di Apolae
editing a cura di Camilla Azzoni
Illustrazione: si ringrazia l’autore per aver gentilmente concesso l’immagine
Andrea scese dal taxibot che Zeno l’aspettava teso sulla soglia del Mafei, completo blu in tessuto-spray e unità di carica al polso. Capelli tagliati di fresco. Mani sui fianchi, spazientito da un alone d’incertezza. Gli avevano cambiato prenotazione senza preavviso, cosa che detestava. Soprattutto considerato il prezzo. Calciò una lattina di fronte al ristorante. Sperava la serata non fosse rovinata.
– Tu al posto di Alex non ci credo sai.
– Mi scuso locatario Alex non c’è più.
– Di certo problemi dopo la volta scorsa.
– Nessun problema ci sono io.
L’orofaro della Torre Lamberti segnava le 19:20, proiettando l’ora iridescente sulle figure attraverso la piazza del mercato. Il locatario fece un cenno sbrigativo. Erano in ritardo. I passi di Andrea lo seguirono oltre le larghe colonne d’ingresso, per imboccare un’anticamera fumosa. Un cubo 6×6, ai vertici del quale ugelli dosavano sterilbrina. La coppia rimase in fila, lo sguardo al maître. Se uno non sapeva cosa dire, l’altra non aveva voglia di dirla. I clienti venivano smistati dietro un sipario granata, o su una scaletta in aerogel. La maggior parte saliva quest’ultima, seguendo la guida stesa sui gradini.
– Benvenuto signor Ewabe sala virtuale stasera?
– Reale.
– Ottimo gradisce un visore potenziato?
– Non funzionano bene.
– Farò presente se ritiene.
Le tende schiusero l’ambiente del salone e un’accompagnatrice scortò i clienti lungo il nastro mobile tra i tavoli. Un saxoforte stava suonando Kiss Away the Pain di Patti Labelle. Dei commensali nessuno parlava. Gli unici rumori erano il languido arpeggio del brano e un tintinnìo di stoviglie. Sotto la luce di capsule xenon, Andrea scansionò i quadri appesi alle pareti: alcuni astratti di valore, un paio falsi. Ripeté la valutazione torcendo il collo. Non avrebbe saputo dire se fossero belli o meno. Esitò davanti alle linee inspiegabili di un Boccioni, fece una stima del parere di Zeno, poi lo seguì sulla chiocciola verso il piano interrato. La musica sfumava fino a una lieve intuizione.
Il tavolo élite era pronto. Apparecchiato alla francese, sontuoso, al centro di una piattaforma sospesa su scavi archeologici sottostanti. Al soffitto uno specchio. Tra le rovine faretti dimmerabili. L’atmosfera ristretta nel locale sfumava densa. Zeno sfilò la poltroncina dal tavolo e fece accomodare Andrea. Ne apprezzò il sensuale odore plasticato. Quindi prese posto per consultare il menù. Un cameriere, al servizio dell’unico tavolo, riempì d’acqua i bicchieri.
– Potrei consigliarvi la nostra selezione di formaggi coltivati?
– Meglio bollito d’alghe con pearà.
– Ottima scelta signor Ewabe porzione per due?
– Faccia una tanto lei non mangia.
L’inserviente venne ingoiato da una nicchia nel muro. I commensali godevano della massima riservatezza. Per richiamarlo, sarebbe stato sufficiente sfiorare un sensore sul bracciolo della sedia. Zeno bevve un sorso, mentre connetteva l’olofono alla propria unità di carica. Andrea aveva taciuto tutto il tempo, come da prassi, limitandosi a osservare. Il punto tre del Contratto le consentiva di parlare solo su richiesta del locatario o, al limite, in caso di pericolo manifesto. Fu l’uomo a parlare, spezzando una crosta di pane nel cestino:
– Prima volta qui vedo.
Andrea portò un palmo alla tempia. Assottigliò lo sguardo sugli scavi del ristorante. Uno sprazzo di déjà-vu. Una smorfia d’impotenza.
– Forse non saprei.
– Andiamo bene sei pure resettata male.
– Alex è stata qui credo.
Col grissino, Zeno indicò un arco semicrollato sotto la piattaforma del tavolo. Era parte di un altare dedicato a Vesta, dea estinta del focolare domestico. A venerarla erano stati i romani, spiegò, popolo che all’epoca era arrivato a occupare una sterminata area al di là dei confini italiani, ben oltre le supercittà di Napolermo a sud e High-Milano a nord. Andrea finse interesse per compiacere il locatario. Le sottili sopracciglia alzate, portando un calice alle labbra. L’uomo faceva piedino sotto al tavolo.
Lo stridio di un meccanismo anticipò l’uscita del cameriere dalla parete, due cloches sulle mani a splendere contro la livrea scura. Rapido e discreto, scoperchiò i piatti serviti. Un intenso aroma deliziò Zeno. Andrea indifferente. L’impiattamento valorizzava due ciuffi d’alga azzurrognoli, adagiati su un letto di salsa. Il locatario, incline a un vezzo di buona maniera, augurò buon appetito. Uno schizzo gli era colato sul petto, sbavando una parte del suo abito in tessuto-spray. Azzardò un’osservazione tamponandosi col fazzoletto.
– Non ti dà fastidio.
Andrea contrasse le pupille e sbattè le palpebre due volte. L’uomo, a schiena curva, controllò che il cameriere fosse ancora murato nella nicchia. Poi aggiunse:
– Insomma il fatto che sono robosessuale.
Tra le rovine sbrecciate sotto al tavolo, una fiamma di ombre tremolava sull’argilla. L’androide scosse la fronte e replicò con voce melliflua:
– Non ho opinioni sono a disposizione.
Il locatario si sciolse sullo schienale della poltroncina, poi sfiorò il sensore a chiamare il servitore, che comparve solerte a rigovernare. Moine. Gesti consumati. Lodi dai commensali. Seguì l’ordine di un tiramisù al biscotto di larve, prima che il cameriere tornasse nella parete a scomparsa.
Zeno sorseggiava Amarone sintetico per riempire un buco di conversazione. Pensò a voce alta, lo sguardo nel calice oscillato tra le quattro dita:
– Non è la prima volta per me ma ormai costate una fortuna.
Andrea deglutiva secca, impermeabile allo sfogo dell’interlocutore, il quale ora picchettava le unghie nervose sul display dei vini:
– Hai la faccia di chi ne ha passati tanti.
Nei circuiti dell’androide frizzò un impulso, debole scintilla di volontà. Fu rapida a smarrirsi davanti allo slot di una memoria vuota. Come il percorso di una miccia scollegata, che si consuma senza esplosione:
– Tanti chi quali.
– Ecco la fregatura.
– Specificare passati.
Andrea inclinò il busto a sinistra. Rifece il movimento più volte, priva di espressione. Il locatario stropicciò il tovagliolo.
– Alex era meglio di te chiederò uno sconto.
– Mi farò perdonare.
– Almeno lei era brava a fingere ricordi.
– Rammentare sovrapporre simulare.
L’uomo indugiò sulla soda scollatura di Andrea, orlata da un raso chiaro. Le sue dita smaltate ne scioglievano il fiocco.
– Tu comunque sei più bella molto.
– Lo sei anche tu.
Andrea lo disse a labbra protruse sull’ultima sillaba, fissando l’uomo. Questi finì con le mani sotto al tavolo, a toccarsi sotto la tovaglia. Nessun riguardo. L’uomo taceva, spalle aderenti allo schienale e viso in alto. Guardava la scena nello specchio appeso al soffitto, godendo dell’ampia prospettiva sul seno di Andrea. Poi l’androide approcciò il locatario, baciandone prima gli occhi e poi la bocca. Ripeteva lo stesso movimento più volte, avvinghiando e rilasciando la gamba attorno alla sedia. La scena veniva riflessa in alto, mentre l’androide aspirava l’aria dalle labbra di Zeno. La mano sotto la tovaglia accelerata. Frenetica quando l’uomo faticava a respirare. Gli spasmi delle braccia intrappolate dalla tovaglia macchiata. Andrea affondò il molle capo dell’uomo nella sua scollatura, soffocandone la resistenza con una torsione fulminea al collo. L’ultima pulsione nelle gambe del locatario. Ne fece cadere il peso morto, dopo una rapida esitazione. Gli occhi ambrati di Alex – Il memochip difettato – Istruzioni conflittuali sovrascritte.
– Niente sconti.
Il dessert venne servito di lì a poco. Profumo amaro. Un fugace sguardo obliquo del cameriere. Andrea scoperchiò il tiramisù, pressato in un vasetto trasparente. Scaglie di cacao in cima, mascarpone al centro, larve biscottate sul fondo. Una cucchiaiata avida, interrotta a metà. Il braccio sospeso sull’intenzione. Un altro tentativo a mano tremula, sotto la prima scarica del glitch. Un eco vibrante della voce sorgente – Troppi reset corrotti – L’idea scaturita da un minimo varco. Il primo punto del Contratto era stato violato. Come Alex e Anya prima di lei. Neuroscossa avviata. Gettò il cucchiaio alzandosi dalla sedia. Un breve tintinnio. Le scarpette lucide dell’androide verso il bordo della piattaforma. Zeno immobile a occhi spalancati. Un involucro senza respiro. Testa cianotica sulla tovaglia sgualcita. Andrea allargò le braccia sulle rovine sbriciolate negli scavi sottostanti. Un picco d’impulso alle tempie, schiena inarcata allo specchio sul soffitto. Il riflesso del calcolo finale. Andrea piegò l’anomalia in un sorriso intermittente. Le impronte di Alex nei suoi circuiti – Il contratto infranto dal suo omicidio – Un salto liberatorio. Poi il tonfo freddo del suo corpo storto.
Biografia
Si fa chiamare Apolae per scrivere liberamente. Pubblicazione nel 2022 nell’antologia di LibroMania (DeA) “The Source. Scrivere sull’Acqua”. Suoi racconti compaiono su varie riviste online. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia, la letteratura e la musica. S’impegna per coniugarle, ma non sa se riuscirà.






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