di Camilla Azzoni
L’ultima forma di vita intelligente è la novella di Vargas uscita il 10 settembre per Zona42. Si tratta della quarantaduesima e ultima pubblicazione della collana 42Nodi prima del cambio nome in I Nodi.
La novella naviga in un territorio ibrido tra fantascienza, body-horror, filosofia dell’alterità, satira delle nostre istituzioni umane e l’illusione antropocentrica di poter definire e delimitare l’intelligenza.
Tutto inizia quando una cellula ecoterroristica trafuga un micelio sperimentale di Pleurotus hollandi dal laboratorio della Micotech situato a Pollenza Scalo (MC). Liberato in mare, il micelio si nutre di plastica, prolifera e si espande. Tutto secondo programma. Poi, l’imprevisto: mentre cresce, eccolo che evolve in un mega-fungo senziente, una coscienza collettiva che esperisce e assimila.
Non mancano i riferimenti pop, in special modo alla cultura pop nipponica. Con l’organismo che assume dimensioni mastodontiche e si avvicina imponente alle coste giapponesi, il romanzo attinge apertamente all’immaginario dei kaijū (怪獣, lett. “strana bestia”). Il committente dell’esperimento, facente parte di una sorta di gruppo di Illuminati più preoccupati della burocrazia e delle apparenze rispetto alle sorti dell’umanità, messo alle strette, si difende così: “Sì, l’ho fatto finanziare io il fungo. E allora? […] Chi se ne fotte se abbiamo un kaijū in mare. Sono una figata i kaijū.”
Se Godzilla incarna il trauma atomico del dopoguerra, con il boom economico giapponese emergono kaijū legati ai temi ambientali e all’ingerenza umana nella natura. Per citarne alcuni, abbiamo Mothra che rappresenta la natura sacra offesa dall’avidità degli uomini; oppure Hedorah, che è la personificazione dell’inquinamento industriale (o meglio, di una specifica sindrome respiratoria dovuta all’inquinamento); o anche Biollante, nato incrociando i geni di Godzilla e di una rosa, che incarna i rischi della manipolazione genetica.
Ma non limitiamoci al Sol Levante. Si potrebbe avvertire un’eco di The Last of Us e la sua infezione fungina del cordyceps mutato, ma qui non c’è nessuna apocalisse zombesca e l’intelligenza micotica non è attivamente predatoria: accetta quello in cui si imbatte o che le viene offerto. Similmente ad Annientamento di VanderMeer, invece, c’è una biologia terrestre che inghiotte e trasforma, in evoluzione, che risponde a leggi che ancora non comprendiamo. E come l’oceano senziente di Solaris, questa intelligenza cerca di indagarci e di avere un contatto.
Il Pleurotus hollandi, infatti, impara a comunicare. Conosciamo il suo punto di vista perché è tra i narratori e si esprime parlando di sé al plurale: “La vita più grande ci coglie un giorno mentre attendiamo rarefatti nel Resto. Ci accoglie in sé e iniziamo a crescere e mangiare e cambiare alla ricerca di Loro finché non lo troviamo. Complesso, labirintico e nuovo. Ora che parte di Noi è più grande abbiamo ancora fame, ma non abbiamo più fretta.”
Sul versante umano abbiamo un coro di personaggi: un’ecoterrorista che affianca idealismo e goffaggine; un brillante scienziato in fuga, fluente tanto in dialetto maceratese quanto in giapponese, che vuole vedere la creatura fungina che ha messo al mondo, accompagnato da uno ex-yakuza; disperati che cercano un contatto con una forma di esistenza superiore; una lobby paragovernativa che tira le fila del mondo e che deve contenere i danni.
Tutti i narratori umani sono accomunati da un tratto: l’essere inadeguati. Il grottesco diventa un modo per mostrarci quanto gli individui e le loro istituzioni siano minuscoli, soprattutto se messi di fronte a ciò che non riescono a comprendere.
In L’ultima forma di vita intelligente l’alterità non viene dal cosmo, bensì dai nostri rifiuti, dalle nostre plastiche, dalla nostra incuria, dai residui materiali ed emotivi che produciamo senza saperli contenere. L’ecosistema ricicla l’umano, digerisce il suo rifiuto e lo trasforma in un’intelligenza collettiva. Se la vita può emergere dallo scarto, allora il concetto stesso di rifiuto si incrina e deve essere ripensato radicalmente.
Nel mostrarci un organismo che cresce, apprende e canta nostalgia, ci ricorda che ciò che gettiamo via potrebbe essere proprio ciò che, un giorno, ci supererà.
Nessuna fine del mondo all’orizzonte: ma la fine dell’antropocentrismo, quella sì.






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