di Nicola Ianuale


La voce del padrone (add editore) è una contraddizione lucida e coerente. Non è un saggio e non è un monologo; non tratta di com’è per un uomo vivere con una femminista, cioè non esclusivamente. A primo acchito può sembrare un manuale d’istruzioni o di sopravvivenza domestica; invece è un libro che – ammette Francesco Pacifico, “finge di avere una teoria, ma che è solo una canzone”.

E come ogni canzone, anche questa ha una musa (Francesca Mancini, moglie dell’autore), delle strofe – cinque, i capitoli: L’uomo radioattivo, Distopia, La regola, Crisi di coscienza e Creatività – e un ritornello annidato nell’AVVERTENZA iniziale, dove Pacifico chiarisce al pubblico e a sé stesso il tono della melodia. “L’ho chiamato La voce del padroneperché non riesco a dimenticare che quando vivi con una femminista non c’è amnistia, non c’è pace sociale. […] Dov’è l’amore quando vai a letto con il nemico? E io, il nemico, «il patriarcato», posso amare?”. È un’ammissione di colpa e di discolpa, dell’essere, al contempo, un marito innamorato e il più grande nemico di tua moglie. Quando un uomo ha di fronte a sé una donna, vede solo lei. Quando una donna ha di fronte a sé un uomo, vede una massa sconfinata di altri uomini: scorge il retaggio patriarcale. E non importa che tu sia un compagno premuroso: “Tu sei e rimani il padrone”. È questo il ritornello di Pacifico, una presa di coscienza che riecheggia nel sottotesto di tutto il monologo-canzone.

La sua natura intima, non lineare, disordinata nel rievocare eventi ed esperienze, fa de La voce del padrone una sorta di seduta dallo psicologo: la carta è l’analista, la penna la voce (del padrone, appunto) e Pacifico il paziente che si mette a nudo di fronte a una catastrofe, alla donna femminista, caduta sul mondo come un meteorite. Dalle macerie emerge che ora “l’animale che hai in casa ha iniziato a parlare. Si è smarcato dai suoi ruoli immemoriali, ha sciolto il grembiule, l’ha lanciato nel lavandino, è uscito cantando in un viale pieno di altre donne che sfilavano in strada”.

Per l’uomo è una tragedia, un cataclisma che lo ha scisso in due entità. Il reazionario, “eccitato, sopraffatto, indignato”, è colui che fuori casa sottostà alle leggi della giungla – testa china dinanzi ai superiori, testa alta con i sottoposti – e dentro casa siede, indisturbato, in cima alla piramide sociale. “Cosa sarà dello sfortunato lavoratore che oggi, tornando a casa, non troverà la sua fedele servitrice? Come potrà tornare al lavoro la mattina dopo?”. Il rivoluzionario, invece, detto anche “capibara” – “incapace di fare del male. Un meme col musetto all’insù” – è “tenero, conciliante, perfino obbediente”. Di fronte alla donna femminista, a lei che è “come un uomo del Novecento o dell’Ottocento. Esce di casa e non sai quando torna”, è sollevato, esulta per la crisi di una società che lo vuole re indiscusso.

L’autore sembra suggerire un aut aut, un yin o yang, ma non è così. “La tragedia dell’uomo contemporaneo – scrive Pacifico – è che prova a convincersi di non essere diviso in due […]. Solo riunendo le due identità e i due universi si può guardare avanti. Il reazionario senza capibara si condanna a vivere in una riserva. Il capibara senza il reazionario non ha il sismografo per leggere cosa sta succedendo”.

Reazionario e rivoluzionario – quindi yin e yang insieme – sono la premessa fondamentale per studiare il cratere originatosi dal meteorite, che tradotto implica: accettare di vedere la donna femminista sparire senza troppe spiegazioni per una delle sue battaglie, o di ritrovarsi in un letto vuoto che stravolge la routine della famiglia nucleare. Anche nell’ambito lavorativo, ai festival dove prima salivano sul palco in pompa magna in qualità di ospiti, ora gli uomini siedono fra il pubblico, in silenzio a osservare un ribaltamento di fronte necessario, per le pari opportunità, e doloroso, perché più la donna fagocita lo spazio – prima vastissimo, sproporzionato – dell’uomo, meno opportunità ha l’uomo.

Pacifico è preciso e trasparente nel riflettere, attraverso scorci della sua vita, su queste nuove regole del gioco. Ma il meteorite femminista non è solo consapevolezza orizzontale. Per guardare al futuro e accettare lo stravolgimento dell’ordine patriarcale, bisogna guardare anche al passato, scavare il fondo per andare a monte.

Poste le basi del libro, il discorso si fa verticale con Crisi di coscienza, la cui premessa ha già in seno un discorso transgenerazionale sull’educazione (o diseducazione, che dir si voglia) sentimentale, sociale e professionale dell’uomo. “Ho sempre dato per scontato che per diventare uomo un giorno sarei dovuto uscire dalla mia cameretta e andare in cerca di un lavoro e di una moglie. Era implicito in tutto ciò che mi insegnavano a casa e in chiesa”. Chi scrive, ora, non è più il Pacifico quarantottenne, ma il Pacifico ventinovenne che, a un mese dai fatidici trent’anni, vede naufragare il suo primo matrimonio. È il fallimento della dottrina inculcata dalla famiglia nucleare, del “da grande sarai sposato e avrai figli e un lavoro utile alla società e soddisfacente per te”. Un copione, insomma, che non ha saputo recitare. Così va in cerca della crepa, torna all’adolescenza, a quando era un diciassettenne sensibile e insicuro.

L’amore, a quei tempi, è una storia già sentita: vuol dire “avere una ragazza”; avere una ragazza è la via al sesso. Eppure, “a quell’età non hai niente. Nemmeno ci vivi con questa ragazza. Hai una casetta chiamata cameretta, la ospitano a casa loro due adulti”. Tutto qui. L’ossessione per il sesso – un dovere, anziché un piacere – si traduce nella divisione in caste fra chi ha la ragazza e chi no. Poi la relazione arriva – su esortazione di un amico, non per sua scelta – e si spalancano le porte dell’intimità. Ma non basta. Oltre l’adesione al rito collettivo, l’apparenza non è essenza, e “stare con” non è amare. Allo stesso modo ripercorre i passi falsi della scelta universitaria, sempre su esortazione altrui, questa volta del padre. Unendo i puntini, si materializza il fiasco del suo primo matrimonio, che col senno di poi lo ha liberato e gli ha permesso di “dedicarmi a scoprire cosa mi piaceva”.

La sincerità è l’aspetto più encomiabile del testo, e le digressioni sul privato sono l’occasione per scoprire sentieri ancora inesplorati. “L’ho scritto perché penso che tra uomini e donne possano svilupparsi rapporti liberi e creativi – dice Pacifico – proprio a partire dalla maniera in cui le femministe fanno esplodere le relazioni con gli uomini”.

Tante domande e nessuna velleità di risposte universali. La voce del padrone non stabilisce chi ha ragione o cosa è giusto. È solo auto-analisi e confessione, una serenata non edulcorata all’insegna di quel ritornello – “Tu sei e rimani il padrone” – che riecheggia in ogni pagina.

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