di Valerio Cerulli Irelli
editing a cura di Nicola Ianuale
Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa dalla redazione
Il ragazzo si accese una sigaretta in terrazza e fissò la chiazza fresca di pomodoro sulla canotta del nonno, l’unica traccia di colore su un corpo che il crepuscolo attraversava come fosse un fantasma. Questo dettaglio lo rendeva più familiare, lo sottraeva al suo mondo di accademici per inserirlo in un ambiente domestico, dove sarebbe potuta comparire da un momento all’altro una mamma a rimproverarlo per il mancato uso del bavaglino.
Francesco e suo nonno si vedevano solo a ora di cena e non erano soliti comunicare a parole. Se uno dei due esitava nell’afferrare il forchettone o beveva troppo, l’altro intuiva qualcosa. Quella sera avevano dedicato, ognuno nella sua testa, un calice di vino a ciascuna delle seccature della settimana, coprendo di vergogna la vergogna. Poi, di comune accordo erano andati a fumare.
Guardando la macchia di sugo, il nipote sorrise e mandò giù un sorso. L’anziano professore lo imitò senza badare a quanto alcol il suo corpo stesse già cercando di metabolizzare.
Il terrazzo era spazioso e solo la zona adibita al fumo era coperta da una tettoia; poco più in là, davanti a un vaso pieno di calendule, una vecchia sedia di ferro spezzava la discesa delle prime gocce di pioggia della sera, con la promessa di trasformare l’acqua in ruggine.
Tirato via dai suoi pensieri da un crepitio crescente, Francesco urlò: «I panni!» spense la sigaretta, e insieme si misero a ritirare stendini su stendini carichi di bucato, dimenticati all’aperto da chissà quando. Nel mentre era iniziato un temporale. Tornarono a sedere fradici e alticci e, una volta accesa la luce esterna, il ragazzo notò che l’acqua aveva dilatato la macchia sulla canotta del nonno, che ora non poteva più passare inosservata; il suo viso invece gli pareva invecchiato dall’effetto bagnato, non come succedeva a modelli e modelle della televisione, e dopo essersi asciugato le labbra con una mano lo vide finalmente aprir bocca.
«Ti ricordi di tuo zio Nicola?» Il suo sguardo era fisso sulla sedia esposta alla pioggia, la cui superficie ossidata manteneva solo piccole tracce del colore originale. Il ragazzo annuì. «Tra qualche mese si sposa. Lei ha qualche anno in meno di lui, tipo settantacinque.»
«Sono contentissimo», rispose il nipote mentre accendeva una nuova sigaretta, poi si diede tempo per fare un tiro e riprese: «almeno si fanno compagnia. Dovresti trovarti anche tu una signora, sono già trent’anni che nonna non c’è.»
«Ma non dire cazzate», si rinfrescò la gola con dell’altro Cerasuolo, «queste cose tra vecchi mi fanno schifo.»
«Sei solo invi—» Francesco si accorse che il volto del nonno aveva iniziato a cambiare sotto il peso dell’acqua, come se qualcosa lo stesse consumando. Gli fissò la bocca, che gli parve serrata dalla carne rugosa che la copriva e, nonostante ciò, continuava a dischiudersi per parlare e per bere.
«Secondo te fanno sesso?» disse il professore nell’intervallo tra due sorsi di vino.
«Secondo me no.»
«E allora che cazzo si sposano a fare?»
L’alcol rimosse l’imbarazzo dall’equazione. Il nonno continuava a non guardarlo e la mancanza di questo contatto privava il nipote della voglia di compiacerlo, come un attore che torna in sé non appena il pubblico si alza.
«Me lo chiedi ma lo sai benissimo che non ci si sposa solo per quello.»
«E allora per cosa?»
«Per stare insieme, che cazzo! Per farsi compagnia.»
«Se vuoi compagnia, chiami un amico. Non ci scopi ma trovate un sacco di cose di cui parlare. Invece una moglie è un impegno, una seccatura. E poi ci devi dormire… Io saranno oltre dieci anni che non dormo con una donna! Magari ci facevo sesso ma poi ognuno a casa sua e niente rotture di coglioni.»
Francesco si perse nei ricordi. Rivide nitidamente la testa di Marina sul suo petto l’ultima volta che avevano dormito insieme, sentì i pensieri di quella notte rimbombargli in testa. Allargò il collo della maglietta con le dita e guardò quello spazio su cui la testa della ragazza spesso si poggiava: era una pelle diversa, come se fosse l’unica zona del busto a essere andata incontro al tempo. Il discorso del nonno gli sembrava ridicolo e non credeva che lui la pensasse così. Decise allora di spingersi oltre, gli versò altro vino nel bicchiere e, dopo essersi assicurato che lo avesse buttato giù, gli disse con tono provocatorio: «Parli come uno che non si è mai innamorato».
Il nonno finalmente lo guardò in faccia, poi gli rispose: «Di tua nonna, ovviamente, stupido. Ma è morta da una vita». Al che Francesco gli disse che era sicuro che la nonna non fosse stato il suo ultimo amore, gli avevano raccontato storie a riguardo e adesso che l’aveva sentito parlare con il tono di uno che nasconde qualcosa se n’era convinto ulteriormente.
Il nonno si alzò e prese a camminare avanti e indietro, spingendosi al di là della zona riparata senza badare all’intensità della pioggia. Le gocce gli colavano sul corpo e, come una seconda forza di gravità più selettiva di quella terrestre, spingevano verso il basso il corpo del professore. Al contatto con questa pressione la carne pareva raggrinzire, i pochi capelli bagnati appiattirsi fino a fondersi con la scatola cranica, gli arti scivolare verso il pavimento in segno di resa. Grondante d’acqua tornò a sedersi e prese a fissare la sua mano, come se stesse evocando un ricordo utilizzando le dita rugose come catalizzatore, poi disse: «Da giovane molte volte, ma ormai non ci penso più. Vent’anni fa invece conobbi una persona». Tirò su col naso e si girò verso il ragazzo. «Insegnavo all’università e lei lavorava nella biblioteca. In quegli anni ci passavo molto tempo – tuo padre e tua zia se n’erano andati di casa da un pezzo e io mi ammazzavo di studio. Per un bel po’ non la notai neanche: lei era in lutto per il marito ed era diventata così trasparente da sparire quasi tra gli scaffali. Sai, invecchiando si ha spesso a che fare con la morte.» Mentre parlava, muoveva le gambe nervosamente e lo schiocco della pelle cadente su se stessa sovrastava il fragore della pioggia.
«Da un certo momento in poi si iniziò a sedere sempre più spesso vicino a me – forse mi trovava simile – e mi lasciava dei libri che sembravano casuali: cinesi, russi, poi di nuovo asiatici o sudamericani, e solo raramente ripeteva le nazionalità. Mi accorsi che quei libri riuscivano a portarmi via, levandomi per qualche ora di dosso quegli stupidi panni da professore, da vedovo. Allora cominciai a chiederle se volesse farmi fare il giro del mondo dalla mia sedia. Lei rideva.
«Iniziammo a parlare di quello che leggevamo, e poi a parlare di noi. Era una donna incredibile, e chissà come le piacevo anch’io. In quegli anni mi convinse a farlo in tutti i sensi il giro del mondo… Tuo padre lo sa, tranquillo.»
Come il corpo, gli si bagnarono anche gli occhi e, fissandoli, Francesco pensò a quanto l’aveva visto cambiare in quei pochi minuti di conversazione.
«E con lei ti piaceva dormire, nonno?»
«Sì, e prima avevo voluto dimenticarlo. È più facile scordarsi di essere stati bene che vivere nei ricordi. In ogni caso è morta anche lei, quindi smettila.» Il nipote lo guardò con tenerezza. Per la prima volta pensava di capire almeno un po’ cosa ci fosse lì, sotto le rughe. «Comunque, stavamo parlando di amore e di sesso e quello che cercavo di dirti è che sono cose che si fanno con i corpi, i corpi dei giovani. I corpi dei vecchi fanno schifo e arrivati a questo punto bisogna lasciar perdere.» Parlava singhiozzando, con la stessa indecisione di un teatrante a cui è appena caduto il copione e ne legge parti a caso cercando di mettere in ordine i pezzi.
Francesco mise il palmo aperto vicino a quello del nonno: «Sei così anziano che attaccata al braccio pare tu abbia proprio una cosa diversa», poi fissò il proprio, «questo è fresco di fabbrica».
Il professore lo interruppe accennando una risata. Si alzò dalla sedia e sussurrando «non ti rendi neanche conto» si incamminò verso la camera da letto. Con ogni passo lasciava a terra un segno della perturbazione che li aveva colpiti.
Il ragazzo allargò nuovamente il collo della maglietta e posò lo sguardo su quella chiazza di pelle logora. Si chiese quanta vita li separasse, poi disse piano alla sua schiena: «Non vedo l’ora di invecchiare».
Biografia
Valerio Cerulli Irelli è nato a Roma nel 1999 e ci vive da qualche anno, dopo aver passato il resto della vita in giro. Ha studiato editoria e sta iniziando finalmente a farne un lavoro. Ama profondamente tutto quello che è diverso da sé e questo si traduce in una forte passione per i viaggi e le storie. Odia profondamente scrivere la sua biografia.





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