di Nicola Ianuale

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa


Prendimi, Franz. Prendimi e fammi tua!

Perdonami per le unghie. Tranquillo, è solo un graffietto.

Rido, caro Franz. Rido mentre sposti la crinolina e alzi la sottogonna, e mi tocchi dove nessuno ha mai osato. Rido mentre agito le braccia e mi blocchi, e mi stringi forte a te.

Ti sento, caro Franz. Ti sento mentre scalcio e mi divincolo. Ti sento mentre scivoli dentro me. È tutta apparenza. Contraccambio il tuo desiderio con la falsa riluttanza. Sono una nobildonna, questo è il mio ruolo. Tu opponiti, opponiti alla mia protesta.

Ti appartengo! Prendimi. Fammi tua…

Piango di piacere. Tu sei il mio principe, il mio re. Sono tua, Franz, solo tua; nuda in questa stanza che ci osserva, fra le alte pareti intarsiate in oro. La luce soffusa dei candelabri bagna la nostra pelle. Le poltroncine ammirano; lo specchio della toeletta cattura la nostra essenza. È la danza dell’amore.

Ti amo! Ti desidero. Ti voglio…

Il tuo calore attraversa la scollatura del mio abito. Ti piace? Bianco, come la purezza che cedo a te. Il tuo petto nudo irrompe dall’uniforme; è saltato qualche bottone. Sarà stata la foga di immergerci tra noi, due colori uniti per farne uno. Il mio seno danza al ritmo dei tuoi affondi. Ballano anche di là nel gran salone. La musica, la senti? Non serve più resisterti.

Mi lascio andare! Mi concedo. Mi unisco a te…

Franz, bussano alla porta. Chi osa interrompere la danza delle nostre anime? Qualcuno parla, strepita, vorrebbe entrare. Perché? Ora capisco. La musica, Franz, il valzer di Strauss: le percussioni, gli archi, i legni, gli ottoni. Sta iniziando. Il gran salone è in festa.

Un, due, tre. Un, due, tre.

Sognavo questo momento fin da bambina. La nonna mi raccontava delle feste. Lei mi ha donato il ciondolo. Sì, quello con il mio nome inciso, volato via, strappato dalla violenza della tua passione. Dopo lo raccoglieremo; ora balliamo.

Un, due, tre. Un, due, tre.

Ci chiamano, bussano. Il ritmo sale, la melodia scandisce la sincronia dei nostri corpi. Dobbiamo andare. Sento le voci, aprono la porta, entrano. Quanti sono? Cinque, sei? Hanno ragione. Io e te, mano nella mano, stretti, al centro del gran salone; tu nella tua bella uniforme, io nel mio vestito bianco. La gonna volteggia nell’aria, disegna cerchi perfetti. 

«È qui la festa?» grida il duca d’Esterházy. Franz, caro, tu che conduci. Un, due, tre. Un, due, tre. Io che ti seguo. Un, due, tre. Un, due, tre.

Presto, andiamo. A noi l’ultimo valzer.

* * *

Martina aspetta il primo schizzo di sperma come l’eucaristia. È in ginocchio sul parquet del bagno. Carlo – pantaloni raccolti sui mocassini, l’espressione imbambolata dal piacere – osserva come la punta del suo glande scompare fra le labbra di Martina. Lei ha gli occhi fissi su di lui. Con una mano stringe il pene, con l’altra sale su lentamente fra la camicia sbottonata sull’addome nudo e ansimante. Carlo trattiene il fiato finché può: un gemito arrendevole, testa all’indietro a lasciarsi andare. Martina accoglie l’orgasmo con un mugolio. Si stacca: ritrae la lingua e ingoia.

Carlo sghignazza. Martina sbuffa compiaciuta: è in piedi che si aggiusta i capelli. Lo specchio giudica il suo aspetto sfatto. Sul lavandino in ceramica c’è una borsetta; di lato, un rimasuglio di cocaina accanto a una bustina vuota. Rialza le bretelle del vestito nero: i capezzoli turgidi risaltano sopra la stoffa. Incrocia di sbieco il suo fondoschiena arrossato. Carlo si ricompone e glielo schiaffeggia.

«Dovremmo rifarlo», dice soddisfatto dallo schiocco.

Martina gli rivolge un sorriso civettuolo. «Perché no». Prende il rossetto e inizia a tingere il taglio morbido delle labbra. «Quando tornano i genitori di Edoardo?»

«Dopodomani.»

«Allora dormiamo qui? In una stanza ci divertiamo di più.»

Carlo si accarezza il cavallo dei pantaloni. «Non pensavo che me l’avresti data così facilmente».

«Basta chiedere, tesoro», dice Martina, distratta dal ravvivare l’eyeliner.

«Appena Edoardo finisce di farsi Elisa vado a parlarci.»

Martina si gira di scatto. «Elisa?»

«Proprio così.»

«Questa poi…», e torna rivolta allo specchio. «Elisa quella che sta in classe con Claudia?»

«Elisa della quinta A.»

«E brava la principessa Sissi», sussurra beffarda.

«La che

«È una patita di Sissi, quella santarellina. Me l’ha detto Claudia», spiega in un risolino. «Blatera sempre di certi film. Roba che guardava con sua nonna».

«Tranquilla che Edo le starà cambiando i connotati.»

«Non l’avrei mai detto.»

«Diciamo che l’ha aiutata a sciogliersi come si deve», e mima un gesto inequivocabile, seguito da un gorillesco “glu, glu, glu”.

Martina allunga la coda dell’occhio attraverso lo specchio, il mezzo sorriso di chi finge di non capire. «Andiamo?»

Attraversano il lungo corridoio fuori al bagno. Gli schiamazzi meno ovattati, la musica più nitida. Arrivano in un grande salotto: le luci soffuse a celare gruppetti in coma sui divani.

Un coro goliardico si abbatte sulla festa. È pioggia sonora, un frastuono verticale che squarcia l’ecosistema. Carlo fa cenno a Martina di seguirlo al piano di sopra. C’è una porta spalancata; dentro, una calca sudata allunga il collo verso un letto con sopra due corpi: uno eccitato dal voyeurismo altrui, uno passivo, inerte, scandito da un gemito meccanico a ogni movimento del partner.

Carlo avanza e grida: «È qui la festa?» 

Martina sente una consistenza dura sotto la scarpa: un ciondolo con su scritto “Elisa”.

«Hai capito la santarellina», dice a sé stessa in un attimo di alienazione, carpendo frammenti biascicanti di due ragazzi accanto a lei.

«Tocca a noi.»

«Cazzo, sì!»

«Quanta roba…»

«… vodka, pillole…»

«Ora deve prenderlo da tutti.»

«… che tanto non sta capendo un cazzo.»

Ne ascolta la risata complice  – un misto di sghignazzi orgiastici e libido – poi Martina calcia lontano il ciondolo e distoglie lo sguardo indifferente.

Il pubblico – volti sbiaditi nell’oscurità, occhi spiritati senza pupille – circonda il palcoscenico e chiede di alzare il ritmo. Il presentatore strepita sull’ospite abbandonato fra le lenzuola, carne prestata al sesso: un automa. Telefonini accesi, videocamere attive: nella fredda stanza non c’è più buio né privacy. I flash sono fari da discoteca, luci intermittenti che guidano allo spettacolo.

Un, due, tre. Ruotano e si incrociano in un valzer sconclusionato.

Il presentatore incalza l’ospite.

«Cinque.»

Parte il conto alla rovescia per l’orgasmo.

«Quattro.»

Ogni affondo scandisce un’ola.

«Tre.»

Tante voci confuse.

«Due.»

Un boato asettico.

«Uno.»

Biografia

Nicola Ianuale è un sognatore ed eterno Peter Pan dal 1995. Le sue grandi passioni sono il cinema, la storia e la letteratura. Ama i film in bianco e nero, venera Cary Grant e sposerebbe volentieri Grace Kelly. Cerca una macchina del tempo per bere whisky sour a Parigi nei ruggenti anni ’20 con Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald. Ha una laurea triennale in Lettere moderne; attualmente frequenta con Treccani Accademia un Master in “Editoria e nuove professioni digitali” e “La scuola del Tascabile”. Ha pubblicato racconti su Linoleum, Scomoda rivista e Spaghetti Writers. Suoi articoli divulgativi sono comparsi su Vanilla Magazine, di cui è stato direttore responsabile dell’omonima rivista cartacea edita da La ruota edizioni. Gestisce una sua pagina Instagram di divulgazione letteraria (@lo_scrittore_solitario_). Si definisce “malato di curiositas”.

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