La solitudine ai tempi dei fast food
di Nicola Ianuale
Volevamo solo una birra è il racconto di una passione; o meglio, come dice il protagonista-narratore nell’incipit del suo monologo, “più che passione di un tormento, più che tormento un desiderio nutrito dalla privazione per anni”. Da bambino, in Sicilia, il McDonald’s era un luogo quasi irraggiungibile. Si trovava a Palermo o Agrigento, troppo distante dal suo paesino d’origine.
Fino ai diciotto anni dovevo sperare che i miei genitori si annoiassero fino alla morte per decidere di andare a fare un giro altrove. Solo in quel modo potevo ordinare due BigMac e nutrirmi con le sue salse chimiche.
Prestia scrive di un fenomeno che trova riscontro nei dati: il 28% dei giovani tra i 18 e i 34 anni mangiano almeno una volta a settimana in un fast food; di loro, l’8% anche due o tre volte. Inoltre, secondo il Sole24ore, “il comparto quick service restaurant è cresciuto del 3,4% dal 2019 al 2024 e rappresenta oggi il 20% del settore della ristorazione in Italia”.
Non stupisce che il protagonista racconti di aver gioito del suo trasferimento a Roma, in zona Monte Mario, dove “a duecento metri c’è un Mc e accanto […] Old Wild West. Ma non è finita qui. L’ex manicomio […] deve aver stimolato la fantasia di alcuni attenti osservatori e imprenditori, che devono aver fatto questo ragionamento: «Due fast food vicini? Beh, facciamo una pazzia, apriamo il terzo in un raggio di trecento metri. E dove lo metteremo? Signori, il Burger King sorgerà di fronte al Gemelli, il nostro motto è semplice ‘Fast Food, Fast Ricovery»”.
Alla componente ironico-satirica – è cosa risaputa: i fast food spuntano come funghi – Prestia affianca un secondo leitmotiv di natura psicologica: il conflitto hamburger-pizza. La pizza “non è che non mi piaccia”, dice il narratore – la mangiava ogni sabato sera “con la famiglia, con gli amici o con la fidanzata” – “è solo che con i drive-in delle varie catene americane riesco ad evitare […] il contatto con gli altri”.
Siamo nel campo dell’emotional eating, ovvero l’associare un bisogno o un’emozione al cibo. Se “hamburger = solitudine” e “pizza = compagnia”, l’equazione del protagonista innalza il consumo di ultraprocessati a duplice funzione: è droga gustativa e anestetico mentale.
Finito il monologo, il protagonista torna alla realtà: “Smetto di parlare, prendo fiato. Mi guardo attorno, i palazzi hanno smesso di ruotare”. Davanti a sé ha una giovane coppia che gli ha chiesto informazioni su dove bere una buona birra. Il contatto diretto con altri esseri umani lo ha gettato nel panico e costretto a divagare su ciò che gli dà sicurezza: i fast food.
«Sono mortificato – dice – ma quando entro in panico, inizio a parlare a macchinetta, finché le somatizzazioni spariscono».
Il ragazzo lo rassicura: «Non ti preoccupare, è stata una storia divertente», e come lui anche la ragazza dà prova di grande empatia: sia lei sia il protagonista vanno in terapia; sa cosa si prova, e i miglioramenti arriveranno.
«Chissà, vedremo…», dice il protagonista. «Ad ogni modo qui in zona ogni pub è una certezza, hanno tutti della buona birra».
Li guarda allontanarsi ed è pervaso da un’insolita speranza. Scrive alla psicologa che è pronto a parlare di nuovo del suo trauma, un ultimo tassello che Prestia introduce solo nel finale, tuttavia senza chiarire – lasciando libera interpretazione al lettore – se e quanto sia connesso ai problemi di socialità del personaggio.
La cosa straordinaria – dice – è che questa volta non ho provato alcun imbarazzo per il mio inutile monologo. Mi è bastato spiegare il motivo, a loro due è bastato ascoltarlo per capirlo. Questa sera non mi dispiace essere quello che sono, mi dispiace non avere un amico qui vicino.
Tra due opzioni, un hamburger in solitaria o una birra al pub, sceglie la seconda, sperando di ritrovare la coppia. Volevano solo una birra; potevano far finta di nulla e andarsene, ma…
In questo “ma” c’è tutta la bellezza dei piccoli, grandi gesti; quelli salvifici, che fanno la differenza.
Leggi il racconto di Nikolai Prestia qui: Volevamo solo una birra.






Lascia un commento