di Nicola Ianuale

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: si ringrazia l’autore per aver gentilmente fornito l’immagine


“I love her and that is the beginning

and end of everything”

New York, 3 aprile 1920. Si sposano Scott Fitzgerald e Zelda Sayre: i due “belli e dannati” dei ruggenti anni ’20. Che sono belli lo sanno, che saranno dannati glielo insegnerà la dura realtà, piena di trappole e delusioni. Quel giorno, però, Scott e Zelda sono solo giovani ed euforici. Lui è lo scrittore più letto del momento, lei la debuttante più ambita di Montgomery. Convolano a nozze nella cattedrale di San Patrizio. Adesso li aspetta la vita e, soprattutto, un nuovo grande romanzo, il loro: unico, brillante, decadente.

Scott Fitzgerald

Francis Scott Key Fitzgerald nasce a Saint Paul il 24 settembre del 1896 da una famiglia medio borghese del Minnesota. Cresce introverso, acculturato, a tratti mitomane, riflessivo, spavaldo. La sua grande passione è la letteratura, infatti sogna una carriera da romanziere. Dopo il diploma, nel 1913 si immatricola all’Università di Princeton e, durante le vacanze di Natale del 1914, incontra il suo primo amore, la debuttante Ginevra King, figlia sedicenne di una ricca famiglia dell’Illinois. La ragazza è iscritta a una scuola femminile del Connecticut, ma né la distanza né la differenza di ceto sociale sono un problema. Si amano e si frequentano, almeno fino all’agosto del 1916, quando i genitori di lei spingono Ginevra a interrompere la relazione. Non vedono di buon occhio le attenzioni di Scott: pretendono qualcuno di più altolocato, qualcuno in grado di garantire alla figlia un alto tenore di vita.

Il dolore è grande, e Scott vorrebbe morire. Ma in che modo? La risposta giunge dall’Europa. Il 6 aprile del 1917, gli Stati Uniti entrano in guerra e Scott decide che cercherà un’onorevole fine sui campi di battaglia. Si arruola il 26 aprile; a novembre raggiunge Fort Leavenworth per l’addestramento. Nel frattempo, inizia la stesura di un romanzo semiautobiografico, L’egotista romantico, in cui riversa ambizioni e delusioni, oltre al tragico esito dell’amore per Ginevra. A febbraio del 1918, il manoscritto è pronto. Lo invia alla Scribner’s, una casa editrice newyorkese, e mentre attende il responso viene trasferito a Camp Sheridan, in Alabama.

Nel profondo sud degli States, si dà agli eventi mondani e a luglio partecipa a una festa al Country Club della vicina Montgomery. Grazie al fascino della divisa, che cela il suo status di giovane squattrinato, non ha problemi a relazionarsi con le ragazze di buona famiglia della città. Ma solo una farà breccia nel suo cuore spezzato: una figura bionda, dal fisico slanciato e sensuale: la debuttante Zelda Sayre.

Zelda Sayre

Nata a Montgomery il 24 luglio del 1900, Zelda è l’ultimogenita del rispettabile giudice Anthony Dickinson Sayre. Bimba vivace prima, adolescente scapestrata poi, nel fiore dei suoi anni è un vulcano: viziatissima, vanitosa, ma anche la ragazza più ambita. In città la conoscono tutti, sia per l’avvenenza sia per i suoi modi di fare. Beve e fuma, va a ballare, frequenta più ragazzi contemporaneamente. Ama essere corteggiata, sa innamorarsi in un secondo e scocciarsi l’istante dopo.

L’incontro con Scott è qualcosa di indescrivibile. Lui è rapito dal suo sguardo magnetico, da quel fascino da femme fatale. Le parla delle sue ambizioni letterarie edella vita militare. Lei, estroversa, sembra in un primo momento irretita da quel giovanotto introverso e intellettualoide. Si frequentano per un po’, si scambiano lettere e baci. Ad agosto, l’editor della Scribner’s, Max Perkins, scrive a Scott per comunicargli che, anche se ha del potenziale, L’egotista romantico va perfezionato. Nemmeno il secondo invio avrà successo. Manca ancora qualcosa al romanzo: manca il dolore legato a un personaggio che entrerà in gioco solo nella terza stesura. Quel personaggio è Zelda.

Il matrimonio e Di qua dal paradiso

Ai primi di novembre, tutto è pronto per la partenza in Europa, ma la guerra finisce e Scott si ritrova bloccato a Camp Miles, Long Island. Con Zelda, è come se fossero fidanzati. Le scrive e le fa visita per non perderla, per tenerla aggrappata a sé. Al povero Scott, infatti, sembra quasi di vivere un déjà vu. I Sayre non approvano; non vedono in lui un buon genero, qualcuno in grado di badare economicamente alla viziatissima figlia. D’altro canto, nemmeno Zelda gli fa dormire sonni tranquilli. Nonostante l’infatuazione per Scott, continua a partecipare alle feste e a flirtare con i ragazzi. A volte lo ama, a volte no. A volte scrive lettere affettuose, a volte le sue parole sono fredde, apatiche. Scott, geloso e frustrato, tenta il tutto per tutto e le manda per posta un anello di fidanzamento. Zelda accetta, ma non vuole fissare una data. Serve stabilità economica; allora, Scott si trasferisce a New York, dove spera di vendere qualche racconto. Ottiene solo un lavoro mal pagato in un’agenzia pubblicitaria.

Paure e frustrazioni aumentano e, a giugno del 1919, la situazione precipita. Zelda si reca ad Atlanta per assistere a un torneo di golf. Amoreggia per qualche giorno con il giovane professionista Perry Adair, che in segno d’affetto le regala un suo distintivo. Torna a casa contenta, ma, ripensando a Scott, fa marcia indietro e restituisce il dono via posta. Allega una lettera edulcorata sui motivi del rifiuto; nel frattempo, scrive anche a Scott, ma finisce per spedire all’uno la lettera dell’altro. Succede il finimondo. Scott è furioso, minaccia di non volerla vedere mai più. Lei riesce a tranquillizzarlo, salvo poi rompere il fidanzamento, perché i soldi continuano a non arrivare. 

Depresso, Scott si rifugia nell’alcol e passa un’intera settimana ubriaco. A luglio, decide di fare un ultimo tentativo con la letteratura. Torna a Saint Paul: ribalta la veste formale del romanzo, lo riscrive, lo espande, aggiunge la sua disavventura con Zelda e cambia il titolo in Di qua dal paradiso. A settembre, Max Perkins – con cui stringerà un legame quasi fraterno durato tutta la vita – gli comunica che Scribner’s pubblicherà il manoscritto. Adesso, le prospettive di grandi guadagni sono concrete e Scott può recarsi in pompa magna a Montgomery.

Di qua dal paradiso esce il 26 marzo del 1920. Nei primi due giorni vende circa 3.000 copie; dopo un anno, arriverà a ben 50.000. Si tratta di un romanzo generazionale – intimo, filosofico, rivolto ai giovani – e il riscontro di critica e pubblico non tarda ad arrivare. Il successivo 3 aprile, lo scrittore più letto del momento sposa colei che diventerà la sua compagna di scorribande, l’altra metà degli iconici Fitzgerald.

Gli anni in Francia

Siamo nell’Età del Jazz – “un’epoca di miracoli, d’arte, di eccessi”, come la definirà Scott anni dopo – e i novelli sposi si consacrano come il simbolo dell’euforia giovanile. Fanno scandalo, sono scatenati; rappresentano la spensieratezza del dopoguerra, due modelli da imitare. I giornali li cercano escrivono di loro. Il pubblico legge e fantastica.

Dopo il matrimonio, segue un periodo sregolato a base di alcol, feste ed eccessi di ogni sorta. Non conoscono limiti, sperperano soldi come se non ci fosse un domani. Non hanno fissa dimora – e non l’avranno mai – perché il mondo ha tanto da offrire per due persone come loro, che non vogliono annoiarsi e star ferme in un posto. Sul fronte professionale, la carriera di Scott va a gonfie vele: le riviste pagano a peso d’oro i suoi racconti, ed è in cantiere un secondo romanzo, Belli e dannati, che uscirà a marzo del 1922. Tutto cambia quando, il 26 ottobre del 1921, Zelda partorisce la loro unica figlia, Frances “Scottie” Fitzgerald. Servono altre entrate. Niente romanzi e racconti vuol dire niente soldi, niente soldi vuol dire niente tenore di vita alle stelle. La buona volontà c’è, ma calma e quiete vengono costantemente interrotte da feste e baldorie con gli amici di sempre. La soluzione è andare in Europa, fra Parigi e la Costa Azzurra, per allontanarsi da ogni distrazione.

A maggio del 1924, si stabiliscono a Saint Raphael: mentre Scott è alle prese con la stesura de Il grande Gatsby, Zelda si abbronza, prende il sole, nuota, va a ballare… e si invaghisce di Edouard Jozan, un giovane aviatore francese. L’estate del ’24 è l’estate della crisi. Zelda chiede il divorzio, Scott rifiuta e chiude in casa la moglie. Forse, lei tenta anche il suicidio, ma, nel giro di qualche settimana, la situazione rientra e tutto torna come prima. Cosa sia davvero successo, è ancora oggi un mistero. Qualcuno dirà che Zelda e Jozan hanno avuto una relazione carnale; altri negheranno, sposando piuttosto l’idea di un amore platonico o di una semplice ossessione di Zelda. Il diretto interessato, anni dopo, liquiderà la faccenda con queste parole: “Quei due avevano entrambi bisogno del dramma. Lo inventavano e forse erano vittima della loro instabile e un po’ morbosa immaginazione”.

Anche se la crisi è superata, i rapporti fra Scott e Zelda sono più tesi che mai. Il 10 aprile del 1925, esce Il grande Gatsby. La critica propende per il capolavoro – T. S. Eliot lo definirà: “Il primo passo in avanti che il romanzo americano abbia fatto dopo Henry James” – ma le vendite stentano a decollare, e i problemi finanziari si ripercuotono sulla vita di coppia. Ormai è un continuo fuoco e fiamme. I Fitzgerald bevono, litigano e fanno pace; un giorno si amano e quello dopo si odiano. Intanto, vivono l’euforia dei ruggenti anni ’20 a Parigi, patria degli artisti americani espatriati in Europa. Scott fa amicizia con Hemingway, frequenta il salotto di Gertrude Stein, vive a contatto con la crème de la crème della génération perdue. Dal suo canto, Zelda sembra schiacciata dall’ombra del marito. Esce, partecipa alle feste e beve, scrive racconti e dipinge, litiga con Hemingway – si odieranno a vicenda per tutta la vita – e inizia a manifestare un certo disagio esistenziale. Finisce per trovare rifugio in una sua vecchia passione giovanile, la danza, e, nel 1929, diventa allieva della celebre étoile russa Ljubov’ Nikolaevna Egorova. È l’inizio della fine, il punto di non ritorno.

La danza e la schizofrenia

La sua è una vera e propria ossessione, un percorso autodistruttivo che raggiunge l’apice nell’estate del ’29. Zelda vive in un mondo tutto suo: non parla di nient’altro se non della danza, frequenta solo ballerine e sottopone il suo fisico da ventinovenne a infinite sessioni di allenamento. Oltre alle lezioni, a casa balla davanti allo specchio per gran parte della giornata; lo fa fino a cadere esausta in una pozza di sudore. Sviluppa nei confronti di Madame Egorova un attaccamento tanto morboso da giustificarlo dichiarandosi lesbica. Inoltre accusa Scott di essere a sua volta omosessuale e di avere Hemingway come amante. Il marito reagisce attraverso la gelosia e l’alcol. Ancora non sa che nella moglie è detonata la bomba della malattia mentale.

In estate, Zelda è al limite: appare sofferente e instabile. A ottobre, mentre tutta la famiglia al completo sta viaggiando in macchina diretta a Parigi, la donna afferra il volante e cerca di sterzare verso un burrone. Seguono allucinazioni, voci, paranoie, momenti di smarrimento. Ad aprile del 1930 la situazione è critica, e Scott la fa ricoverare in una clinica. Zelda cammina avanti e indietro per i corridoi, è irrequieta, vuole allenarsi con Madame Egorova. Dopo due settimane, la paziente non ne può più. Torna a casa contro il parere dei medici e riprende a danzare in maniera ossessiva. Ricominciano le voci, i vaneggiamenti, i momenti di smarrimento – tenta anche il suicidio – e il 5 giugno Scott, disperato, la porta in Svizzera nella clinica Les Rives de Prangins, diretta da Oscar Forel. Il medico propende per la schizofrenia, ma, prima di formulare una diagnosi certa, chiede un consulto al dottor Eugen Bleuler, psichiatra svizzero di gran fama. Nel frattempo, si investiga sulle cause, in particolare sulla danza. Per via epistolare, Madame Egorova conferma a Forel e Scott che Zelda ha iniziato a ballare troppo tardi, quindi non sarebbe mai potuta diventare una prima ballerina d’eccezione, come sognava. Sul fronte coniugale, la paziente insiste nell’individuare nell’alcolismo del marito il fattore scatenante della malattia; tesi prontamente smentita da Forel e Bleuler che, dopo mesi di osservazione, comunicano l’esito delle indagini: si tratta di un grave caso di schizofrenia annidata nell’infanzia ed esplosa 5 anni prima.

Lasciami l’ultimo valzer

Scott, che è alle prese con la stesura del suo quarto romanzo, Tenera è la notte, ispirato alla vita da espatriati americani in Costa Azzurra, lascia Scottie a Parigi con la governante e rimane in Svizzera accanto alla moglie. Non sempre possono vedersi, ma le scrive in continuazione e le invia spesso dei fiori. Il problema è che la corrispondenza diventa anche il teatro di un confronto coniugale, di una battaglia fatta di rimbalzi di colpe da un lato all’altro.

Ad esempio, nell’estate del 1930, Zelda dice: “Davi la colpa a me quando i domestici si comportavano male, e pretendevi che istillassi loro il giusto rispetto per un uomo che una mattina dopo l’altra vedevano dormire vestito, che spessissimo tornava a casa la mattina presto, che non riusciva nemmeno a sedersi a tavola”.

E ancora: “Il tuo modo di presentare la situazione è pure poetico, anche se non ha niente a che fare con la realtà: tu che lavori per preservare la famiglia e io che lavoro per abbandonarla. Se così descrivi lo sforzo assolutamente minimo che mettevi sia nel tuo lavoro sia nel nostro reciproco benessere, senza alcuna speranza o progetto per il futuro, salvo i vaghi capricci che ti spingevano da un posto all’altro, ti invidio i processi mentali capaci di distorcere così le condizioni reali in un atteggiamento di rettitudine a tuo favore”.

Le lettere degli anni ’30 saranno quasi tutte così: un crescendo di odio e amore reciproco, di cose rinfacciate e promesse rinsaldate. Lei è fredda, lunatica, poi diventa amorevole, affettuosa. Lui, invece, anche se quasi sempre sulla difensiva, cerca comunque di fare il possibile: legge libri di psichiatria, si informa, fa domande ai medici e propone piste da seguire. Si ricongiungeranno poche volte e per brevi momenti; vivranno a distanza, spesso parleranno anche di divorzio, ma non smetteranno mai di essere marito e moglie, una coppia, i Fitzgerald.

Sul fronte finanziario, le cure di Zelda costano, proprio come le spese legate all’istruzione di Scottie, per cui Scott pretende il meglio. Le royalties dei vecchi libri non bastano. La soluzione è scrivere come un forsennato, sfornare racconti su racconti da vendere alle riviste, chiedere prestiti, anticipi e promettere di ripagare tutto dopo la pubblicazione di Tenera è la notte.

Il 15 settembre del 1931, Zelda viene dimessa e i Fitzgerald si stabiliscono a Montgomery. A novembre, Scott riceve un’offerta allettante: lavorare alla sceneggiatura di un film prodotto da Irving Thalberg, pezzo grosso della Metro-Goldwyn-Mayer (MGM) e futuro ispiratore del suo ultimo romanzo postumo. Col marito a Hollywood, Zelda è di nuovo vittima della schizofrenia e, a febbraio del 1932, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica di Baltimora, dove, in primavera, inizia un romanzo autobiografico, Lasciami l’ultimo valzer. I medici la incoraggiano, ma non sanno che Zelda sta usando, proprio come Scott con Tenera è la notte, l’esperienza in Costa Azzurra come soggetto. Terminata la stesura, manda di sua iniziativa il manoscritto a Max Perkins e solo in un secondo momento avvisa il marito. Leggendolo, Scott va su tutte le furie e prega la Scribner’s di ritardare il responso: prima vuole imporre dei tagli e scongiurare un conflitto di interessi. Dopotutto, non possono uscire due romanzi che trattano la stessa storia. Zelda accetta di buon grado e Lasciami l’ultimo valzer finisce sugli scaffali a ottobre, non incontrando né il favore della critica né quello del pubblico: una stroncatura totale.

Eppure, Zelda non si arrende: vorrebbe scrivere un secondo romanzo, ma Scott si oppone. Ne nasce un braccio di ferro coniugale che si conclude il 28 maggio del 1932, quando marito e moglie, in presenza di una stenografa e dello psichiatra Thomas Rennic in veste di mediatore, discutono la questione con toni accesi. Per ore, si vomitano addosso rabbia e frustrazioni: lei con sarcasmo e ironia; lui con odio e disillusione.

Dice Scott: «Tu sei una scrittrice di terz’ordine e una ballerina di terz’ordine. Paragonarti a me è come paragonare… No, non c’è proprio alcun paragone possibile. Io sono uno scrittore professionista, con un enorme seguito di lettori».

Zelda risponde: «Mi sembra che tu te la prenda con troppa violenza con questo talento di terz’ordine… Perché diavolo sei così geloso, non lo so. Se io pensassi questo di qualcuno, non mi preoccuperei di ciò che scrive».

I medici danno ragione a Scott: lavorare a un romanzo sarebbe troppo impegnativo per la salute cagionevole di Zelda; meglio dedicarsi a qualcosa di più semplice, come la pittura o i racconti brevi.

Gli ultimi anni

Ad aprile del 1934, in piena Grande Depressione esce Tenera è la notte, il quarto romanzo di Scott. Critica e pubblico non rispondono bene, le finanze dei Fitzgerald colano a picco e, all’alba del ’35, il ritorno ai fasti del passato sembra un’utopia. La stessa Zelda si definisce “un guscio vuoto” e, nell’aprile del 1936, è necessario un ricovero in quella che, facendo un po’ dentro e fuori, sarà la sua ultima dimora.

Scrive Scott a un’amica: “Sto portando Zelda in una casa di cura di Asheville (in Carolina del Nord; n.d.r.). Non ci sono stati miglioramenti, anche se la nube suicida si è diradata. […] Ora Zelda afferma di essere in contatto diretto con Gesù Cristo, Guglielmo il conquistatore, Maria Stuarda, Apollo e con tutti i classici personaggi delle barzellette sui matti”.

Con le spese dell’Highland Hospital di Asheville da pagare, e un debito di circa 40.000 dollari con vari creditori, a luglio del 1937, Scott accetta l’ennesima chiamata da Hollywood della MGM. L’amore per Zelda c’è ancora, ma appare lontano, sbiadito. Fra rabbia e rancore – tutti elementi che appaiono e scompaiono in maniera incontrollata nel loro epistolario – una normale vita coniugale è impossibile. Scott lo sa – lo ha accettato da tempo – perciò trova rifugio fra le braccia di Sheilah Graham, un’avvenente giornalista bionda che, ai suoi occhi, ricorda tanto una versione giovane e sana della moglie. Lei farà per lui ciò che Zelda non ha mai fatto: se ne prenderà cura e cercherà di salvarlo.

Sul fronte professionale, l’ultima esperienza hollywoodiana si conclude con un nulla di fatto. L’unico film tratto da una sua sceneggiatura è Tre camerati, di Frank Borzage; di conseguenza, la MGM non gli rinnova il contratto. Diventato un freelance – quindi non legato ad alcuno studio – a maggio del ’39 fa un ultimo viaggio con la moglie, destinazione Cuba. La vacanza va bene, ma Scott, all’apice dell’alcolismo, atterra in America ubriaco fradicio e finisce in ospedale. Non si vedranno mai più. Zelda torna in clinica e lui a Hollywood.

Grazie a Sheilah smette di bere e, a ottobre, inizia la stesura del suo romanzo incompiuto: L’amore dell’ultimo milionario, un lucido affresco sullo star system hollywoodiano. Max Perkins accoglie con entusiasmo il progetto e gli paga un anticipo, ma lo stress psico-fisico degli anni ’30 ha fatto danni irreparabili e, a novembre del 1940, Scott è vittima di un primo attacco di cuore. Scampato il pericolo, il 20 dicembre, al cinema con Sheilah si sente male. Supera la crisi, va a dormire come se nulla fosse e, il giorno seguente, si sveglia in buona salute. Prende il caffè, fa le sue cose, dopo pranzo legge il giornale sulla poltrona e a un certo punto si alza. Cerca invano di aggrapparsi alla mensola del camino e cade a terra rantolando. Non c’è più nulla da fare. Un infarto se lo porta via ad appena 44 anni.

Zelda sopravvive al marito otto anni. Il 10 marzo del 1948, muore in un incendio scoppiato all’Highland Hospital di Asheville e, in un primo momento, viene sepolta accanto a Scott al Rockville Union Cemetery. In seguito, Scottie riuscirà ad assecondare le ultime volontà del padre e spostare entrambi al cimitero della chiesa cattolica di St. Mary. Il suo ultimo regalo ai genitori è una lapide con sopra incisa la frase finale de Il grande Gatsby: “Così, seguitiamo a remare, come barche controcorrente, risospinte, senza posa, nel passato”.

Una coppia autodistruttiva

Chiusa la loro vicenda terrena, resta da rispondere a una domanda cruciale: Scott e Zelda Fitzgerald erano una coppia autodistruttiva – questo è un dato di fatto – ma chi dei due tarpò le ali all’altro? L’argomento era fonte di dibattito già fra i loro amici intimi. Ad esempio, Hemingway vedeva in Zelda un freno all’incredibile talento del marito.

In una lettera del 1934 scrisse: “Amico mio, tu non sei un personaggio tragico. Neanche io. Siamo solo scrittori e quel che dobbiamo fare è scrivere. […] Tu sei quello che ha più bisogno di disciplina nel lavoro e invece hai sposato una donna che è gelosa del tuo lavoro, che vuole entrare in competizione con te e rovinarti. Non è una situazione semplice e ho pensato che Zelda fosse pazza la prima volta che l’ho vista, e tu hai complicato ancora di più la faccenda innamorandoti di lei”.

D’altro canto, lo stesso Scott accusò a più riprese la moglie di aver interferito con la propria carriera da romanziere. Ma perché? Zelda era in cerca di una sua identità, di un talento, e proprio l’ossessione per la danza e la convinzione di poter diventare una grande ballerina ne è un esempio.

Il problema, però, era anche e soprattutto a monte: avevano due caratteri inconciliabili.

Quando avevo la tua età vivevo con un grande sogno”, disse Scott alla figlia nel 1938. “[…] Poi un giorno il sogno si divise, quando decisi dopotutto di sposare tua madre, anche se sapevo che era viziata e non prometteva nulla di buono per me. […] Appartenevamo a mondi diversi. Se avesse vissuto con un uomo semplice in un giardino del Sud sarebbe stata felice. Non ha avuto la forza per un grande palcoscenico. Talvolta ha fatto finta, ed è stata bravissima, ma non ne aveva”.

Eppure, a modo loro si amarono, ed è lo stesso Scott, in una lettera a una dottoressa di Zelda, a chiarire ogni dubbio: “È probabile che il 50% dei nostri amici e parenti, le direbbe in tutta onestà che è stato il mio alcolismo a far impazzire Zelda. E l’altra metà le assicurerebbe che è stata la sua pazzia ad aver spinto me a bere. Entrambe le opinioni non conterebbero nulla: il primo gruppo sarebbe quello composto dalle persone che hanno visto me vergognosamente ubriaco e il secondo da quelli che hanno visto una Zelda vergognosamente psicotica. I due gruppi dichiarerebbero con pari unanimità che ognuno di noi farebbe meglio a liberarsi dell’altro, quando per somma ironia non siamo mai stati così disperatamente innamorati l’uno dell’altra in tutta la vita. Il liquore che ho sulla bocca per lei è nettare. Io stravedo per le sue allucinazioni più sfrenate”.

L’adolescente Zelda voleva essere qualcuno, un’icona, e lo è stata. Scott, invece, ha sempre scritto prendendo spunto dalle sue vicende personali; in più di un’occasione ha addirittura usato frasi della moglie o pagine del suo diario. Senza Scott, nessuno si sarebbe ricordato di Zelda Sayre, e lei non avrebbe vissuto una vita “originale”. Senza Zelda, Scott non sarebbe mai stato Scott Fitzgerald, un grande scrittore del Novecento. Allora torniamo al 3 aprile del 1920. Fu l’inizio e la fine di tutto. In quel momento nacquero e, nello stesso istante, iniziarono a disintegrarsi, Scott e Zelda Fitzgerald, la coppia d’oro dell’Età del Jazz. Perché era il loro destino. Perché anche il fiore più bello doveva soccombere alle intemperie.

Biografia

Nicola Ianuale è un sognatore ed eterno Peter Pan dal 1995. Le sue grandi passioni sono il cinema, la storia e la letteratura. Ama i film in bianco e nero, venera Cary Grant e sposerebbe volentieri Grace Kelly. Cerca una macchina del tempo per bere whisky sour a Parigi nei ruggenti anni ’20 con Ernest Hemingway e Scott Fitzgerald. Ha una laurea triennale in Lettere moderne; attualmente frequenta con Treccani Accademia un Master in “Editoria e nuove professioni digitali” e “La scuola del Tascabile”. Ha pubblicato racconti su Linoleum e Scomoda rivista. Suoi articoli divulgativi sono comparsi su Vanilla Magazine, di cui è stato direttore responsabile dell’omonima rivista cartacea edita da La ruota edizioni. Gestisce una sua pagina Instagram di divulgazione letteraria (@lo_scrittore_solitario_). Si definisce “malato di curiositas”.

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