di Laura Calagna Bambini
editing a cura di Pietro Nunziata
Illustrazione: si ringrazia l’autrice per aver fornito l’immagine, realizzata con IA generativa
Ci scaraventammo fuori da nostro padre insieme, distruggendo il pelo dell’acqua. Furie liquide e grumose, non vedevamo già l’ora di cadere e avvolgere ogni cosa. È questo che siamo. Odio. Devastazione. Morte decisa da un dio non magnanimo.
Nessuno si aspettava la nostra comparsa, né di morire con il nostro nome marchiato addosso. Chissà il dio degli inferi quante volte l’ha sentito, scandito dalle vostre bocche deformi. Bruciati in pochi istanti. Sciolti. Liquefatti. Marinai, barche, pesci, avvolgemmo ogni cosa con la nostra nube di fuoco. Qualcuna di noi ricorda che avete provato a fuggire. Qualcun’altra rammenta solo l’impatto contro il mare e la solidificazione. A guardarci dall’alto, dobbiamo apparire come le screziature sul volto della luna. Forse lo siamo, una più storta dell’altra, tutte nere. A ogni modo, non v’era scampo alcuno. Eppure, oggi ci definite un paradiso. Troviamo esilarante la vostra abitudine di scambiarlo con l’Inferno, per quanto non ci importi affatto di chiarirvi le idee.
Non siete venuti da noi subito, ci aggiravate scrutandoci da lontano. Lei no.
Quando è arrivata, eravamo già stanche di non avere più segreti tra noi. Avevamo mandato a memoria da un pezzo tutte le nostre scanalature e increspature, coglievamo in anticipo l’attimo in cui una di noi si sarebbe arrabbiata. Spesso provocavamo quell’attimo come se ne andasse della nostra esistenza, e poi ne ridevamo.
Ci diletta il modo in cui una sorella si infuria. È sufficiente una marea maleducata per tramutare la nostra sabbia in scogli e respingere le onde con forza, tanta, eccessiva, e finché non vediamo l’acqua placarsi non torniamo quiete a nostra volta. A volte bastano dei pesci che scavallano nelle nostre baie nascoste. Non esiste. Sbarriamo l’accesso diventando roccia. Dove prima c’era un’insenatura, ecco che piomba un masso. Non ve n’è bisogno alcuno, ma a noi piace così.
Ci annoiavamo. Lei, invece, aveva appena fatto la conoscenza di sé stessa, e si era scoperta l’opposto della noia. Ci colpì – subito – che era più furiosa di noi messe assieme.
Per quel che ricordiamo, arrivò dal sole. O emerse dall’acqua. Non ha importanza. Un attimo prima la battigia di nostra sorella, l’Isola Grande, era vuota, l’attimo dopo lei era lì. Comparve e basta, alta e arrabbiata. Aveva addosso un odore diverso dal nostro mare, sapeva di acque più profonde e scure che noi non avremmo mai valicato. Non impiegammo molto a capire che era lei stessa a trascinarsi dietro quell’esalazione. Aveva marchiato sul corpo l’odore oceanino. Pregnante al punto che non sentimmo altro. E quella era acqua di cui volemmo subito dissetarci.
La sua natura ci fu chiara appena aprì gli occhi, e li scagliò come lava da parte a parte sulla spiaggia e sulla guancia di scogli di cui era composta nostra sorella. Non era umana, ed era qualcosa di diverso dagli dei a cui si rivolgevano i marinai e qualcosa di ancora diverso da noi. Smettemmo di interessarci a come fosse piombata lì e ci interrogammo sul resto. Si mise in cammino senza esitazione, quasi conoscesse perfettamente l’isola. Non avevamo bisogno di altre presentazioni, a quel punto c’eravamo già raccontate. Era strana. Strana come noi, ma non votata alla morte per natura. Lei quel compito l’aveva scelto, aveva deciso da sé di indossarlo come il velo traslucido con cui celava il corpo. Così come scelse nostra sorella e le diede un nome: Eea.
Fino a quel momento, nessuna ne aveva avuto uno. A quanto ne sappiamo, fu lei a battezzarci: Palmarola e Zannone, le due isole agli antipodi – una l’opposto dell’altra, in una lotta eterna e stupida come solo quella tra sorelle può essere – e Ponza e Ventotene, quelle dai fianchi allacciati. Non nominò invece l’isola più a sud, ogni volta che il suo sguardo la incrociava si intristiva e passava oltre. Il mare ci aveva già rivelato la profezia su Santo Stefano, come l’avreste chiamata infine voi uomini: nostra sorella avrebbe ospitato le anime dannate e loro non l’avrebbero mai lasciata in pace.
Comunque, quella scostumata di Eea, invece di riferirci ogni cosa, si chiuse in un mutismo altezzoso. Ci snobbava per non avere il privilegio di una creatura altra che camminasse sui nostri dorsi. Si sentiva la prescelta, e non c’è dubbio che lo fosse. Ma bramavamo ogni briciola della storia.
Palmarola e Zannone lo misero in chiaro subito: Eea poteva innalzare tutti gli scogli che voleva, noi li avremmo superati. Eea ci ignorò e loro due, quelle più vicine a Eea, inaugurarono subito una gara a chi raccontasse il dettaglio in più. La donna – o quello che era – si stabilì su un’altura a ovest, verso il mare aperto. Tirò su – da sola, bisbigliando parole che non cogliemmo – un’abitazione dalle colonne bianche e marmoree, e vi si stabilì. I lupi e le ghiandaie si radunarono in casa sua quasi all’istante. Non sapevamo nulla di abitudini umane, a stento ci incuriosivano quelle delle bestie che vivevano da noi. E invece ora a svegliarci ogni mattina non era più il mare, ma il suono gracchiante delle ghiandaie dalle piume grigie e blu, inframmezzato dall’abbaio giocoso dei canidi, a cui dava da mangiare dalle mani. Non abbiamo più visto un umano interagire così con gli animali.
Quel pettegolo del mare – che ascolta i sussurri del mondo e non vede l’ora di narrarli – si accorse della nostra fascinazione e ci consigliò di evitarla, la donna era lì per punizione. Ne approfittammo per carpirgli ogni storia e scoprimmo con soddisfazione di non esserci affatto sbagliate: era un’anomalia nel suo mondo. Figlia di Helios e nipote di Oceano, la sua vita avrebbe dovuto rivestire la stessa importanza delle alghe sotto i nostri scogli. Nessuna. Invece una sua occhiata e qualche mormorio bastavano per trasformare un dio in un mostro, e la cosa sarebbe stata un passatempo simpatico, se lei non avesse preso a farlo con chi cercava di portarsela a letto. Il mare si lasciò sfuggire che il vero motivo del suo esilio fosse un altro: la paura. Nessuno dei suoi parenti aveva idea di cosa abitasse davvero dentro di lei, né il padre e men che meno il nonno, e allora fu molto più comodo decidere di farla fuori che scoprirlo. Il rischio era che lei possedesse la capacità di cancellarli – di far sì che nessuno di loro aleggiasse più sulle bocche degli umani e gli offrisse i doni a cui tanto tengono – e per il padre e il nonno era una prospettiva peggiore che perdere un frutto del loro sangue.
Provarono a intrappolarla e ucciderla, invece eccola qua. La sua storia ci divertì oltremodo e decidemmo senza metterci d’accordo di ignorare bellamente il divieto di interagire con lei. Era nel nostro mondo ormai, e le regole le dettavamo noi.
Ciò non impedì ai suoi parenti di perseguire l’intento primario con dei sotterfugi ridicoli. Il padre cercò senza sosta di bruciarla – ne avvertivamo i raggi sulle nostre rocce, sulla sabbia delle nostre baie e perfino sulla terra coperta dagli alberi – ma la figlia aveva già lanciato un sortilegio sopra tutte noi, anche se nessuna conosceva il significato di quella parola né tantomeno ce ne figuravamo i contorni.
Nessun dio, dopo di lei, ci ha raggiunte. Ci hanno provato, alcuni hanno spinto così forte che abbiamo sentito ribollire le viscere, ma lei accoglieva la catastrofe con una risata e la rispediva al mittente. Altri dei si sono presentati a noi travestiti da uomini con tuniche lunghe e crocifissi al collo, e tuttavia nessuno ha mai attecchito dove era già passata la nostra amica.
Oceano ordinò a nostro padre, il vulcano sommerso, di provvedere, di cacciare via quegli uomini. Di non mandarli alla nipote, né a nessuna di noi. Ma anche per nostro padre quello non era il suo mondo e continuò a lasciar transitare chiunque nelle sue acque. La condanna giunse: noi, le isole nate da un suo capriccio, saremmo state le sue ultime figlie. Neanche il tempo di pronunciare la maledizione, che vicino a noi cadde una roccia poco più grande di una barca, Gavi. La piccola ignora tutto quanto l’ha preceduta e a noi non importa raccontarle alcunché.
Anche perché alla sua nascita eravamo troppo impegnate a osservare la nostra ospite trasformare gli uomini in porci. Incalzammo Eea, ma ne rimase così sbigottita che innalzò una cinta lungo tutto il suo dorso per sfuggire alle nostre domande. Ma noi volevamo sapere e ci mettemmo a spingerla tutte insieme finché non si arrese.
Ciò che ci sorprese di più fu il gusto con cui osservava la metamorfosi. Lo faceva in piedi, una coppa di vino adagiata mollemente in mano. Beveva lo stesso che dava a loro – vino delle nostre uve, che portava il nome del nostro e del suo sangue. Non avrebbe mai potuto fare effetto su di lei, era già nella sua vera natura. A differenza di quanto amate raccontarvi voi umani, non reggeva alcun bastone o ramo con cui vergava gli uomini o gli animali che stavano con lei.
Non ne aveva bisogno.
Succedeva senza un’iniziazione. Di solito la metamorfosi partiva quando lei rideva, rigettando la testa indietro. La sua risata la ricordiamo tutte, ne sentiamo l’eco ancora oggi. Non apparteneva né al nostro né al vostro mondo. Per questo coglievate il pericolo. La sua voce era umana e si confondeva benissimo tra voi. Ne sareste rimasti ignari, se lei non avesse mai riso. Ogni volta, le maree solleticavano giocose le baie di nostra sorella. La sua ilarità scemava com’era iniziata, e vi fissava. La nostra attenzione era al culmine. Avevamo imparato che quello era il momento. Vi puntavamo gli occhi addosso. Il primo crac delle ossa frantumate ci ricordava il lento strapparsi della scogliera, quando, seccate, volevamo liberarci di un pezzo che non ci serviva più. Sceglievamo noi il punto da cui far partire lo strappo. Lo faceva anche lei. Vi scrutava e valutava da che pezzo strapparvi. Dopo veniva la lacerazione dei muscoli, il lento trapassare delle ossa nella carne. Il rumore ci eccitava.
Era un procedimento lungo e tendenzioso. Lo adoravamo in quanto la morte che impartivamo noi era fulminea, istantanea. Irreversibile. Questa era l’esatto opposto. Quando l’incantesimo raggiungeva il culmine, vi riducevate carponi, le gambe trasformate in zampogne. Lei continuava tranquilla a bere, molto più brilla di quanto vi abbiano mai raccontato. Non vi sentivamo urlare. Forse nemmeno lei vi ascoltava.
Quando tutto era compiuto, il pavimento era lastricato di sangue. La donna si incamminava verso il porcile a est – dal lato opposto di casa sua, neanche in un’altra forma gradiva vedervi – e voi la seguivate. Fine della storia.
Non ci siamo mai spiegate tutte le accortezze che profondete nel raccontarvi un’epopea scabrosa, tentando disperati di dipingerla cattiva. Come se provaste il bisogno di convincervi che sia colpa sua e non vostra. Almeno, avete avuto il tatto di non separare mai nostra sorella da lei.
Non si limitava a quello. La seguivamo arrampicarsi a piedi nudi sul picco di Eea, issarsi sulla roccia più alta e fissare il sole. Lo sfidava. La sua ferocia la rendeva più simile a noi di qualsiasi altra creatura. Se qualcuno avesse deciso di stuzzicarci insieme, non ne sarebbe rimasta nemmeno la cenere. Ma non è mai accaduto che sceglieste noi. A un certo punto, la sua acredine ci è sembrata così familiare che non l’abbiamo più distinta dalla nostra, e non correvamo più a spiarla quando arrivavano le barche, né quando la voce di un uomo si tramutava in grugnito. Provavamo uno stoico piacere ogni volta che accadeva.
Non abbiamo il concetto di tempo, e la nostra memoria mescola passato e presente. Perciò non sappiamo dire quando, per il vostro mondo umano, è successo.
Palmarola è convinta che sia colpa del bambino. Se il seme di quell’eroe greco non avesse mai attecchito al suo grembo, la donna sarebbe ancora qui. Certo lei non mutò finché il figlio non fu più. La sua gravidanza scosse noi più di lei. Nessuna se l’aspettava. Forse un dispetto di qualche suo parente, l’unico a piegarla. Noi lo sapevamo bene. Siamo senza pietà perché non abbiamo alcuna motivazione per essere buone. Non abbiamo niente da perdere. Lei, però, a quel punto ce l’aveva.
Continuò a essere ciò che era sempre stata, non celò mai al figlio la sua vera natura. Zannone, per quanto non sopporti Palmarola, le dà ragione. Dice che il bimbo era umano come il padre, che come non aveva retto Odisseo non avrebbe retto il frutto del suo seme. Il bambino, e il ragazzo che diventò, non accettò mai che la madre fosse Maga e lui un misero mortale. Eppure, con quella creatura è sempre stata amorevole. Ma gli uomini sono ingrati, e questo lei lo sapeva meglio di noi.
Eea non ci hai mai detto come se n’è andata.
Non è stata lei a bruciarla né la donna si è data fuoco; non si è impiccata, né gettata in mare e sparita com’era comparsa, nemmeno si è avvelenata con tutte le erbe e corolle che raccoglieva in ogni punto di nostra sorella e trasformava in qualcosa di atroce.
Ce ne siamo accorte tutte, però. L’istante esatto in cui accadde. Lo scricchiolare del cielo, il bruciare del sole, lo spingere del mare sotto tutte noi. Uno scarto fulmineo.
Lei disciolta, Eea che ne assumeva i tratti. Entrambe mescolate fino a non distinguere più dove finisse nostra sorella e dove iniziasse lei, e il contrario. Perse per sempre. Dissolte come le anime che avevamo bruciato noi.
Siamo rimaste in silenzio. Stordite. Furiose per essere state tenute all’oscuro. Ebbre di una voluttà ambigua, come se volessimo provare a nostra volta quella mutazione inversa e tornare lava.
Nostra sorella si è trascinata sulla terraferma, ergendosi a muraglia tra noi e la stabilità. Credevamo fosse uno scherzo. Che sarebbe tornata. Che sarebbe riapparsa pure lei, si sarebbe issata da Eea e sarebbe scoppiata a ridere. Ma non esiste la parola scherzo tra noi.
In quell’istante abbiamo imparato i contorni della parola sortilegio e ne abbiamo catturato appieno la portata. Noi non la deteniamo, ma Zannone ha una teoria diversa: siamo noi stesse magia, e allunga malevola lo sguardo verso la nostra sorellina, eterna bambina la cui mente è nata offuscata. Gavi non coglie nulla del nostro mondo. Gioca con i suoi gorghi, vi attira i pesci e resta a osservare la morte con i suoi gorgoglii di bambina. Palmarola la cela al nostro sguardo issando scogli sempre nuovi. Non abbiamo mai capito perché abbia così a cuore l’ultima arrivata, ma non ne siamo stupite. Palmarola è quella più algida e inquieta. Non le abbiamo mai viste parlare, lei e Gavi, ma siamo certe abbiano un modo di comunicare tutto loro.
Sortilegio, dicevamo. Ciò che è certo è che siamo tutte una chimera. Un’estasi data dalla combinazione delle nostre spiagge dorate e dalla sinfonia delle nostre corolle, accordata con la nenia eterna del mare. L’illusione che voi uomini, qui, raggiungete il paradiso.
Ne siete certi, finché l’incantesimo non si accartoccia sui vostri corpi e svela l’unica certezza che abbiamo sin dal primo istante. Siamo fatte dell’ultima materia che vedrete.
Biografia
Laura Calagna Bambini (classe ’95) è nata e vive ai piedi del promontorio del Circeo. Non potendo diventare avvocato del Diavolo, dopo la laurea in Giurisprudenza è diventata HR Recruiter. Ascolta solo l’opera e il rock psichedelico e ha una passione smodata per gli animali ridicoli. Suoi racconti sono apparsi su varie riviste tra cui Bomarscé, Calvario, Scomoda, L’appeso e Topsy Kretts. Da novembre 2024 è redattrice di Scomoda e, ora, di Metamorphosis, di cui si sente un po’ mamma. Nel 2023 ha vinto il Premio Speciale Under30 del Torneo IoScrittore. A volte si prende pure sul serio.






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