di Silvia Roncucci
editing a cura di Pietro Nunziata
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
A mezzogiorno del sabato i ragazzi sciamano giù per lo scalone della scuola a rotta di collo, spintonandosi. Ormai Lorenzo è abituato a incassare i colpi di quel flusso sgangherato senza lasciarsi trasportare. Non gli viene difficile: è robusto e per niente interessato a unirsi alla combriccola che sfrutta l’uscita anticipata per ciondolare avanti e indietro per il corso; né a quella degli allievi diligenti che rincasano subito per avvantaggiarsi nei compiti. Dopo la scuola, lui, da solo, cammina verso Santa Maria Antiqua, con calma. Soltanto quando una pioggia ostinata come quella di oggi sembra volersi accanire sulla città, Lorenzo tira su il cappuccio del giaccone e si affretta lungo i muri delle case di pietra scura, nei vicoli dove si respira umido tutto l’anno, figurarsi in giornate come questa. Gli ombrelli li perde sempre e quel ticchettio di gocce sul capo non gli darebbe fastidio. È solo che, quando torna a casa, sua madre ne fa una tragedia neanche fosse un bambino che si è inzuppato il grembiule.
A Santa Maria Antiqua c’è Colomba. La prima volta che l’ha vista gli ha rammentato l’anello di sua nonna, quello con la ragazza sul cammeo bianco e rosa. Un profilo delicato che non ha nessun’altra. Almeno, non le altre che conosce lui. Il naso di Colomba ha una piccola gobba, ma le labbra sempre imbronciate e lo sguardo schivo gli fanno un effetto che a parole non riuscirebbe a descrivere. Tutto quel pudore lo eccita, ecco cosa gli fa. Come lo eccita la farfalla della collana che spicca sul vestito di Colomba e sembra voler nascondere l’ampio scollo.
Oggi Lorenzo entra nel chiostro affannato. La camminata svelta sotto gli scrosci lo ha reso irrequieto, gli ha rammentato il sogno di stanotte: lui e Colomba appena usciti dal mare; Colomba con i capelli sciolti, sparsi sopra di lui – una ragnatela fittissima che gli ricopriva il petto e si spandeva deliziosa fino ad accarezzargli l’inguine. La sensazione gli ha lasciato un desiderio smanioso.
Si aggiusta il giaccone, guarda intorno; Colomba non c’è. La chiama; il chiostro sembra vuoto. Finché da dietro una colonna spunta, statuario, Fernando. Chiunque altro si prenderebbe uno spavento vedendolo, Lorenzo però è abituato a quel suo colorito verdognolo, gli occhi vitrei, l’aria assente.
«Ancora non si è vista», dice, accarezzandosi i baffi, e invita Lorenzo a sedersi accanto.
«Sei stato a nuotare stamattina?» chiede Lorenzo.
«Come sempre», risponde l’uomo.
«Dovevi nascere pesce, tu.»
«Infatti. Il mio problema non è stare in acqua, ma uscirne.»
«Guarda, ci sono i tuoi fratelli.»
Fernando sbuffa e allunga le braccia verso di loro. I fratelli gli corrono incontro, gli baciano le mani pallide. A Lorenzo ha sempre fatto una strana impressione vedere dei vecchi che si piegano tutti cerimoniosi davanti a Fernando, poco più di un ragazzo, e gli chiedono se ha bisogno di qualcosa, se possono essergli di aiuto.
«Andate ora, non potete fare niente per me», dice l’uomo. Li caccia con le stesse mani con cui li ha accolti.
«Sai perché lei è in ritardo?» domanda Lorenzo, dopo aver dato un’occhiata all’orologio. Tra un’ora il ragazzo deve trovarsi alla fermata dell’autobus, altrimenti rientrerà a casa troppo tardi e non ha voglia di lambiccarsi per trovare scuse credibili per sua madre.
«Ha seguito Antonietta. Chiedi un po’ a lei», risponde Fernando. Punta l’indice svogliato verso la donna che esce proprio in quel momento dalla chiesa, con dietro un codazzo rumoroso. Due bambini piccoli con i nasi che gocciolano e un uomo di mezza età attaccato alla gonna.
Lorenzo saluta Antonietta e le chiede di Colomba.
«Sono venuti dei parenti. Andavano a messa. Le pareva sgarbato non accompagnarli», spiega la donna. Si siede in un angolo del chiostro e apre la veste porgendo il seno al figlio grande che le si avvinghia al petto.
«Non mi ci abituerò mai. Allattare un uomo fatto!» dice Fernando, disgustato.
Lorenzo non risponde. Sulla soglia del chiostro è appena spuntata Colomba. Le va incontro, afferra le sue mani piccole e le stringe tra i palmi per intiepidirle.
«Sono venuti a trovarmi dei parenti, mi sembrava maleducato…» spiega lei. La sua voce è un sussurro. Una volta Lorenzo le ha chiesto perché parlasse così, se avesse avuto mai la voglia di gridare o lamentarsi, come fanno le sue coetanee. Ha detto che così le è stato insegnato; le ragazze di buona famiglia non strepitano e lei non si sentirebbe a suo agio comportandosi in maniera diversa. Non glielo ha mai confessato, ma lui non vede l’ora di farla gridare, un giorno o l’altro, a modo suo.
Lorenzo si piega per appoggiare la bocca su quella di Colomba. La lingua della giovane gli lambisce piano le labbra, risveglia la memoria del sogno. Il ricordo è breve quanto il bacio: un attimo dopo Colomba indica i parenti che si stanno allontanando. C’è anche una ragazza che, prima di uscire dal chiostro, si volta verso di loro.
«Carina. Ti somiglia», osserva Lorenzo.
Colomba si adombra e quando lui si avvicina gli dà una spinta sul petto.
«Era una battuta!» spiega lui.
«Le battute di quelli come te non mi piacciono.»
«Quelli come me, chi?»
«Lo sai. Come te. Come voi.»
«Se non mi facessi soffrire così!» dice Lorenzo. Le accarezza lo chignon, lo immagina sciolto, la stringe, la bacia sul collo appena sopra la collana con la farfalla.
«Sai come far finire questa storia.»
«Lo so. Tranquilla. Lo farò la prossima settimana. Non passeremo neanche un minuto in più lontani.»
Colomba deve mettersi sulle punte per raggiungere le spalle di Lorenzo e abbracciarlo, baciarlo. Mentre gli sussurra la promessa di aspettarlo lì, nello stesso posto, stessa ora, tra una settimana esatta, gli afferra una mano e se la poggia sulla guancia. Poi scompare.
Prima di uscire dal chiostro Lorenzo si trattiene davanti alla tomba di Fernando. Morto a vent’anni anni con atto di estremo sacrificio salvando i fratelli dalle acque di un torrente fatale. Chissà perché non è mai riuscito a fare coincidere l’immagine pigra di Fernando con quella del giovane coraggioso dell’iscrizione.
Davanti, sta la lapide di Antonietta, chiamata a Dio lasciando il marito e il figlio in fasce, giacendo altri due pargoletti già da un anno.
Infine, osserva la lastra di marmo rosa con il profilo di Colomba, figlia diletta che come giglio appassì non ancora tredicenne.
Il pensiero di ritornare da lei lo elettrizza, tanto che Lorenzo esce dal “Chiostro dei tumoli”, così lo chiamano, quasi di corsa, come potesse accorciare il tempo. Fuori, nella piazza assolata dopo la pioggia, non si accorge del ciclista che si dirige spedito verso di lui. Fino a travolgerlo.
L’uomo si avvicina tremante a Lorenzo, steso per terra. Si giustifica davanti alla folla di curiosi ripetendo di avergli urlato di stare attento mentre passava: «Cazzo, perché non hai sentito?»
Lorenzo si lamenta per un po’, poi dice che sta bene; è frastornato ma intero. Ha solo bisogno di una mano per alzarsi.
«Non è meglio aspettare un’ambulanza?» chiede il ciclista. Il pacco che trasportava è riverso per terra, qua e là stanno resti di hamburger, foglie di lattuga. Lorenzo ha il voltastomaco a vedere quella carne scura sfracellata. I bordi delle foglie sembrano divorati dai vermi.
«Mi hai visto? Ti sembro un tipo debole?» chiede Lorenzo.
L’uomo dice che lo vede sì. «Quanti anni hai? Perché non ti sei spostato quando ho urlato?»
«Quattordici», risponde Lorenzo. E poi si indica le orecchie facendo intendere che non ci sente. «Leggo le labbra», si affretta a spiegare, prima che l’uomo gli chieda come fa, allora, a capire quello che dice.
Lorenzo si pulisce i pantaloni dal fango e continua a ripetere che sta bene, non vuole nessun numero di telefono, è solo un po’ scosso. Li vede, i soliti sguardi pietosi nei volti della gente; le bocche che bisbigliano; le dita che a stento si trattengono dal puntare contro di lui: preferisce l’indifferenza dei suoi compagni di classe. Ripete che sta bene, si stringe nella giacca e si allontana leggermente zoppicante.
Alcune ragazze della scuola lo incrociano ma il loro sguardo passa oltre. Come è sempre stato, salvo quando qualcuna si ricorda che lui esiste e si lamenta di quanto le metta i brividi. Sarà per via della menomazione, di come parla meccanico, le poche volte che lo fa. Del fatto che si ostina a non portare l’apparecchio acustico.
Ormai a Lorenzo non importa più di loro, il suo pensiero va verso un’unica direzione: quello che chiamano “il ponte dei ragazzi”. Ogni anno ce n’è almeno uno, dei giovani della città, a scegliere di fare un salto dal cavalcavia sopra la stazione ferroviaria, piuttosto che proseguire una vita senza sfondo.
Tra una settimana, forse, ci sarà ancora la pioggia; o magari invece il sole riscalderà il viso di Lorenzo; l’aria sarà già tiepida e la primavera gli farà pizzicare il naso, mentre salirà sopra al ponte e si lascerà andare. Verso il basso, verso Colomba.
Biografia
Silvia Roncucci è laureata in Storia dell’arte e ha un dottorato in Eredità classica. Insegna nel programma di study abroad di un’università americana. Quando non studia o legge, lavora come guida turistica in quattro lingue. Ha pubblicato alcuni romanzi, guide per ragazzi e adulti.
Dei suoi racconti sono stati pubblicati su Offline, Malgrado le mosche, Il foglio letterario, Lorem Ipsum, Belleville news, Pastrengo, Neutopia, Rivista Blam, Smezziamo, L’Appeso, Zazibou, Calvario, La gazzetta dei racconti.Fa parte del collettivo Qwerty di Livorno. Collabora con la rivista L’Altrofemminile-donne oltre il consueto e cura la rubrica Righe e pennelli su Morel-voci dall’isola, dedicata al rapporto tra narrativa e arte.






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