuggita, ma quantomeno averne la facoltà la tranquillizzava. Intanto, viveva così da sei anni.
Un giorno, decise di fare una passeggiata. Era domenica, era primavera e non aveva nient’altro da fare. Uscì senza una meta. Camminando, svoltò in una via a qualche isolato da casa. Si accorse di un cartello appeso sopra una porta. AFFITTASI e un numero di telefono. Si fermò davanti al cartello. Non ricordava di aver mai visto prima quella casa. Forse non se ne ricordava perché prima non c’era nessun cartello e pertanto la casa non aveva mai attirato la sua attenzione. Non aveva nulla di particolare vista da fuori. Era un terratetto. L’intonaco era di un giallo stinto. Una porta, quella su cui stava il cartello, e una finestra di fianco, a destra. Al piano di sopra c’erano due finestre con le imposte chiuse. Somigliava alle altre case di quella via e di quelle attorno. L’unica cosa che la differenziava dalle altre era la presenza di quel cartello.
Le sarebbe piaciuto andare a vivere da sola. Avere uno spazio tutto suo. Ma era una possibilità che non poteva permettersi con lo stipendio che riceveva. Eppure fece un passo in avanti verso il cartello. Tirò fuori il cellulare dalla tasca della giacca per segnare il numero in rubrica. Lo stava segnando, quando la porta si aprì.
Le interessa la casa, disse una donna. Era piccola e anziana. Era ricurva su un bastone. Forse a farla apparire così piccola era la curvatura della schiena, quella piega che faceva sul bastone. O forse era soltanto piccola. Estremamente piccola. La donna più piccola che lei avesse mai visto. Sembrava una bambina, più che una donna. Ma era una donna anziana. C’erano tantissime rughe sul suo viso. Una ragnatela di rughe. Rughe attorno alla bocca, sulle guance, sulla fronte. Le venne da pensare che non fosse una ragnatela, ma un labirinto. Pensò per un attimo di avvicinare un dito a quel viso, poggiarlo su una ruga e seguire uno dei solchi, vedere come si connetteva con gli altri, scoprire una deviazione, una nuova strada, un nuovo percorso. Le sembrò che seguendo le linee che c’erano su quel viso si potesse arrivare da qualche parte. Ma non lo fece, non si può mettere il dito sulla faccia di una sconosciuta. A meno che non si sia ciechi, ma lei non lo era.
La donna aveva uno chignon di capelli bianchi sulla testa, tenuto insieme da spilli. Era dello stesso colore che hanno le nuvole o il cotone. O il latte. O le margherite che nascono in primavera. Ma mancava il cuore giallo. Non era una margherita come non era una bambina. Era una donna anziana con una nuvola costretta all’interno di uno chignon sulla testa ed era interamente vestita di nero.
Si chiese se la frase della donna avesse contenuto una domanda. Non ne fu certa. La bambina che era una donna anziana con un labirinto sulla faccia disse ancora, Vuole vedere la casa. Le sembrò che neanche questa nuova frase potesse considerarsi una domanda, ma forse la signora parlava sempre così, con un’assenza di inflessioni interrogative nella voce. Vuole entrare, aggiunse facendo un passettino di lato per permetterle il passaggio. Lei entrò. La porta si chiuse. Si ritrovò di fianco alla donnina in un piccolo ingresso vuoto.
Da fuori non era riuscita a vedere cosa ci fosse alle spalle dell’anziana perché l’interno era buio. Adesso lo trovò illuminato, anche se non avrebbe saputo dire da dove la luce provenisse. Non c’erano lampadine, o almeno lei non le vide. C’erano due porte, una per lato e due scale in fondo. Una scala andava verso l’alto. L’altra verso il basso. Ogni gradino era ricoperto da una moquette di un rosso cupo. Il rosso le ricordò quello del sangue che le usciva ogni tanto dalle dita, quando si ostinava a strapparsi la pelle attorno alle unghie. A contatto con l’aria il sangue diventava più scuro. In quelle occasioni, stringeva il dito ferito con le dita dell’altra mano, poco sotto il lembo di pelle strappato. Vedeva la goccia crescere, il suo tendersi tondo. Poi scoppiava e un rivoletto iniziava a scenderle giù sulla pelle. Allora infilava il dito in bocca e succhiava il suo stesso sangue. Muoveva la punta della lingua sulla ferita aperta. Sentiva uno spillo, un piccolo dolore acuto in quel punto. Ma era un dolore che le procurava piacere. Il sangue non si perdeva, tornava dentro di lei. A poco a poco la sensazione pungente passava, lei tirava fuori il dito dalla bocca e trovava la ferita chiusa.
Si chiese come fosse possibile che a sinistra ci fosse una porta. Vista da fuori, la casa sembrava finire da quel lato e non poter contenere nulla. Ma non fece nessuna domanda.
Seguimi, disse la donna, dandole del tu. E soltanto allora si accorse che la bocca contenuta all’interno del labirinto non si era mossa. Eppure aveva sentito quell’ordine come se fosse stato pronunciato da una voce.
La donna aprì la porta a sinistra e lei la seguì. Si ritrovò dentro una grotta illuminata, ma anche in questo luogo non seppe trovare la fonte della luce che mostrava uno spazio sconfinato pieno di cristalli di altezze e dimensioni diverse che fuoriuscivano dal soffitto e dal terreno. Alcuni creavano delle colonne. Non capì se quelle colonne fossero nate dall’alto o dal basso o se, semplicemente fossero state create dai cristalli che, provenendo da direzioni diverse, si erano incontrati e si erano fusi insieme. La grotta si estendeva senza limiti anche là dove poco prima c’era la parete che conteneva la porta.
La bambina anziana prese a camminare tra i cristalli. Nonostante l’età e il bastone fece fatica a starle dietro. A tratti dovette quasi mettersi a correre. Poi, davanti a sé, oltre la donnina, vide un trono. Fu certa che quella seduta non fosse stata realizzata da mani umane. Vide tre gradini alla base. Le sembrò che ogni gradino potesse contenere dieci esseri umani in altezza, ma si accorse che la donna con la nuvola raccolta sulla testa non era più piccola come prima. La vide salire i gradini senza problemi. Si sedette sul trono, poggiò il bastone di lato e guardò lei che era rimasta alla base. Nonostante la distanza che adesso la separava da quel viso, poté vedere chiaramente quel dedalo di rughe che aveva davanti, anche se non riuscì a capire dove fossero il principio e la fine, l’ingresso e l’uscita, né i percorsi al suo interno.
La casa è libera da subito, disse la voce. La donna che aveva smesso di sembrare una bambina alzò le braccia sulla testa e le mosse attorno allo chignon, tolse gli spilli e liberò la nuvola che prese a spandersi attorno alla testa. Vide che la nuvola era fatta di capelli che si allargarono ai lati e verso l’alto, diramandosi. La chioma della donna con un labirinto sulla faccia era una ramificazione di capelli del colore delle nuvole.
Vuoi che te la mostro, disse ancora la voce. Subito dopo averla sentita, aveva visto la bocca della donna aprirsi. La donna aveva tirato fuori una lingua grassa e molle e aveva preso a poggiarvi sopra gli spilli a uno a uno. Ne contò sette prima che la lingua si ritirasse e la bocca si chiudesse. Ogni parte del labirinto contenuto all’interno del viso si mosse mentre la donna masticava gli spilli. Infine la vide di nuovo aprire la bocca e sputare. Lo sputo volò sopra la testa di lei. Nel punto in cui cadde i cristalli cominciarono a muoversi, cercandosi per unirsi. Da quelle unioni nacquero nuovi cristalli a cui seguirono nuove unioni finché tutte quelle coesioni e nascite non generarono una porta. Lei seppe di volerla attraversare.
Si ritrovò da sola nell’ingresso. Vide la porta inesplorata e le due scale e cercò un segno per decidere dove andare, ma non ne incontrò nessuno. Decise di aprire la porta di destra, quella che avrebbe dovuto avere la finestra che aveva visto in strada. Eppure non la trovò. C’era soltanto una parete blu che si rifletteva, come le altre, nell’acqua che occupava l’interno della stanza creando una piscina. Sentì il desiderio di immergersi in quell’acqua placida. Neppure stavolta avrebbe saputo dire da dove si originasse la luce che rischiarava la stanza. Davanti a sé notò un gradino. Lo scese. L’acqua tiepida le lambì le caviglie e si lasciò scivolare dentro la piscina. Si fece avvolgere. Diede qualche bracciata, toccò la parete opposta, poi si girò sulla schiena e si abbandonò al sostegno dell’acqua. Solo allora notò che il soffitto era interamente ricoperto di cristalli che luccicavano riflettendo l’acqua. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare. Quando li riaprì ebbe l’impressione che il soffitto si fosse fatto più vicino. Si girò verso la porta, ma vide soltanto una parete priva di passaggi. Guardò di nuovo i cristalli con la speranza di essersi sbagliata, ma fu certa che scendessero. Ebbe paura. Annaspò e si sbracciò nell’acqua. Immerse la testa per cercare un’uscita, una nuova strada, ma non trovò nulla. Cominciò a piangere, mentre i cristalli si facevano più vicini e le sue lacrime si mischiarono all’acqua della piscina. I cristalli sfiorarono i suoi vestiti. Cercò di opporsi alla loro discesa, tentò di spingere il soffitto verso l’alto, poi prese l’ultima boccata d’aria. Lottò ancora contro l’acqua, infine si abbandonò a lei. Sentì i polmoni scoppiarle dentro, aprì la bocca e permise all’acqua di riempirla. Una forza la risucchiò verso il basso. Soltanto quando la schiena toccò il fondo della piscina si rese conto di poter ancora respirare. Una mano trovò un buco sul pavimento. Si girò e vide il principio di un tubo. Si sentì scivolare all’interno. L’acqua la trasportò lungo il tunnel buio finché non sentì di aver incontrato una maniglia. L’abbassò e fu di nuovo nell’ingresso con i vestiti bagnati appiccicati addosso. Urlò per sentire la sua voce e perché anche la casa potesse conoscere la sua voce. La casa le rispose tremando. Tremarono le pareti, tremò il pavimento sotto i suoi piedi. Quando smise di urlare, anche la casa si acquietò.
Si tolse i vestiti bagnati e li abbandonò all’ingresso. Nuda, si diresse verso le scale. Guardò i gradini che conducevano verso il basso perdersi nel buio. Ebbe paura di quel buio e decise di salire. Affondò i piedi nella moquette soffice che le ricordava il colore del sangue. Salì diverse rampe prima di trovare una porta. L’aprì e i piedi toccarono un terreno arido e roccioso. Respirò un odore di zolfo. Guardò il mondo semibuio, rischiarato da una luce rossastra, che le stava attorno e vide colline brulle e, qua e là, qualche albero secco che tendeva i suoi rami contorti verso il cielo scuro. In fondo, lontanissima, brillò una luce rossa. Si sentì investita da un vento improvviso e guardò verso la direzione da cui proveniva. Vide un gigantesco essere alato venirle incontro e riconobbe in lui la faccia di un serpente. Cercò di scappare, corse sui sassi, cadde e si rialzò, ma in quel mondo deserto non trovò nessun punto che potesse sottrarla all’uccello serpente. Si fermò allora e attese che l’essere arrivasse su di lei. Si lasciò afferrare perché non avrebbe potuto fare altrimenti. Sentì gli artigli dell’animale conficcarsi nelle sue spalle, tra le scapole e gridò per il dolore. Viaggiò sospesa su quel mondo brullo guardando gli alberi spogli e scoprendo paludi ribollenti, vedendo la luce rossa brillare di tanto in tanto. Quando lei e l’essere alato furono più vicini, si accorse che la luce proveniva da un vulcano da cui fuoriuscivano spruzzi e colonne di lava. Volarono là sopra e quando la bocca del vulcano fu sotto di lei, l’uccello serpente la lasciò cadere. Si sentì bruciare affondando nella lava bollente. Sentì il magma contrarsi attorno a lei e udì un boato prima di rendersi conto di essere di nuovo sopra la bocca, sospinta verso le nuvole scure. Mentre la colonna di lava tornava a perdersi in un puntino al di sotto, sentì un contatto sotto i piedi e si ritrovò davanti alla scala che scendeva verso il basso.
Fu l’unica volta in cui si girò per guardare la porta d’ingresso, quella dietro cui era domenica ed era primavera. L’occhiata durò quanto durano gli addii senza rimpianti. Contò dieci gradini prima di ritrovarsi dentro un salone dorato che scintillava alla luce di innumerevoli candele. Da un lato all’altro della stanza vide sospese due corde e su di esse dei fogli appesi con delle mollette di legno. Si avvicinò a uno dei fogli e guardò l’immagine raffigurata sopra. Non capì. Passò al foglio successivo e poi a quello seguente. Li guardò tutti senza riuscire a penetrare all’interno di quelle immagini. Si chiese se rappresentassero qualcosa, se fossero collegate. Tornò alla prima. Un fondo scuro era diviso da un oggetto cilindrico di colore più chiaro. Eppure si chiese se quello fosse veramente un oggetto. Quel corpo tubolare tornava però su altri fogli. Certe immagini le sembrarono soltanto macchie marroni. Le venne in mente di staccarle dai fili. Prese tutti i fogli, li raccolse a uno a uno all’interno delle sue braccia. Quando i fili risultarono spogli, si diresse verso il centro del salone e li posò a terra. Si sedette e prese a sfogliarli. Li divise. Quelli con gli oggetti chiari da una parte, le macchie dall’altra. Li guardò ancora, li mescolò di nuovo. Prese ad accostarle a due a due davanti agli occhi, ma non trovò nulla neppure così. Decise di spargerli su tutto il pavimento. Stese i fogli e dopo che li ebbe stessi tutti passeggiò attorno a loro. Prese un foglio da un estremo della stanza e lo portò vicino a un altro, all’estremo opposto. Scosse la testa e riprese a girare attorno a quelle immagini. Le guardò ancora e a lungo finché non le sembrò di comprendere che gli oggetti cilindrici erano delle gambe. Affiancò i fogli in un modo nuovo, fece e disfece i contatti finché steso davanti a lei sulla superficie del salone non comparì un mostro di legno con tre gambe lunghe e sottili, chiare, che sostenevano un corpo. Il corpo di legno scuro era un triangolo rovesciato dagli angoli smussati. Al centro vi era un buco. Era un mostro senza occhi né bocca, possedeva soltanto quel vuoto al suo interno.
Le sembrò di cogliere un movimento dentro uno dei fogli. Vide il mostro di legno prendere vita, sollevarsi e staccarsi dai fogli. Fu davanti a lei, grande tre volte lei. Comprese che non aveva senso scappare. Si lasciò afferrare da una delle gambe del mostro, si lasciò stendere sul pavimento, su quei fogli che adesso contenevano solo il bianco. Il mostro fu su di lei. Sentì una gamba del mostro infilarsi tra le sue. Si lasciò penetrare. La seconda gamba le camminò sul corpo, fermandosi all’altezza del cuore. La terza si posò al centro della sua fronte. Sentì la forza del mostro che le lacerava la pelle spingendo le sue gambe dentro di lei, ma non provò dolore. Sentì soltanto il suo sangue scorrere fuori. Riempì la stanza mentre il mostro continuava a tenerla ferma affondando le zampe al suo interno. Presto fu immersa in un lago creato dal suo stesso sangue. Le sfiorò le guance. Lo sentì salire, avvicinarsi alla bocca, entrarle dentro e fu allora che vide il corpo del mostro avvicinarsi al suo viso e venne risucchiata dal vuoto.
Fu nell’ingresso, di fianco all’anziana con la nuvola costretta all’interno di uno chignon sulla testa, tornata alle dimensioni di bambina.
Vuoi continuare a vedere, disse di nuovo la voce. Comprese che quella e le altre frasi non erano mai state domande.
L’anziana bambina aprì la porta di destra. Un gelsomino ricopriva tutte le pareti riempiendo con il suo profumo la stanza. Al centro vide un letto. La donnina si avvicinò e dopo essere salita, si stese. Le fece un cenno e chiuse gli occhi.
Lei alzò un dito e lo poggiò sul viso della donna. Sapeva adesso di poter seguire quel labirinto perché era sempre stata cieca. Trovò un solco, arrivò a una deviazione, girò a sinistra, scoprì un orecchio, seguì un nuovo percorso fino all’occhio dalla parte opposta e prese a scendere lungo la guancia. Là dove il suo dito passava la pelle si distendeva e il labirinto costruito dal Tempo scompariva. Il viso dell’anziana tornò a essere quello di una bambina, ma lei seppe che il labirinto continuava. La spogliò dei suoi vestiti neri e cominciò a seguire gli innumerevoli sentieri lungo quel corpo avvizzito. Quando anche il corpo dell’anziana tornò bambino, tolse il dito e la osservò rimpicciolirsi fino a raggiungere le dimensioni di un fagiolo. Allora la prese tra le dita. In quel momento la porta si aprì ed entrò un essere dal corpo di uomo e la faccia di toro. Reggeva un calice. Lei prese il calice dalle mani del mostro e vi mise dentro il fagiolo che era stato una bambina, poi distese il braccio e la mano libera verso il Minotauro. La bocca del mostro si avvicinò al suo polso e i denti affondarono nella pelle. Lei sistemò il calice sotto il polso e aspettò che il sangue lo riempisse. Solo quando fu pieno e il fagiolo annegato, portò il calice alle labbra e lo vuotò, mentre la lingua ruvida del Minotauro si poggiava sulla sua ferita.
Ritrovarono il cellulare davanti a una casa abbandonata. Fu denunciata la sua scomparsa. Nessuno aveva visto nulla in quella domenica pomeriggio e pensarono a una fuga. Il capo attese qualche giorno, poi, dicendosi che soltanto i folli fuggono da un impiego fisso e uno stipendio sicuro, mise un annuncio per il posto rimasto libero.
Biografia
Graziana Patanè è siciliana, ma vive a Pisa. Laureata in Lettere moderne, crede che i libri siano i migliori amici delle donne (ma anche degli uomini). È miope, ma non è certa che sia questo il motivo per cui il mondo le appare spesso distorto e sfocato. Odia le forme sclerotizzate e i ragni. Ama Buzzati, la cioccolata e i sognatori. Suoi racconti sono apparsi su Enne2, Malgrado le Mosche, Turnèl, Gelo, Lo Scisma, Spaghetti Writers, STC Edizioni, Gorilla Sapiens, L’Equivoco, La Seppia e altri.





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