di Umberto De Marco

editing a cura di Camilla Azzoni

Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa


Eugenio Farsetti si accorse di essersi perso – non nel senso topografico-cartesiano della cosa, beninteso, ma nel senso ontologico-esistenziale, che è poi quello che conta quando uno si sveglia la mattina e non ricorda più quale sia il proprio rapporto con le pantofole – un martedì, che è il giorno più anonimo della settimana e quindi perfetto per smarrimenti di varia natura.

La faccenda iniziò con una svista banale: guardandosi allo specchio per radersi, notò che la sua immagine riflessa aveva un’espressione che lui – cioè Eugenio, quello vero, quello con la schiuma da barba sul mento – non ricordava di aver mai fatto. Era un’espressione tra il perplesso e l’infastidito, come quella di un gatto a cui hanno servito le crocchette sbagliate.

«Scusi» disse Eugenio allo specchio, con quella cortesia paradossale che ci assale quando parliamo con noi stessi. «Lei chi sarebbe?»

Lo specchio non rispose, naturalmente, ma l’immagine riflessa sollevò un sopracciglio con tale indipendenza di giudizio che Eugenio si sentì vagamente offeso. Peggio ancora: l’immagine completò la rasatura con movimenti che lui – l’Eugenio originale, il proto-Eugenio, l’Eugenio-fonte – non ricordava di aver iniziato.

Seguirono giorni di crescente confusione. Eugenio scoprì di non riconoscere più la propria firma, che aveva sviluppato scarabocchi autonomi e una tendenza verso il corsivo francese settecentesco. Rispondeva a domande che nessuno gli aveva posto. Trovava nella propria agenda appuntamenti scritti con la sua grafia, in una lingua che sembrava italiano, ma conteneva parole come “sdrumbare” e “calligritudine” – termini inesistenti ma dotati di un fascino etimologico che li rendeva credibili come una vecchia bugia familiare.

Aveva sette profili social, tre password dimenticate e un solo corpo che non sapeva più a chi appartenesse.

Il punto di frattura arrivò una domenica pomeriggio. La madre lo chiamò per chiedergli perché non era venuto a pranzo, quando lui ricordava distintamente di esserci stato. «Ma quello non eri tu» disse lei con una certa irritazione materna. «O almeno, non parlava come te. Aveva la tua faccia ma citava Leopardi.» Eugenio non aveva mai letto Leopardi. La vicina del pianerottolo lo salutò chiamandolo “dottore” – titolo che non possedeva – ringraziandolo per il consiglio sul cactus, pianta di cui ignorava l’esistenza. Il suo specchio del bagno, quello della rasatura originaria, aveva smesso del tutto di riflettere: mostrava solo una superficie opaca, come se avesse deciso che riflettere Eugenio non ne valesse la pena.

Il culmine venne durante una riunione di condominio, evento già di per sé surreale, dove vecchiette discutono del colore delle mattonelle con la ferocia di generali prussiani. Ad un tratto, Eugenio si ritrovò a guardare sé stesso dall’esterno: era seduto sulla sedia numero 7 e contemporaneamente si osservava dalla sedia numero 12.

«Ordine del giorno» diceva la presidente di condominio, che aveva trasformato la burocrazia condominiale in arte marziale. «Punto tre: lo smarrimento del signor Farsetti.»

«Presente» dissero simultaneamente entrambi gli Eugeni.

La situazione degenerò. O migliorò, dipende dai punti di vista epistemologici. Entro sera erano sette.

Si incontrarono in un bar (il barista servì sette caffè senza battere ciglio) per discutere la questione della propria moltiplicazione. L’Eugenio più anziano, quello che ricordava lo specchio ribelle, tentò di prendere la parola, ma venne interrotto dall’Eugenio filosofico che voleva discutere se fossero copie o variazioni sul tema. L’Eugenio manageriale propose un ordine del giorno. L’Eugenio grammaticale lo corresse. Due Eugeni si addormentarono per noia esistenziale.

«Basta» disse infine l’Eugenio originale – o quello che credeva di esserlo. «Non è questione di ritrovarmi. È questione di capire se voglio farlo.»

Silenzio. Poi l’Eugenio più giovane, quello con la spocchia dei sé stessi recenti, disse: «E se essere uno solo fosse stata sempre la vera moltiplicazione? Fingere di essere coerenti, intendo.»

Uno degli Eugeni più anziani – quello che aveva sviluppato malinconia – guardò il fondo del suo caffè. «A volte mi manca» mormorò. «Quando credevo di sapere chi ero. Era un’illusione, ma comoda come una vecchia poltrona.» Gli altri annuirono. Per un momento furono di nuovo uno.

Poi l’attimo passò.

Decisero, democraticamente, di rimanere sparsi. Dopotutto, essere molteplici aveva vantaggi: potevano frequentare più feste in contemporanea, leggere più libri, e nessuno doveva più assistere per intero alle riunioni di condominio. Ogni Eugenio avrebbe coltivato un frammento: l’ansioso, il sognatore, quello che voleva imparare il violoncello, quello che odiava i lunedì, quello che finalmente aprì una gelateria.

L’ultimo avvistamento confermato dei Farsetti li vede seduti in cerchio, in un parco, a discutere su chi di loro sia quello vero. Un ottavo Eugenio, dicono, è rimasto davanti allo specchio opaco, immobile, in attesa che qualcuno torni a riconoscerlo. Nessuno lo fa. Lo specchio, a quanto pare, ha smesso di interessarsene.

La morale, se proprio dobbiamo trovarne una in questa vicenda che ne è deliberatamente priva, è che forse perdersi non è la tragedia che temiamo. Forse è solo un modo diverso di trovarsi, moltiplicato per otto e diviso per l’assurdo.

Biografia

Umberto De Marco è laureato in psicologia, ed esercita come psicologo e consulente in sessualità tipica e atipica. Ha fondato il portale IpnoCoaching, che si occupa di divulgazione e formazione nell’ambito dell’ipnosi clinica. Ha pure una laurea in sociologia, ma lo dice raramente da quando ha scoperto che in molti lo guardano male. Ha scritto vari libri sull’ipnosi, qualcuno direbbe troppi, e pare che ne abbia in serbo altri, almeno finché qualcuno non lo abbatte. Scrive poesie e racconti per sport, ma non abbastanza spesso da non finire puntualmente col fiato corto e le fitte alle costole.

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