di Maria Regine

editing a cura di Catherine Hannequart

Illustrazione: si ringrazia l’autrice per aver gentilmente concesso l’immagine


Sul volto pallido, simile a un guscio di uovo d’oca, trovano posto, incastonate sugli zigomi alti e dolcemente incurvati all’insù, gemme scintillanti.

«Gocce di rubino, le più preziose e ricercate», diagnostica Maganna, la saggia del villaggio. «Tranquilla», aggiunge subito dopo con un sorriso complice. «Non sono contagiose, purtroppo per qualcuno.» Maganna sghignazza, facendo tintinnare i grossi pendenti che porta ai lobi. 

Lidia sgrana gli occhi e si limita ad annuire. 

Aveva sentito nominare le gocce di rubino, decantate dagli anziani del villaggio e in bella vista su alcuni volti rugosi e scavati, ma era raro trovarne su visi giovani e inesperti come il suo. Persino su quello di Maganna, che ha un’età compresa tra sessanta e un milione di anni, non comparivano. 

Un grosso arco di tufo costituisce l’ingresso della bizzarra casa a un piano e mezzo dove vive Maganna. Lidia viene fatta accomodare in una stanza in cui, a malapena, sono sistemati un tavolo in rovere e un’infinita successione di scaffali ingombri di libri, ampolle e barattoli di qualsivoglia misura. Ogni abitante del villaggio si rivolge alla donna per trovare soluzione a un problema e anche Lidia non è da meno, sebbene abbia rimandato per mesi l’incontro, impaurita. 

Le strane protuberanze in volto le erano comparse all’improvviso, crescendo di numero gradualmente, ma con costanza. In principio non ci aveva badato, ma con il passare dei giorni erano diventate troppo evidenti e impossibili da ignorare. 

«Non c’era bisogno che venissi fin quassù», borbotta Maganna tranquillizzandola. «Avrai dovuto prendere la funivia. Aspetta, ti procuro qualche moneta per il biglietto del ritorno.» Inizia a frugare nelle tasche del suo grembiule.

«Non occorre, la ringrazio!» risponde Lidia. «Mi piace camminare.»

La saggia strabuzza gli occhi. «Bambina cara, arriverai esausta!»

In effetti la strada da percorrere era molto lunga. La casa di Maganna si trovava in cima a una maestosa e verdeggiante montagna, ai piedi della quale si sviluppava il resto del villaggio. Gli abitanti erano soliti usare la funivia per spostarsi con facilità da un punto all’altro, ma non Lidia. Camminare non le era mai pesato, anzi le piaceva stare a contatto con la natura: i prati sembravano più verdi, le cicale frinivano più rumorosamente; i venti, smuovendo le fronde degli alberi, accompagnavano i suoi passi per antri e sentieri inesplorati. Lungo la strada, Lidia aveva scorto una fila di anatre sbucare da dietro un cespuglio. I raggi del sole avevano illuminato le loro penne verdognole, rischiarandole come porfido in una cava di marmo. Le aveva seguite, stando attenta a non fare rumore, ma fortunatamente le anatre starnazzavano così forte da coprire i suoi passi. Le pennute le avevano ricordato un esercito che marcia compatto e, quando raggiunsero il laghetto, le loro zampe sbatacchiarono in acqua producendo un suono che la fece sorridere. 

«Vuoi venire a fare il bagno con noi?» si sentì chiedere.

«Non posso», rispose. «Magari la prossima volta.»

Lidia controlla l’orologio al polso. Se si sbriga potrebbe incontrarle di nuovo. Si sistema per bene la tracolla sulla spalla, mentre con la mano libera si gratta uno zigomo. Quegli affari sono davvero fastidiosi! 

Maganna sembra leggerle nella mente. «Non sarà per sempre. Il prurito, intendo», la rassicura. 

La saggia estrae da un sacchetto di tela delle bacche di ginepro e le versa in una teiera dal becco scheggiato. «Le gocce di rubino potrebbero esserlo invece, dipende cosa deciderai di farne.»

Lidia alza un sopracciglio. «C’è la possibilità che spariscano?»

La teiera borbotta su un fornellino da campo sistemato su uno sgabello. «Se è quello che vuoi…» 

Lidia sbuffa, soffiando via un riccio ribelle dalla fronte. «Certo che voglio! Sono orribili.»

Maganna la guarda sorpresa.

«Sì», rimarca Lidia. «Mi sembra di andare in giro perennemente febbricitante o, peggio, con la varicella.» Si lascia cadere su una poltroncina di velluto blu, fa scivolare la borsa sul pavimento. «È che non ne posso più, Maganna. Ci sono delle persone a cui queste cose», dice indicandosi il viso, «non piacciono. Ridono di me e della mia faccia arrossata e foruncolosa. Nessuno crede che siano delle gocce di rubino. Come potrebbero del resto?»

Lidia ha perso il conto di quante occhiatacce di scherno la squadrano all’uscita da casa, delle lingue malevole che si burlano di lei. Anche a causa di ciò, ha smesso di prendere la funivia: all’interno delle minuscole cabine, spesso affollate, Lidia si sente come un pesce dentro una boccia di vetro. Troppe persone, troppi sguardi curiosi sul suo viso. 

La stanza si inebria del profumo di ginepro. Lidia sospira. Lacrime traditrici le solcano il viso. «Si sbaglia, Maganna, nessuno vorrebbe essere contagiato da me.»

Per qualche secondo l’unico rumore che si sente è il fischio della teiera. Maganna si precipita a spegnere i fornelli e a rimescolare l’infuso. Quando inizia a parlare la sua voce è lenta e affettuosa. «Le gocce di rubino sono un dono della dea Ruber e la loro apparizione non è mai lasciata al caso. Per la prima volta comparvero sulle braccia di una bambina di appena sette anni. La dea Ruber semina solo su terreni fertili e propositivi. Proprio come te, quella bambina era diversa da tutte le altre persone, ma è quella bambina che dobbiamo ringraziare oggi.»

Lidia conosceva la storia. Secondo la leggenda, la bambina era in grado di controllare gli elementi della natura: grazie a questo dono riuscì, durante una tempesta, a respingere le correnti impetuose del mare che stavano minacciando il villaggio. Per questo motivo, la bambina venne marchiata sulle braccia dall’incastonatura di gocce di rubino dalla dea Ruber, come premio alla sua bontà e al suo coraggio. 

Maganna versa l’infuso in due tazzine e ne porge una a Lidia. La giovane è grata di avere qualcosa tra le mani che le permetta di nascondere il tremolio delle dita. 

La saggia non lo nota o, forse, fa finta di nulla. Dalla finestra osserva un merlo su un ramo di frassino. «Le persone possono essere molto stupide», mormora prima di lasciarsi andare a un sorriso, «o molto invidiose. Il fatto è che credono che solo qualcuno che abbia vissuto una lunga vita possa aver sviluppato talenti e capacità tali da meritare certi onori. L’esperienza non va confusa con l’animo e tu, Lidia, hai un animo davvero prezioso.»

Lidia fissa il cinturino dei suoi sandali, le parole di Maganna la rendono scettica e incerta. È convinta che non ci sia nessun abitante del villaggio che possa considerarla una persona d’animo prezioso, tutt’al più bizzarro. Nessuno passa tanto tempo nei boschi come lei, nessuno si premura di non smuovere i nidi di formiche o di stare attenta a non calpestare i germogli appena nati. 

Non conosce nessuno che si sia trovato a condividere il pranzo con un tasso e che abbia domandato a quest’ultimo se lavora all’agenzia delle dogane; così come crede che a nessuno sia venuto in mente di suggerire alle lucertole di proteggersi con la crema solare. Solo Lidia è in grado di avvertire il cambiamento della direzione dei venti e l’alzarsi o l’abbassarsi delle maree. Percepisce la migrazione delle rondini e la schiusa delle uova di tartarughe. Questa sua unicità l’ha fatta sentire molto spesso sola e persa. 

Maganna posa la tazzina e appoggia entrambe le mani sul tavolo retrostante. 

«Gli sciamani parlano delle gocce di rubino come di sedimenti di vita, culle di forze pure e vitali. La dea Ruber ha visto in te un grande potenziale, ma solo tu puoi decidere se continuare a prendertene cura o no.» Maganna ha ripreso a parlare, ora la sta guardando e la sua voce ha assunto un tono solenne. «È una grande responsabilità e richiede un’elevata dose di coraggio. Quelle», dice, facendo svolazzare un indice ossuto in direzione degli zigomi di Lidia, «spariranno se lascerai che il giudizio di un gruppo di sconosciuti sia più importante della tua vera natura.»

Lidia si accarezza le guance. Sotto i polpastrelli i rubini sembrano quasi vivi, hanno forme e dimensioni diverse. Alcuni di questi sono smussati, altri più taglienti, quasi pericolosi. 

«Pensaci bene», esorta Maganna. «Inizia a osservare te e il tuo viso sotto un’altra luce, ma, Lidia…» Maganna le si è avvicinata. Ha un’espressione quasi materna in viso e con delicatezza le alza il mento. «…non dimenticare mai che persona incredibile tu sia.» 

Lidia annuisce commossa: «Non lo dimenticherò». 

Maganna le strizza un occhio. «Anche le persone incredibili devono riposarsi di tanto in tanto. Che ne dici di prendere la funivia per tornare a casa? E poi sai che ti dico? Potrebbe essere una grande opportunità guardare il mondo da un finestrino, potrebbe darti una prospettiva tutta nuova su ciò che ti circonda.»

Con ritrovato ottimismo, Lidia ingurgita tutto d’un fiato la tisana ormai fredda. Recupera la borsa da terra e si mette in piedi. Schioccando un bacio per guancia a Maganna, si precipita verso l’ingresso. «Ha ragione, devo andare!» 

«Lidia!» Maganna l’afferra per un braccio. «Prima che tu vada, ricordati di svegliarti.»

Lidia inclina la testa confusa. «Come?» 

Maganna le prende il volto tra le mani. «Svegliati, Lidia.»

«Terra chiama Lidia.»

Uno schiocco di dita mi fa ridestare da un sogno ad occhi aperti.

«Uhu, mi senti?» È Emma, la mia compagna di banco.

«Sì, scusa, non so cosa mi sia successo.»

«Sembrava ti fossi incantata. Dai, andiamo, la lezione è finita.»

Mi rendo conto che siamo le uniche rimaste ancora in aula e mi affretto a recuperare lo zaino. Emma mi parla di quanto oggi sia stata noiosa la professoressa, ma l’ascolto a malapena. Non ricordo cosa abbia detto, né di essermi addormentata. Se fosse successo sarei stata di certo sgridata, eppure quello che ho fatto sembrava proprio un sogno. O un viaggio in un mondo distante e sconosciuto, sebbene ci fosse qualcosa di familiare in quelle immagini. I corridoi della scuola sono deserti, tutti si sono già ammassati nel cortile. D’istinto abbasso la testa e cammino svelta. Emma mi viene dietro col fiatone.

«Mamma ci sta aspettando in auto», la sento dire alle mie spalle.

Mi fermo di botto ed Emma finisce dritta contro il mio zaino. «Credo proprio che questa volta prenderò il treno», dico senza riflettere.

La bocca di Emma si spalanca per la sorpresa. «Ma sei sicura? Che mi dici di—»

Faccio un gesto di noncuranza con la mano. «È solo acne. Non posso vergognarmi per sempre.»

«Wow! Non la pensavi così stamattina. Ti hanno fatto un incantesimo mentre ero distratta?»

Ridacchio ripensando a Maganna e a quello strano sogno. 

«Sai che ti dico, Lidia? Qualunque cosa sia successa, continua così. Sbattitene!»

Il rumore di un clacson ci fa voltare. «Devo andare», dice Emma allontanandosi. «Scrivi quando sei a casa.»

«Lo farò.» 

Quando arrivo alla stazione mi sento quasi disorientata. Sono mesi che non prendo il treno, preferisco nascondere me e i miei brufoli da occhi indiscreti. Nonostante il tempo trascorso, i miei piedi sembrano guidarmi al binario, facendo a zigzag tra pendolari in ritardo e turisti con valigie al seguito. Il treno arriva puntuale e scelgo un posto accanto al finestrino. 

Sospiro allentando la tensione. Mi guardo in giro, ma sembra che nessuno faccia caso a me. Sprofondo nel sedile e mi libero dallo zaino ingombrante. Con un fazzoletto mi tampono la fronte sudata, stando attenta a non irritare la pelle. Dal finestrino li intravedo, in bella vista sugli zigomi pallidi: foruncoli tondi e arrossati. Ci passo sopra la punta delle dita. 

“Gocce di rubino, le più preziose e ricercate.”

Per qualche motivo ho ancora in mente quel sogno e ripenso alle parole di Maganna, nel frattempo il treno prosegue la sua corsa e davanti a me si susseguono cieli azzurri, panorami cementati, palazzine e incolte vegetazioni. Il passaggio da una stazione a un’altra mi incanta e mi fa ricordare come sia piacevole la sensazione di poter raggiungere qualsiasi luogo senza dover dipendere da nessuno. Per troppo tempo la paura del giudizio sul mio aspetto mi ha precluso questa possibilità. 

Mi soffermo a guardare i cavi elettrici che corrono sopra la mia testa. Mi ricordo di quando, da bambina, immaginavo di appigliarmici come fossi una scimmietta che saltella da una liana all’altra.

Chissà che aspetto ha la funivia del villaggio di Maganna… 

Una canzone a tutto volume mi fa ridestare di colpo. Proviene dal cellulare di uno dei ragazzi riuniti in gruppetto in fondo al vagone. Sento l’impulso di nascondere il mio viso, ma nessuno di quei ragazzi sta facendo caso a me. Maganna aveva ragione. 

Frugo nella tasca e recupero il mio cellulare. Per una manciata di secondi mi mordicchio le labbra e fisso lo schermo nero. È una perdita di tempo, non è così? Del resto è stato solo un viaggio ad occhi aperti… 

Prima di rendermene conto sto digitando sulla barra di ricerca. 

Dea Ruber, gocce di rubino 

Mi vengono snocciolati una serie di link che mi rimandano a blog e a consigli per gli acquisti di pietre preziose. Mi do della sciocca per aver pensato alla possibilità che potesse trattarsi di una storia vera. Sto per desistere, quando l’occhio mi cade su un titolo. Non posso credere a ciò che leggo. 

“La leggenda di Maganna, la prima bambina protetta dalla dea Ruber.”

«Signorina?» 

Trasalisco. 

Una donna in divisa è a un passo da me. 

«Biglietto per favore.»

«Sì, certo», rispondo frugando nella tasca del giubbotto. «Ecco a lei.»

«La ringrazio. Si sta godendo il viaggio?» 

Corrugo la fronte, facendo alternare lo sguardo dal telefono che ho ancora in mano al finestrino. «È di certo un viaggio particolare», aggiungo soffermandomi poi sul suo viso. 

Quando mi ridà il biglietto, vengo assalita da un profumo familiare. Il treno sta decelerando.

«Non fatico a crederlo.» 

La risposta mi prende in contropiede, ma prima che possa chiederle a cosa si riferisca la vedo allontanarsi. 

«Buon proseguimento.»

«Aspetti», ho solo il tempo di dire. «Cos’è questo profumo?» 

La donna mi strizza un occhio, prima di sparire oltre le porte scorrevoli del vagone. «Bacche di ginepro.»

Il treno riparte e io mi lascio andare a una risata. 

Biografia

Maria Regine nasce ad Ischia nel 1997. Si laurea nel 2023 a Napoli in Storia dell’arte. Ha collaborato con la piattaforma podcast Favolose come autrice di racconti per l’infanzia. Altri suoi racconti sono apparsi su L’equivoco e Micorrize.

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