di Nicola Ianuale

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: Alexandre Dumas, olio su tela di Olivier Pichat (Museo Alexandre Dumas, Villers-Cotterëts)


Nel XVII arrondissement di Parigi c’è una piazza, place du Général-Catroux, dove svetta la statua di un uomo seduto, con carta e penna d’oca in mano. Realizzata da Gustave Doré, l’opera è un omaggio al grande scrittore Alexandre Dumas, padre della seconda statua lì accanto, Alexandre Dumas figlio, celebre romanziere e drammaturgo del XIX secolo. Eppure, la piazza è soprannominata “dei tre Dumas”.

Nel 1913, ai primi due Dumas si accodò il terzo – completando il quadro familiare padre, figlio e nonno – con una scultura bronzea, opera di Alphonse Emmanuel de Perrin de Moncel, in memoria di quel gran generale che era stato Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie. Oggi, a place du Général-Catroux della sua statua non c’è traccia. Durante la Seconda guerra mondiale i nazisti la fusero sia per sfruttarne il materiale per fini bellici sia per distruggerne il valore simbolico antirazzista. Ebbene sì, Dumas nonno era mulatto, figlio di un bianco e di una schiava.

Per correggere il torto alla sua memoria, dal 2009, Dumas padre e figlio vegliano su una nuova scultura, due enormi catene spezzate, metafora di ciò che rappresentava Dumas nonno: rivalsa, onore, libertà.

Fra schiavitù e nobiltà

Su Alexandre Dumas si racconta un aneddoto. Un giorno, a teatro, qualcuno ebbe da ridire sul suo “sangue nero”; lo scrittore smontò il razzismo di quelle affermazioni con la frase: “Ma certo, signori. Ho sangue di nero: mio padre era mulatto, mio nonno un negro e il mio bisnonno una scimmia! Vedete bene che le nostre due famiglie hanno la stessa filiazione, ma in senso inverso”.

L’autore de I tre moschettieri non si vergognava del padre; anzi, Alex Dumas (il nome con cui si firmò per tutta la vita) fu per il figlio una gran fonte d’ispirazione, per le sue avventure e disavventure, e per quel carattere indomito che gli aveva permesso un’incredibile scalata dei ranghi militari.

La storia di Dumas nonno – il terzo, nonostante fosse il primo – ha inizio nella colonia francese di Saint-Domingue, quando il marchese Alexandre Antoine Davy de la Pailleterie si innamora di una schiava africana, Marie Cessette, e la compra a peso d’oro per farne la sua concubina. La donna gli dà quattro figli, di cui il maggiore è Thomas Alexandre, nato nella piantagione del padre il 25 marzo del 1762.

Sono circa trent’anni che i de la Pailleterie vivono a Saint-Domingue, ma gli affari non vanno più come un tempo. Sull’orlo della bancarotta, intorno al 1774, Alexandre Antoine decide di tornare in patria per amministrare i feudi di famiglia. C’è solo un problema: i soldi per il viaggio non ci sono; l’unica soluzione pratica è vendere come schiavi i suoi quattro “bastardi”.

Nei confronti di Thomas, Alexandre ha un occhio di riguardo. Senza figli legittimi, quel ragazzino mulatto dai capelli crespi è pur sempre il suo primogenito e, durante le trattative, inserisce una clausola di recompra per portarlo a Parigi con sé a tempo debito. Col senno di poi, vorrebbe farne un autentico gentiluomo.

Del destino di Marie Cessette non si sa molto. Prima si pensava che fosse morta nel 1772, ma due documenti firmati anni dopo dal figlio dimostrano che almeno fino al 1776 era ancora viva.

Gli inizi nell’esercito

Riscattato nel giro di un anno dal padre, Thomas va a vivere nella capitale francese, dove Alexandre investe gran parte del patrimonio dei de la Pailleterie per garantirgli la miglior istruzione possibile. Il ragazzo cresce sano, forte e bello. Nei salotti parigini di quegli anni è impossibile non notare un giovanotto di un metro e ottantacinque, ben educato, con spalle larghe e accento creolo.

A febbraio del 1786, Alexandre si risposa, e il matrimonio è oggetto di un tremendo litigio col figlio. Thomas ha 24 anni e tanta voglia di riscatto. Abbandona gli agi del suo status aristocratico e si arruola nell’esercito francese come soldato semplice, assumendo il nome di Alex Dumas, cognome scelto in memoria della defunta madre, all’epoca soprannominata la femme du mas, la donna della masseria.

Valoroso, intrepido e abile spadaccino, con un’innata attitudine al comando e all’azione, inizia la sua scalata nei ranghi militari nel sesto reggimento dei Dragoni della Regina, dove stringe amicizia con i futuri generali (oltre che parzialmente ispiratori de I tre moschettieri) Jean Louis Spain, Louis-Chrétien Carrière de Beaumont e Joseph Piston.

Tre anni dopo, la Francia è vittima di un movimento rivoluzionario teso a contrastare l’Ancien Régime. Nelle campagne c’è molta agitazione: si teme un’invasione di briganti e vagabondi cacciati da Parigi che potrebbero creare disordini e devastare i raccolti. Siamo nel pieno della cosiddetta Grande paura e i Dragoni a cui appartiene Dumas si trasferiscono per un anno a Villers-Cotterêts per vegliare sulla regione. Lì, Alex si innamora di Marie Labouret, la figlia dell’oste presso cui alloggia, che sposerà nel novembre del 1792.

L’ingresso nella Legione nera

Intanto, la Rivoluzione segue il suo corso. Il 17 luglio del 1791, migliaia di parigini occupano Campo di Marte per protestare contro la decisione dell’Assemblea costituente nazionale di permettere a Luigi XVI di mantenere il trono nonostante la tentata fuga di giugno. Sotto il comando della Guardia nazionale di La Fayette ci sono anche i Dragoni e Alex Dumas, chiamato, proprio come i suoi commilitoni, a mantenere l’ordine e rispondere a eventuali attacchi della folla, cosa che in effetti avverrà, causando all’incirca 50 morti.

Promosso caporale dell’Armata del Nord nel 1792, riceve incarichi di ricognizione nei territori al confine con i Paesi Bassi e, l’11 agosto, si imbatte in 12 soldati nemici. Con sé ha solo 4 dragoni, ma Dumas ordina ugualmente la carica e fa tutti prigionieri. Il generale Pierre Riel de Beurnonville lo premia con la nomina a sergente, a cui fa seguito la chiamata a secondo in comando nella neonata Legione nera, un corpo separato all’esercito regolare e composto da soli uomini neri liberi.

Nei primi mesi del 1793, si distingue per una grande vittoria in inferiorità numerica contro una postazione olandese e per la trionfale difesa di Pont-à-Marcq. Promosso a generale dell’Esercito del Nord – il primo di origine afrocaraibica dell’armée révolutionnaire – i racconti sulle sue gesta si moltiplicano.

Il 22 dicembre guida la difesa in condizioni avverse dei passi montani al confine franco-piemontese. Fra aprile e maggio del 1794 è fra i protagonisti della presa di Moncenisio, in Val di Susa, dove, nell’assalto finale, scala insieme ai suoi uomini grandi pareti montuose ghiacciate con dei ramponi. Anche lì fa centinaia di prigionieri.

A settembre, invece, torna in patria per reprimere in Vandea le insurrezioni civili contro il governo rivoluzionario. I suoi meriti in quell’occasione, non si limitano solo all’ambito militare, ma anche a quello umano. L’esercito, infatti, è disorganizzato e a briglie sciolte; Dumas, allora, si impegna sia nell’aumento della disciplina dei soldati sia nella diminuzione degli abusi nei confronti della popolazione.

Le diable noir

Dopo un anno nell’Esercito del Reno, a novembre del 1796 è con Napoleone nella Campagna d’Italia. A dicembre partecipa all’assedio di Mantova e, a gennaio del 1797, guida la carica per la difesa del ponte Klausen, in Tirolo. È proprio in quell’occasione che Dumas si guadagna il celebre soprannome di le diable noir, il diavolo nero, affibbiatogli dagli austriaci dopo esserselo trovato di fronte a cavallo in un disperato tentativo – suicida ma efficace – di incalzarli da solo e rallentarne l’avanzata. 

Vista la sua totale abnegazione del pericolo – caratteristica molto apprezzata anche nei futuri marescialli dell’Impero Joachim Murat e Michel Ney – nel 1798 Napoleone lo porta con sé in Egitto, dove Dumas prende parte alla battaglia delle piramidi e alla presa del Cairo. Nonostante i successi, la campagna è prostrante – lo stesso Napoleone la abbandonerà per tornare in Francia e iniziare la sua scalata al titolo imperiale – e Dumas è molto incerto sul comando del generale corso.

La scarsità di rifornimento, il caldo, la sete, le lunghe marce nel deserto; tutti elementi che depongono a sfavore della leadership di Napoleone, di cui parecchi sono scontenti anche sul piano personale, perché più propenso a inseguire la gloria personale a discapito della causa rivoluzionaria. Dumas ha modo di confrontarsi con altri generali, ma il celebre collega scopre tutto e lo manda a chiamare.

Nell’incontro, Dumas non mostra peli sulla lingua ed espone a chiare lettere i suoi dubbi sul futuro imperatore, accusato di combattere per mettere in mostra sé stesso. Il testa a testa si conclude con le diable noir che chiede di tornare in patria; richiesta a cui Napoleone acconsente senza troppi rimpianti.

La prigionia e il declino

Lascia l’Egitto il 7 marzo del 1799, ma una violenta tempesta nel mar Ionio costringe la sua nave a un approdo d’emergenza a Taranto, in pieno territorio nemico.

Imprigionato nel Castello Aragonese, vive in condizioni pietose un lunghissimo periodo detentivo che sarà d’ispirazione al figlio per la permanenza allo château d’If di Edmond Dantès ne Il conte di Montecristo. Lì, però, non c’è alcun abate Faria a favorirne la fuga, e Dumas torna libero solo grazie alla successiva vittoria di Joachim Murat sull’esercito di Ferdinando IV di Napoli.

Ma il Dumas che, finalmente, può tornare in Francia dopo sedici mesi di orrore non è che lo spettro del generale Dumas d’un tempo. Ormai storpio, parzialmente cieco e paralizzato, sordo a un orecchio e malnutrito, in patria si vede negare qualsiasi richiesta di pensione militare o risarcimento per la prigionia. Napoleone, infatti, non ha dimenticato la defezione in Egitto e lo abbandona a un triste e immeritato destino.

Muore in povertà per un cancro allo stomaco il 26 febbraio del 1806. Anni dopo, a vendicare i torti subiti dal padre ci penserà suo figlio, ma lo farà su carta, con un romanzo che, al pari della memoria di Thomas Alexandre Davy de la Pailleterie, detto Alex Dumas, schiavo, nobile, generale e uomo audace, non sarà mai dimenticato.

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