di Giacomo Tortella

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


«Ciao ragazzi! Come state? Qui è MillysRightBody48 e vi do il benvenuto nel mio nuovo video! Sì, avete sentito bene, “48”, non più “50”. Forse non ci crederete, ma sono riuscita a perdere altri due chili in un solo giorno!» 

Quando quella sera la voce della blogger rimbombò allegra nella camera da letto, Mivo giaceva sul pavimento puntellandosi su un braccio, illuminato soltanto dai quattro grandi schermi che sostituivano le pareti. Ognuno di questi riproduceva l’immagine Milly – o perlomeno il torso e le gambe, non mostrava mai il volto. Era molto magra, ma non scheletrica: la maglia corta svelava il ventre perfettamente piatto, mentre i pantaloni attillati evidenziavano le cosce sode e sinuose. 

Mivo si scoprì invidioso davanti a quel corpo così armonioso mentre masticava la poltiglia in cui era ridotta la sua lingua. L’opinione pubblica credeva che un dimagrimento così rapido fosse un possibile effetto collaterale del vaccino che aveva introdotto nelle persone il gene della rigenerazione, ma lui non la pensava così.

A causa del mal di testa, Mivo non finì di vedere il video e spense gli schermi. Più tardi Milly avrebbe trasmesso una diretta. Gli brontolò la pancia, però, masticandosi la lingua, riusciva a non farci caso. La sensazione di avere qualcosa sotto i denti e il sapore del sangue erano abbastanza per ingannare il suo stomaco.

D’un tratto, sentì dal piano terra il rumore delle chiavi che giravano nella serratura della porta d’ingresso: sua madre era tornata dal lavoro. Erano già le otto? 

«Ciao!» urlò lei.

Dannazione. La sua lingua era ancora maciullata e non avrebbe potuto parlare. Decise che avrebbe finto di dormire finché non si fosse rigenerata. Era piccola, non ci avrebbe impiegato molto.

Sua madre iniziò a salire le scale. 

«Mivo! Ci sei?»

Smesso di masticare, la lingua cominciò subito a rimpolparsi; poteva percepire la rinascita di ogni singola fibra. Mivo balzò in piedi e con passo felpato si avvicinò al letto. Quando si coricò, le polpe molli e insanguinate di quella vecchia si rimescolarono in bocca, le ingoiò e chiuse gli occhi. La madre bussò, lui non rispose, ma lei entrò comunque. Uno spiraglio di luce penetrò nella camera. 

«Mivo?»

Provò a leccarsi il palato e sentì che alla lingua mancava solo la punta: pochi secondi e avrebbe potuto parlare, di nuovo… Dischiuse le palpebre.

 «Ciao, mamma…» disse con finta voce assonnata.

«Ti sei appena svegliato?»

Annuì sbadigliando.

«Vuoi qualcosa per cena?»

«Non ho fame, ho già mangiato», mentì. Era tutto il giorno che non toccava cibo.

«Scusami se torno sempre tardi», fece lei, avvicinandosi al letto. 

«Non importa, mamma.»

Gli accarezzò i capelli. «Beh, allora buonanotte.»

«Buonanotte anche a te, mamma.»

Quando lui richiuse gli occhi, lei ritrasse la mano e gli sorrise; poi uscì dalla stanza chiudendo la porta. 

Nei minuti successivi alla rigenerazione, il mal di testa di Mivo si fece più intenso; c’era anche un’altra sensazione che lo tormentava. Quel vuoto, quella lancinante morsa allo stomaco, quell’avversione ad alzarsi e occuparsi di qualcosa. Era forse la fame? No, non poteva – non doveva essere la fame. Aveva sempre mantenuto il controllo sul suo corpo, non avrebbe ceduto proprio in quel momento. Si morse la lingua: il sangue sgorgò tra i denti quando questi lacerarono la carne. Faceva male, ma era il prezzo da pagare per non rovinare il suo corpo.

Verso le nove sgattaiolò in cucina, dove il frigo, nel buio, altero e spettrale, torreggiava come un giudice. Titubante, lo aprì e venne investito dalla pallida luce del neon.

Sentì l’acquolina in bocca.

Tirò fuori prosciutto, formaggio, pane di segale e preparò due panini così pieni di cibo da somigliare a due bombe in procinto di esplodere e questo lo disgustava, ma il suo corpo reclamava ciò di cui aveva bisogno. L’avrebbe sempre fatto. Ogni viscido bolo che ingoiava sembrava scorticargli la gola e, quando raggiungeva lo stomaco, quest’ultimo si gonfiava al punto che poteva sentirne il tessuto lacerarsi. Perché si stava facendo questo? Si sarebbe solamente odiato di più.

Divorati i due panini, mangiò tutto il prosciutto direttamente dalla confezione; poi versò del latte in una tazza e lo bevve accompagnato da tre muffin. Il suo stomaco gorgogliò, non poteva reggere tutto quel cibo in una volta. Si sentiva male, pesante.

Si precipitò in bagno, chiuse la porta a chiave e si affacciò al wc. Fu questione di secondi: il rigurgito percorse l’esofago e si rigettò nella tazza. L’odore fetido del vomito gli fece lacrimare gli occhi e il sapore rancido rimasto in bocca gli fece salire un altro conato, più copioso del primo. Aveva il fiatone, tremava. Appena si mise in piedi barcollò, ma riuscì comunque a camminare. Non gli importava della sua salute: voleva solo pesarsi, assicurarsi che non ci fosse più nulla dentro di lui.

Si spogliò e salì sulla bilancia. I numeri che scorrevano sul piccolo schermo sembravano incapaci di fermarsi, ma alla fine lo fecero: quarantotto. Mivo sorrise. Era lo stesso peso di Milly: andava bene. Compiaciuto, si guardò di profilo allo specchio. La pancia gli sembrava piatta come il giorno prima… No, si sbagliava. Cos’era quel gonfiore? Grasso? No, no, no! Si girò per vedersi dall’altro lato: era gonfia eccome! Si chiese cos’avesse sbagliato, ma lo sapeva già: si era fidato del suo corpo. Non avrebbe dovuto.

Riacquistata la calma a fatica, si rivestì e tornò in camera. A breve Milly avrebbe iniziato la diretta: forse avrebbe rivelato qualche segreto per mantenere la linea. Prese il telecomando e accese gli schermi, ma quando selezionò il canale di Milly non premette subito il tasto di conferma. C’era qualcosa che non tornava nel nome della blogger: MillysRightBody47, sembrava uguale… No, “47”, ecco cos’era cambiato.

Perché lui invece non aveva perso peso? E perché si trovava addirittura ingrassato? Il sangue gli affluì alle mani tremanti di rabbia, si tirò i capelli come per trattenersi. Si girò per non vedere più quel numero, ma comparve subito sull’altro schermo. Poi sull’altro ancora. E di nuovo. Si sedette sul pavimento freddo e appoggiò la fronte alle ginocchia, stringendo più forte i capelli. Non sopportava più questo tormento. Non poteva semplicemente essere normale?

Lo stomaco brontolò e lo sentì contrarsi. No, non voleva assecondarlo ancora. Spalancò la mascella e la serrò così forte da infilzare i canini nella lingua. Il dolore fermò la fame ma, quando fece scivolare i denti fuori dalla carne, le ferite si rigenerarono, smettendo di far male, e così il vuoto nel suo stomaco prevalse di nuovo. Doveva sentire più dolore, non poteva lasciar vincere il suo corpo. Strinse i denti fino a tranciarsi la lingua in due. Tossì e ne sputò un pezzo insieme a un fiotto di sangue. La rigenerazione cominciò subito.

Si guardò l’avambraccio e gli sembrò per un attimo di avere l’acquolina in bocca. Scosse la testa. Chiuse gli occhi e lo azzannò. Strattonò la carne verso di sé fino a che ogni lembo non venne strappato. Il pezzo che mordeva, crudo e tenero, gli permise di soffocare un urlo atroce. Iniziò a piangere e le lacrime colarono sullo squarcio insanguinato, facendolo bruciare.

Mivo crollò a terra su un fianco, con la faccia sul pezzo di lingua che aveva sputato. Il tessuto strappato gli cadde dai denti. La ferita faceva tanto male, proprio come voleva. Il sangue che zampillava formò sotto di lui una pozza rosso scuro che rifletteva il blu della luce degli schermi.

Il braccio iniziò a rigenerarsi: doveva impedirlo, squartarlo di nuovo, ma non aveva le forze per rialzarsi, né per fare qualunque altra cosa. In un lasso di tempo che non riuscì a quantificare, il braccio fu completamente guarito e, nell’esatto momento in cui il dolore cessò, una voragine si aprì dentro di lui. 

E alla fine, consumato dai morsi della fame, si rese conto di conoscere il perché. Forse l’aveva sempre saputo. 

Lo stomaco gorgogliò: c’era un solo modo per zittirlo, l’unico che Mivo conosceva. Spalancata la bocca, tirò fuori la lingua, poi, con tutta la forza che gli era rimasta, serrò i denti e, tra le lacrime e il sapore metallico di sangue, tornò a colmare il vuoto.

Biografia

Giacomo Tortella ha 21 anni. Nato e cresciuto sulle sponde del lago di Garda, studia lettere all’università. Ha pubblicato il racconto A Tucidide per il blog letterario Voci di carta.

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