di Diego Gurnari

editing a cura di Camilla Azzoni

Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa dalla redazione


Tutto è iniziato con un colpo di tosse.
Ero rientrato tardi, completamente ubriaco. Avevo mangiato un kebab al volo, lasciato la carta stagnola sporca nel lavello, tolto solo le scarpe. Mi ero sdraiato sul letto con i jeans addosso, la camicia aperta e lo stomaco distrutto. La casa girava veloce, come se qualcuno l’avesse poggiata sulla punta dell’indice e fatta partire con una mano.
Il colpo di tosse è arrivato dal corridoio, secco. Non dal bagno, non dai muri sottili che mi separavano dagli altri appartamenti, proprio dalla porta d’ingresso. Un suono da gola vecchia e consumata.
Ho pensato a un sogno. A un ricordo. A un effetto del vino del cazzo che avevo bevuto. Sono rimasto fermo a guardare il soffitto, cercando di decidere se valeva la pena alzarsi.
Poi un secondo colpo, più strozzato, come se qualcuno si fosse coperto la bocca con la mano.
Mi sono alzato a fatica. Avevo le gambe molli e la bocca impastata. Ho preso la bottiglia d’acqua dal comodino, ne ho bevuta metà senza respirare, poi sono uscito in corridoio, con la testa che girava. La luce del router, a intermittenza, proiettava un alone verde sul muro. La porta, in fondo, era un rettangolo più scuro nel buio.
Ho avvicinato l’occhio allo spioncino senza accendere la luce.
Sul pianerottolo c’erano due sagome. Una leggermente incurvata, con il cappotto lungo e una borsetta al braccio. L’altra più dritta, le mani nella giacca, le spalle strette. Stavano immobili, rivolti verso la mia porta, così vicini che lo spioncino ne deformava i lineamenti.
Erano loro. I coniugi che mi avevano venduto la casa tre mesi prima. La signora con i capelli bianchi raccolti male, l’uomo magro che durante il rogito non aveva smesso un secondo di fissarmi. Li avevo visti uscire da quell’appartamento con sacchi di plastica, scatole e quadri. Avevano lasciato il balcone pieno di vasi vuoti e un paio di sedie pieghevoli nel ripostiglio.
Adesso erano tornati. In piena notte. Stavano lì, davanti alla mia (mia?) porta, in silenzio. Immobili.
Sono rimasto così, con l’occhio incollato al vetro e il fiato che appannava lo spioncino dall’interno. Nessuno dei due ha mosso un muscolo. Ho aspettato che lui alzasse una mano, che lei cercasse il campanello, niente.
Ho chiuso gli occhi e li ho riaperti. Sempre lì.
La nausea mi è salita di colpo. La bocca si è riempita di saliva e sono corso in bagno. Sono finito in ginocchio davanti al water e ho vomitato kebab e vino. Mi sono sciacquato la faccia, sono tornato nel corridoio. Dallo spioncino, il pianerottolo era vuoto. Forse avevo frainteso ed erano solo vicini che avevano sbagliato porta. Sono tornato in camera, ho chiuso la porta dietro di me, mi sono buttato sul letto e ho infilato la testa sotto il cuscino, come quando da piccolo avevo paura del quadro del Cristo che mia nonna aveva appeso al muro. Mi guardava come se fossi un intruso. Traumi infantili del cazzo che decidono di perseguitarti anche da adulto, quando la tua unica paura dovrebbe essere il mutuo.

***

Li avevo conosciuti in un pomeriggio di pioggia, nel salotto dello studio notarile. Lei parlava piano, rivolta sempre e solo al marito, e guardava costantemente fuori dalla finestra, verso qualcosa che non c’era, o che io non vedevo. Lui annuiva e firmava dove gli dicevano di firmare, con una penna che si era portato da casa. E mi fissava.
Si erano scusati per una piastrella sbeccata in bagno, e per il mobile dell’ingresso che non potevano portare via anche se per loro era “un pezzo di cuore”.
«Se lo vuole tenere, a noi fa piacere» aveva detto la signora. «Così resta qualcosa anche di noi.»
Aveva sorriso brevemente, poi si era fatta seria ed era tornata a guardare fuori.
Quando mi diedero le chiavi fu lui a passarmele. Le posò nella mia mano come se mi stesse passando un passerotto caduto dal nido. Un mazzo piccolo, un solo portachiavi di plastica, reperto dei mondiali di Italia ‘90. Nessuno dei due mi disse se quello era l’unico mazzo di chiavi o se ce ne fossero altri. Io non ci avevo pensato.
Avevo passato i mesi dopo il trasloco a sistemare casa, svuotare la cantina piena di cose che ai miei occhi erano solo spazzatura. Ogni tanto trovavo un segno della loro vita. Una tazza scheggiata, una fototessera, un vecchio flacone di medicine. Li infilavo nei sacchi della spazzatura senza guardarli troppo.
La porta, invece, era rimasta com’era. Un rettangolo marrone con una serratura vecchia ma non troppo, il cilindro rigato dal tempo e dalle mandate che ogni tanto si incastravano. Mi dicevo che avrei dovuto cambiarla, metterne una blindata. Poi arrivava fine mese, guardavo il conto e rimandavo.

***

La seconda volta non ero ubriaco.
Ero andato a letto presto. Il telefono acceso, in sottofondo l’episodio di un podcast sui libri di Stephen King, il volume basso, solo per non sentire la vita ancora sveglia nel resto del palazzo.
Mi ha svegliato un rumore minuscolo. Né colpi di tosse, né passi. Qualcosa come un’unghia che gratta il legno. Ho pensato al vicino di sopra che trascinava sedie, ai tubi, al frigorifero che attacca. Poi è arrivato un altro suono, più chiaro. Un palmo aperto appoggiato piano sulla porta, una carezza.
Questa volta avevo la testa libera. Mi sono tirato su, ho messo in pausa il podcast che ormai era scivolato fino al dodicesimo episodio e sono uscito in corridoio. Il router lanciava i soliti lampi di vita.
Mi sono avvicinato in punta di piedi, come se avessi paura di spaventare qualcosa che stava già spaventando me. Ho appoggiato la mano sinistra contro la porta e l’occhio allo spioncino.
C’erano ancora loro. Stessa posizione, stessa distanza. Lei con il cappotto abbottonato fino al collo, lui con le mani nella giacca. Nessuno guardava direttamente lo spioncino, ma avevo la sensazione che sapessero già cosa c’era dall’altra parte. La signora teneva la borsa stretta contro il fianco, come se avesse paura che qualcuno gliela portasse via anche lì, nel pianerottolo vuoto. L’altro braccio lungo verso la porta. Ho pensato che le nostre due mani si sarebbero toccate anche se di mezzo c’erano dieci centimetri di legno e ferro. Ho allontanato la mia di scatto.
Ho aspettato di sentire il campanello, ma non è successo niente. Solo la mia apnea che riempiva le orecchie e ovattava tutto.
Mi è venuto in mente il giorno in cui avevano portato via l’ultimo scatolone. Lei si era fermata sull’uscita e aveva guardato la casa alle sue spalle. «Ci abbiamo vissuto quarant’anni» aveva detto. Solo questo. Quarant’anni.
Adesso, dietro la mia porta, stavano all’incirca nello stesso punto. Solo che io ero dalla parte calda. Loro fuori, con il cappotto.
Ho avvicinato la bocca accanto alla serratura.
«Cosa volete?» ho chiesto piano.
Dall’altro lato nessuno ha risposto. Dopo un po’ lui ha tossito, lo stesso colpo secco dell’altra notte. Poi i passi hanno iniziato ad allontanarsi. Lenti, come due persone stanche che iniziano l’ennesima giornata di un lavoro a cui sperano di arrivare il più tardi possibile.
Io ho guardato di nuovo dallo spioncino e li ho visti sparire lungo le scale.
Sono rimasto sveglio fino al mattino, seduto sul parquet del corridoio, la schiena appoggiata alla porta.

***

La mano sulla maniglia è arrivata la notte successiva verso le tre.
Stavo dormendo male, mi svegliavo di continuo. A un certo punto ho sentito un clic leggero, la vibrazione metallica della maniglia. Mi sono seduto sul letto. Ho aspettato che si ripetesse. Un altro tentativo, due, tre. Quel piccolo movimento continuava, come un dito che tiene il tempo picchiettando sul tavolo.
Sono uscito in corridoio. Ho camminato scalzo, sentendo la polvere sotto i piedi e il legno un po’ più freddo vicino all’ingresso. Mi sono avvicinato alla porta. La maniglia, dal mio lato, si muoveva da sola.
Ho messo la mano sopra, per fermarla. Non so cosa pensassi di fare, forse fargli semplicemente capire che in casa c’era qualcuno. C’ero io.
Il metallo mi è sembrato tiepido. Dall’altra parte, come risposta, ho percepito un peso più deciso spingere verso il basso.
«Basta» ho detto. Non ho alzato la voce. Era più una supplica che un ordine.
La maniglia si è fermata.
Mi sono avvicinato allo spioncino. Stavano lì. Sempre loro, sempre composti. La signora aveva la sciarpa che le copriva mezza faccia. L’uomo guardava il pavimento, non la porta. A un certo punto ha alzato gli occhi e li ha fissati sulla targhetta col mio cognome, avvitata alla porta.
Ho fatto un passo indietro. Mi sono sentito un intruso nel mio stesso corridoio, un inquilino di passaggio. Mi è venuto in mente che in casa c’era ancora poco di mio, che il mobile dell’ingresso su cui c’erano poggiate le chiavi era ancora il loro.
Se ne sono andati dopo un po’. Io sono tornato a letto ma senza riuscire a prendere sonno.
Da quella notte ho iniziato a controllare compulsivamente che la porta fosse chiusa. Ho anche acquistato un nuovo zerbino con stampato il mio cognome. Una piccola, stupida dichiarazione di proprietà.

***

La chiave è arrivata l’ultima notte.
In quel periodo avevo cercato di stancarmi il più possibile. Casa, lavoro, palestra, spesa, lavatrice. Avevo evitato alcol, uscite con gli amici e chiamate.
Avevo chiuso la porta con due giri, poi tirato la catena che avevo installato qualche giorno prima, più per sentire il rumore che per altro. Mi ero sdraiato sul letto catalogando i rumori ordinari del palazzo. L’ascensore, il vicino di sopra che tira lo sciacquone, il televisore a tutto volume dei vecchi dell’appartamento accanto, sempre sullo stesso canale. Mi sono addormentato quando tutto si è fermato.
Il suono della chiave mi ha svegliato di colpo. Non so se ci fosse stato altro prima, ma quello ha accompagnato i miei occhi mentre si aprivano. Il metallo che entra nel cilindro giusto senza fatica. Uno scatto sordo, breve, e poi il respiro della serratura che si prepara a girare.
Mi sono tirato su senza pensare. Sono uscito in corridoio quasi correndo. Mi sono fermato a un passo dalla porta. Sentivo la chiave lavorare dentro la serratura. Ogni volta un clic appena più forte, il rumore dei perni che si muovevano.
Ho allungato la mano verso la porta, le dita hanno trovato il ferro lucido della catena. Ho pensato alla sua portata reale, a quanto peso avrebbe retto. Mi è venuto quasi da ridere. Dall’altra parte non arrivava nulla. Era tutto in quella chiave che stava girando piano.
Mi sono avvicinato allo spioncino con cautela, cercando di non far scricchiolare il parquet. Ho visto solo una spalla. La spalla dell’uomo, piegata in avanti. E dietro, un passo più indietro, la sagoma della signora, un po’ più bassa. Nessuno guardava lo spioncino. Lei fissava il vuoto e sorrideva.
In quel momento mi è venuta in mente una cosa così semplice che mi ha tolto il respiro. Non avevo mai cambiato la serratura.
Non il primo giorno, non la prima settimana, non quando avevo avuto i soldi per farlo e avevo preferito regalarmi un weekend in Olanda a fumare fino a sparire. Avevo aggiunto una catena, ma il cuore della porta era rimasto lo stesso. Il cilindro, i perni, tutto. La chiave che stava girando là fuori era la stessa che avevano usato per quarant’anni per entrare e uscire da quella casa.
Ho sentito la serratura rispondere, lenta. Il primo giro stava per arrivare a fine corsa. Loro non stavano forzando niente. Non stavano buttando giù una porta. Stavano solo rientrando a casa.
La chiave ha fatto un altro clic, più deciso. Poi si è fermata un attimo.
Ho pensato alle loro cose che avevo trovato e buttato, alla targhetta col mio cognome avvitata sopra i fori della loro. Al portachiavi di plastica di Italia ‘90.
Ho capito che non potevo impedire loro di entrare. Potevo solo decidere se essere lì o no quando sarebbe successo. Dall’altra parte ho sentito un colpo di tosse, lo stesso delle prime notti. Un rumore pieno.
La chiave si è mossa di nuovo, piano.
Sono rimasto con la mano sulla porta, il fiato trattenuto, ad ascoltare il suono dei perni che trovavano il loro posto.

Biografia

Diego Gurnari (1987) è nato e cresciuto a Milano, dove vive e lavora come software engineer. Scrive racconti che pubblica sul suo Substack (pantanoricorda.substack.com), ha pubblicato il racconto Il vincitore sulla rivista “Alkalina” e ha da poco terminato la bozza del suo primo romanzo.

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