di Giulia Rigoni

editing a cura di Laura Calagna Bambini

Illustrazione: si ringrazia l’autrice per aver gentilmente concesso la foto


Si prospettava una giornata di quelle che non si vedevano da tempo. Il sole sbucò dalle montagne spolverate di neve e si posò sul corpo scheletrico di una ragazzina, che lo sbirciava dalla finestra della sua cameretta. All’orizzonte, la serpentina di cime e valli le ricordò il tracciato dell’elettrocardiogramma di quella volta che si era quasi soffocata con un pezzo di pizza. L’incidente aveva spaventato la mamma al punto che per i due mesi successivi non l’aveva lasciata sola un minuto, l’aveva nutrita pranzo e cena con passati di verdura, frullati di frutta fresca, yogurt e ogni tipo di pietanza non solida esistente, ma soprattutto le aveva permesso di mangiare gelato tutti i giorni.

La saliva la strozzò a tradimento. Chissà come sarebbe stata la sua nuova stanza, e se sarebbe stata in compagnia. Chissà se qualcuno sarebbe rimasto con lei. Alice era figlia unica e negli anni si era rassegnata alla sua condizione di cocca di papà; con la mamma, invece, era da sempre un’altra storia: lei veniva comunque dopo – dopo i turni di notte, dopo le emergenze, dopo i bambini della comunità, dopo qualsiasi cosa. E pensare che aveva lottato in tutti i modi per guadagnarsi il suo amore. Una volta, avrà avuto cinque o sei anni, aveva scongiurato la mamma di accompagnarla al compleanno di un suo compagno di scuola, stufa di essere l’unica a presentarsi a feste, spettacoli, saggi, e qualsiasi tipo di evento che prevedesse la presenza della mamma, sempre e solo con il papà. All’inizio la mamma si era inventata una delle sue solite scuse, ma quando la rabbia e il senso di ingiustizia le avevano provocato addirittura il vomito, la madre, sfinita, era stata costretta ad acconsentire, a condizione che si sarebbero fermate non più di un’ora. Alice aveva trascorso l’intera settimana contando i giorni e con il timore che la mamma si tirasse indietro all’ultimo. Non era successo, ma il pomeriggio non era andato come si aspettava: erano arrivate con mezzora di ritardo perché la mamma aveva sbagliato l’orario della festa; per tutto il tempo, la mamma era stata in un angolo del soggiorno, con le braccia conserte e le spalle ingobbite, e non aveva accennato nemmeno un sorriso, oltre ad aver declinato ogni invito a partecipare a giochi e balli; quando, al cinquantesimo minuto, era scoccato il momento della torta, la mamma l’aveva intercettata mentre correva al tavolo con gli amici e le aveva sussurrato all’orecchio di salutare perché dovevano andare; Alice non aveva nemmeno provato a opporsi: sapeva dal modo in cui le aveva afferrato il braccio che la mamma non avrebbe accettato repliche e, comunque, aveva già infranto qualsiasi illusione di normalità; appena avevano messo piede fuori dalla casa del festeggiato, la mamma le aveva infine sequestrato il pensierino per i partecipanti alla festa – un mini sacchetto di caramelle – che era finito in un cestino ancora prima di raggiungere la macchina.

Era stata la prima e ultima festa a cui erano andate insieme.

La ragazzina sentì movimento in cucina. Papà era sveglio, e con tutta probabilità le stava preparando la colazione – una colazione che, sapevano entrambi, lei non avrebbe neanche toccato. Al pensiero del cibo, lo stomaco ruggì, famelico di zucchero e amore, ma Alice era diventata una professionista a ignorare la fame. Tutto era iniziato cinque anni prima quando, di notte, aveva perso sangue per la prima volta e la mamma, dopo averla sgridata per aver sporcato le lenzuola, aveva sentenziato che con l’arrivo delle mestruazioni si sarebbe dovuta mettere subito a dieta: non voleva certo rischiare di diventare un suino come quella sua amica già sviluppata, di cui nessuno ricordava altro se non la ciccia strabordante. Il tipo di disgusto che la madre aveva riservato alla coetanea, in quella e in tante altre occasioni, le era risultato talmente insopportabile da farle giurare a sé stessa che non sarebbe mai diventata in quel modo, per nessun motivo al mondo; e così era stato.

Il profumo del caffè appena uscito riempì la cameretta. Era quasi ora. Alice fissò il sole salire e mostrare la sua circonferenza perfetta: era trasparente, esattamente come lei. Un raggio di luce colpì la mensola sopra la scrivania e scaldò il cuore di Lego che aveva costruito con il papà. La Polaroid di loro tre a Gardaland, appesa sullo scaffale lì accanto, le provocò un conato. L’avevano scattata un giorno di qualche anno prima, poco tempo dopo che aveva rischiato di soffocare grazie a un boccone di pizza andato di traverso. Quell’estate lontana, per la prima e unica volta da che ne avesse memoria, si era sentita parte di una famiglia vera. Avevano addirittura trascorso una settimana di vacanza al mare, sebbene la mamma lo odiasse, e per sessanta gloriosissime notti, lei e la mamma avevano dormito insieme nel lettone. Poi, dal nulla, la mattina del suo dodicesimo compleanno, tutto era tornato come prima, e allora lei aveva iniziato a mangiare il minimo indispensabile, ma non aveva funzionato. Rifiuto dopo rifiuto, il buco dentro di lei si era trasformato in una voragine, e la paura di non essere degna dell’amore altrui nell’unica certezza. Senza che quasi se ne accorgesse, nel giro di una manciata di anni la situazione le era sfuggita di mano, e adesso il suo corpo era diventato così sottile e stanco da costringerla a letto o su una sedia a rotelle.

Il sole, ormai alto nel cielo, si tinse di oro nel momento in cui il suo papà – l’unica persona a cui fosse mai importato qualcosa di lei, l’uomo della sua vita –, bussava tre colpi sulla porta socchiusa: era ora di andare. Nell’ingresso, ad attenderla, c’erano il borsone con cucite sopra le sue iniziali e lo zaino. Niente e nessun altro.

Si prospettava una giornata uguale a tante altre. Il sole, al suo zenit, scortò la macchina su cui viaggiavano il padre e la madre, di ritorno da un incontro che non avevano più potuto rimandare. Erano stati a colloquio con i medici della casa di cura per disturbi alimentari dove, di lì a un paio di settimane, avrebbero ricoverato la figlia adolescente. Purtroppo, la situazione di Alice si era rivelata essere ben più critica di quello che pensavano e il percorso di guarigione dall’esito molto incerto. Silvia, la madre, non aveva proferito parola per tutto il tempo, e nello stesso mutismo ostinato si era trincerata durante il tragitto verso casa. Il marito, al volante, blaterava rassicurazioni deficienti sul fatto che avessero fatto la scelta giusta e che il ricovero fosse l’ultima speranza per Alice. Pensava davvero di saperne più di lei? Erano sopravvissuti tutti all’adolescenza, ed essere una ragazzina magra e attenta alla linea non poteva certo farle male. Sarebbe stato molto peggio se i suoi compagni l’avessero presa in giro con appellativi crudeli come solo i ragazzini sanno fare. Aveva cercato in tutti i modi di risparmiare a sua figlia l’umiliazione di essere derisa con soprannomi quali panzer o panzerotto come era successo a lei; e tenere sotto controllo il peso di Alice le era sembrata l’unica possibilità per preservarla dalla cattiveria. I medici, e il marito, stavano esagerando: la situazione non era così grave, non poteva essere compromessa come dicevano. Se ne sarebbe accorta; d’altronde, era la madre, e le mamme conoscono i figli meglio di chiunque altro.

La vettura si fermò: una donna attraversò la strada, a braccetto di una ragazzina, proprio di fronte alla pizzeria dell’incidente. Non vi avevano più messo piede, da quel giorno di quattro anni prima quando tutto era iniziato. A Silvia mancò l’aria. Tirò giù il finestrino e respirò, ma il fiato si bloccò all’altezza della gola secca. Doveva fumare una sigaretta al più presto. Il marito ripartì, e al pensiero confortante della nicotina si sovrapposero le parole insensate dei medici. La durata del ricovero non si era potuta stabilire a priori – bisognava aspettare di vedere come rispondesse la ragazzina – ma una cosa era certa: una parte di colpa era sua. Lo psichiatra aveva molto insistito sull’assunto che l’anoressia astinente derivasse dalla privazione di amore materno e sull’importanza della presenza della madre accanto alla figlia. Silvia era stata più volte sul punto di rispondere a tono, ma era riuscita a trattenersi e si era limitata ad annuire appena, giusto per illuderlo che ci avrebbe pensato su.

Mentre rallentava a un semaforo arancione, il marito le ributtò lì di prendersi sei mesi di aspettativa dal lavoro per stare con Alice. Trascorrere del tempo insieme avrebbe fatto bene a entrambe; le era già stata accanto in maniera eccellente quella volta della pizza, e avrebbe funzionato anche questa volta, ne era certo. Silvia non lo lasciò finire: scese dalla macchina e gli sbatté la portiera in faccia. Non si curò né del colore del semaforo, né dei clacson delle macchine dietro. Poi estrasse lo Zippo che era stato di sua madre dal pacchetto di sigarette, ne prese una e se l’accese. Il cilindro si illuminò e la nicotina mise subito a tacere il senso di fame e di colpa. Silvia divorò la sigaretta in tre tiri e gettò il mozzicone sul marciapiede, dove lo calpestò con entrambe le scarpe. Poi estrasse un’altra sigaretta dal pacchetto, se la infilò tra le labbra e aprì lo Zippo. La fiamma che si levò verso il sole disegnò tra le lingue arancioni e gialle un profilo identico al suo. Incapace di sopportarne la vista, Silvia prese un tiro ben più lungo del necessario e chiuse immediatamente l’accendino. Nel fumo che uscì dalla bocca non c’era più traccia né di profili strani, né di colpe inesistenti. Come faceva, come facevano, a non capire? Per tutta la vita aveva fatto del suo meglio per essere figlia, madre, educatrice, e se qualcuno era stato sacrificato non poteva essere tutta colpa sua. Lei una figlia neanche la voleva, e le era risultato chiaro appena le avevano sparato in braccio quell’esserino urlante che sarebbero state l’una la condanna dell’altra. I geni non mentivano mai, e per loro non poteva certo essere diverso.

Biografia

Nata nel 1988 in provincia di Milano, Giulia Rigoni si accosta alla scrittura creativa dopo qualche anno da traduttrice in ambito medico. Lettrice seriale animata da una strana sorta di curiosità antropologica verso i meccanismi della psiche umana, crede fermamente nel potere terapeutico delle storie. Da qualche tempo sta lavorando a quello che, un giorno, vorrebbe si trasformasse nel suo romanzo d’esordio. Un suo racconto – il primo – è stato pubblicato sulla rivista Linoleum, seguito da un secondo su Scomoda Rivista. Attualmente sta frequentando un corso intensivo di editing. Sa che andrà tutto bene ma nel frattempo continua a preoccuparsi, giusto per sicurezza.

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