di Marina Gilardi

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: foto da Pixabay


Ti guardo piangere da mesi.

Quando soffri sei stupenda.

Gemi e ti mordi le labbra per resistere. I capelli rossi si appiccicano al tuo viso. Le tue guance scottano.

È sempre così quando piangi. E so che qualcuno penserebbe che ho perso il lume della ragione se sentisse dire che ti trovo attraente quando piangi, che ti trovo meravigliosa mentre ansimi e ti contorci e dici che non ce la fai più ma vai avanti, perché sai che vivrai tutto fino in fondo, come sempre. Ma io non lo dico a nessuno, e tu nemmeno: è il nostro segreto.

Quando siamo nella stessa stanza, lo vedo come mi guardi. Non posso vedere la mia espressione mentre guardo te, ma so che ho fame: voglio divorare il tuo corpo. Tu invece sei un punteruolo che mi trapassa da parte a parte, con quegli occhi grandi e imploranti, desiderosi e sofferenti allo stesso tempo; è come se volessi solo rimanere nella stessa stanza con me anche se sai che ti farò male.

 La prima volta che ti ho schiaffeggiato mi hai guardato come se avessi per sempre tradito la tua fiducia. La prima volta che ho tirato quei magnifici, lunghi capelli rossi e ho passato le unghie sulla tua pelle, avevi il fiato sospeso. La prima volta che ti ho stretto le dita intorno al collo ho sentito le tue mani stringersi intorno alle mie come se cercassi di difenderti, ma il tuo sguardo si è annebbiato presto. Ognuna di queste volte, quando sei tornata presente, hai sorriso prima di dire: «Ancora».

Quando ho iniziato a legarti, ti ho vista piangere per la prima volta. Mentre mi piegavo sul tuo viso per leccare quelle lacrime, ho capito la natura della mia fame, di quanto fosse legata al tuo dolore. Sono scesə lungo il tuo collo bevendo quel dolore e hai iniziato a ridere, e io con te. Non riuscivi più a parlare, avevi i pantaloni bagnati per l’eccitazione: mi sentivo allo stesso modo. Così ho continuato a legarti, ogni volta che me lo chiedevi. Passarti la corda ruvida sulla pelle chiara è diventato un rito, lasciarti i segni è diventato una comunione.

Quando stringo la corda sento sempre che ti irrigidisci, che ti sfugge un sospiro. E poi vedo quel sorriso. Quello di chi non sa cosa sta per succedere ma ha voglia di scoprirlo. E a me va di scoprirlo insieme a te. Passo le labbra sul tuo collo e ti affondo i denti nella spalla, nel punto in cui la carne è morbida, mentre ti lego: serve a ricordare sia a me che a te che ti lascerò i segni anche questa volta, ma che sarò gentile, quando avremo finito. Stringo più forte, la corda affonda nella pelle, e tu sussulti. A volte mi devo fermare per ammirarti: tocco le mani legate insieme, tu puoi muovere solo le dita e con quelle mi stringi, con gli occhi bendati, le braccia bloccate in una posizione innaturale, la bocca tappata. Singhiozzi, ma i denti che stringono il fazzoletto tradiscono un sorriso. Stai soffrendo, ma se dovessi sollevare la benda so che vedrei lo sguardo di qualcuno che sta raggiungendo l’estasi.

A volte, mentre sei tra le mie braccia e ti affondo le unghie nella pelle, penso che sto esagerando, che il dolore è dolore e non è possibile che tu stia così bene mentre vieni distrutta. Ma basta appoggiarti una mano sul petto per sentire che proviamo la stessa cosa, che ogni volta che ti schiaffeggio tu sai che stai diventando un’opera d’arte. E quel luccichio nei tuoi occhi rende palese che senti quello che sento io, che questo dolore lo vogliamo entrambə. Stai piangendo, ma implori di continuare. Mi fermo. Chiedo se ne sei sicura. Tu lo vuoi, mi supplichi, e io sento la necessità di farti del male come tu senti quella di riceverne, e mi inginocchio davanti a te per guardarti negli occhi mentre ti colpisco. Sorridi e dici: «Ancora», e poi mi passi una cravatta da stringerti intorno al collo.

Questo gli altri non lo sanno. Avviene dietro alle porte chiuse di casa mia, di casa tua, di qualsiasi posto dove siamo rimastə solə per abbastanza tempo. Nessuno coglie la sfumatura della mia voce mentre ti dico cosa devi fare, quando siamo in mezzo agli altri, nessuno ti vede affrettarti a porgermi qualcosa non appena ne lamento l’assenza. E nessuno, nessuno vede che il nostro sguardo non nasconde il semplice desiderio: sarebbe riduttivo. Ma come faccio a dire a qualcuno che mi sento rinascere mentre il tuo respiro si mozza sotto le mie mani, che se volessi potrei ammazzarti e mi commuovo a pensare che sei così certa che non lo farei da darmi tu stessa gli strumenti per strozzarti? Non è possibile spiegarlo.

«Sai, ieri sera è stato bello», dici, accostandoti a me in mezzo alla festa.

Siamo vestitə entrambə elegantə, tu sei qua con un tuo amico storico che non sa niente di noi. Io sono qua con due miei amici che sanno tanto di me, ma non così tanto da sapere che ieri sera ti ho frustata fino a farti sanguinare la schiena.

«Ti riferisci al cinema o a dopo?» chiedo.

«Il cinema era bello. Ma le poltroncine sono scomode, preferisco quando mi metti in ginocchio.»

Deglutisco al pensiero di te in quella posizione, voltata di spalle, con quei lunghi capelli rossi che ti coprono la schiena. Li ho tirati per farti piegare all’indietro contro di me e stringerti il collo, ieri. Ti ho fatta piegare in avanti per poterti frustare. Ho baciato ogni segno. Ti ho stretta a me alla fine, mentre piangevi e ridevi insieme a me.

«Se il tuo amico se ne va presto vedo di trovare una stanza abbastanza comoda per te», dico.

Fai quel sorriso malizioso, da bambina scoperta a combinare qualche guaio. «Ho portato un foulard di seta stasera», sussurri. Sollevi il collo e ci passi una mano. «Non ho più i segni di ieri, dovremmo rimediare.»

Annuisco. «Sì, dovremmo.»

Il tuo amico ti chiama e tu lo raggiungi, ma ogni tanto mi lanci uno sguardo e io in mezzo a questa confusione sento che vogliamo la stessa cosa. Quando passo dietro alle tue spalle sfioro la tua mano con la mia e sento quel fremito. Tu sai che ti farò piangere.

Biografia

Marina Gilardi nasce il 7 ottobre 1993 a Lecco, in Lombardia. Studia lingue e letterature orientali a Bergamo e editoria a Milano, e poi si trasferisce a Torino nell’anno della pandemia per seguire un corso alla scuola Holden e provare a fare della scrittura un lavoro. Pensava di tornare in Lombardia, invece si innamora di Torino, spiega finalmente ai suoi che è non-binary e finisce per fare performance e lavorare per TEDx. Scrive di tutto, mangia di continuo, cucina molto e ama i gatti – i suoi, a casa con sua madre, le mancano tantissimo. Fa qualsiasi lavoro che permetta di guadagnare qualcosa e fa recensioni non richieste di qualsiasi cosa importunando i suoi amici, soprattutto se si tratta di libri trash e skincare.

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