di Simona Visciglia
editing a cura di Nicola Ianuale
Illustrazione: immagine realizzata con IA dalla redazione
All’ennesima telefonata di sua madre, Gabriele si decide a rispondere.
«Gabri!» la voce della donna tradisce un’angoscia risolta in sollievo: «Non ti fai vivo da due giorni, non rispondi al cellulare. Io e tuo padre eravamo in pensiero… Ma si può sapere che diavolo ti è successo?»
Il ragazzo sbuffa: «Ma’, avrò pure diritto alla mia vita! Sono incasinato per colpa di una tipa che frequentavo, ma è sparita: non la vedo da tre giorni, non so come rintracciarla e ’sta cosa mi sta distruggendo. Non starmi sempre addosso, cristo santo!»
Dopo un attimo di silenzio, sua madre rincara la dose: «Ci risiamo, tu e le tue inutili paturnie. Oltretutto, per una ragazza che conosci appena. Quante volte l’avrai vista? E ora ne fai una tragedia? Forse dovresti tornare dallo psicologo, ti faceva bene, eri più tranquillo».
Gabriele risponde con sufficienza e mette giù. Si avvicina alla finestra, fuori le nuvole si addensano sui palazzi, il vento scuote le chiome dei platani lungo il viale.
«E che cazzo!» esclama, come a sottolineare il punto di arrivo di una serie di pensieri che però gli sono rimasti dentro.
Si siede alla scrivania, ingombra di dispense universitarie e di appunti. Sparpaglia i fogli, ne prende uno tutto spiegazzato. Lo stende, lo stira con le mani. Rilegge le poche parole che ci sono scritte in una grafia elegante: Parco Ferri, non è solo il nostro posto preferito, non è solo una panchina. Leggi tra le righe e ascolta, Nina.
Si erano conosciuti una sera di settembre, l’estate ancora temporeggiava lungo le strade trafficate della città. Erano entrambi soli, in fila alla biglietteria del cinema, per l’ultima proiezione della rassegna dedicata ai film asiatici d’autore. In programma c’era In the mood for love di Wong Kar-Wai.
Lei gli aveva chiesto: «Lo hai già visto?» come fossero lì insieme, come se già si conoscessero.
E lui, dopo un attimo di stupore, le aveva risposto che ne aveva solo sentito parlare.
«È un film fantastico. Ah, sono Nina», e gli aveva porto la mano insieme a un sorriso contagioso.
Sedutisi vicini, avevano commentato le scene più belle, noncuranti di chi cercava di zittirli. Dopo lo spettacolo, avevano camminato fianco a fianco, verso il parcheggio, avvolti dall’umidità della sera. Si erano raccontati un finale del film alternativo, avevano scherzato, avevano riso tanto.
«Possiamo rivederci?» le aveva chiesto lui.
Lei aveva risposto, facendo finta di pensarci su: «Tipo domani sera?»
«Perfetto.»
«Ti va se ci incontriamo là?» aveva proposto lei, indicando una panchina verde vicina a un albero nodoso, nel parco che stavano costeggiando.
«Alle sette?» Avevano fissato e si erano salutati, senza neanche scambiarsi i numeri, come due amanti di un’epoca lontana, quando tutto rimaneva aggrappato a una parola data.
La sera dopo erano lì, seduti a chiacchierare, con un tramonto ambrato alle spalle.
«Siamo due vecchietti», aveva scherzato lui.
«Siamo due personaggi di un film», aveva ribattuto lei.
Si erano rivisti altre tre volte, sempre sulla panchina scorticata, a dirsi, a raccontarsi, ad accorgersi di stare bene insieme.
Gabriele l’aveva amata nell’istante in cui le aveva stretto la mano al cinema. Aveva avuto come una scossa, sperimentando sulla sua pelle uno dei cliché dell’amore. Di Nina aveva adorato subito quel modo buffo di arricciare le sopracciglia quando non le tornava qualcosa; il neo sul lobo sinistro, come un orecchino prezioso; le dita affusolate, le unghie tagliate corte; come pronunciava il suo nome, con la erre vibrante.
Avevano continuato a tenersi alla larga da tutto ciò che entrambi avevano sempre fatto fino ad allora: non si erano scambiati alcun contatto, nessuna interferenza del resto del mondo nel loro piccolo universo di confidenze, sguardi sognanti e desideri sottintesi.
«Mi piaci. Molto», le aveva detto l’ultima sera che si erano visti, la strada bagnata da un improvviso acquazzone durato pochi minuti, la luna uno spicchio di mela in un cielo di nuovo terso.
Lei gli aveva preso la mano: «Mi piaci anche tu».
E Gabriele aveva incalzato: «È che non sappiamo quasi niente l’uno dell’altra, un numero di cellulare, qualcosa… Ci sei su Instagram? E poi… e poi ho voglia di te».
Lei aveva risposto con quella sua risata un po’ stonata: «Te l’ho scritto qui il mio numero, e anche altre cose». Aveva tirato fuori dalla borsetta una busta da lettera, di quelle ornate di ghirigori che si vedono nel reparto cartoleria della Feltrinelli. L’aveva piegata in due e gliela aveva infilata nella tasca della felpa. «Facciamo come in un film? Che io ti dico di leggere solo quando sarai arrivato a casa e domani ne riparliamo?»
Nina sapeva essere convincente.
«Come in un film?» aveva ripetuto lui.
La ragazza, annuendo: «E comunque ci vediamo qui domani sera, solita ora».
Si erano salutati con un bacio, il loro primo bacio. A occhi chiusi, le mani di lui sul suo collo sottile, quelle di lei a sfiorargli il petto. Sapore di labbra screpolate e di sigarette, l’eccitazione rimandata come una solenne promessa.
«Mi ha preso per il culo!» ripete tenendo tra le mani l’unica cosa che Nina gli ha lasciato. «Che cazzo significa ’sto biglietto?»
Si accende una sigaretta. Cerca tra i ricordi qualcosa che gli possa essere sfuggito: parole sparse che fa fatica a rimettere in ordine. Tutto inutile. Per sentirla di nuovo vicina, mette in streaming il film che hanno visto insieme, perdendosi in quelle immagini saturate e struggenti, e in quella colonna sonora che sa di lei, di loro.
D’improvviso, la scena in cui il protagonista racconta di un’antica leggenda gli appare come un’epifania:
Nel passato se uno aveva un segreto e non voleva assolutamente che qualcuno lo sapesse, andava in montagna e cercava un albero. Scavava un buco nel tronco e vi bisbigliava il suo segreto. E richiudeva il buco col fango, così il segreto non sarebbe stato scoperto mai da nessuno.
Gabriele balza sulla sedia: «Nina aveva un segreto! Leggere tra le righe… il parco…» esclama, precipitandosi fuori.
Raggiunge la loro panchina di fianco all’albero nodoso. Riguarda il biglietto che stringe tra le dita contratte, ma si accorge che è solo una pagina bianca, non ci sono scritte, non c’è la firma di Nina.
Avvicina l’orecchio all’albero, si ritrae inorridito. Urla con una voce graffiante che gli viene dal profondo. Cade sulle ginocchia, si accascia in preda a un delirio sordo.
Rivede Nina come fosse lì davanti a lui quell’ultima sera.
«Devo dirti una cosa. Sto benissimo con te, ma ho un ragazzo e non me la sento più, mi dispiace.»
Lo aveva abbandonato sulla loro panchina, con un dolore pungente a perforargli lo stomaco. Gabriele le era corso dietro per parlarle. Tutto intorno un gelo inaspettato, come se fosse arrivato l’autunno. L’aveva raggiunta e, afferrandola per un braccio, l’aveva trascinata con forza in un vicolo buio.
Le mani di lui sul collo sottile di lei.
Le mani di lei che spingevano sul petto per allontanarlo.
Gabriele l’aveva lasciata lì, la sua Nina, un corpo senza vita sporcato dal fango, così il segreto non sarebbe stato scoperto mai da nessuno.
E se ne era tornato a casa bisbigliando qualcosa.
Biografia
Simona Visciglia è calabrese di nascita ma toscana d’adozione. Ha un lavoro part-time, un marito full-time e una grande difficoltà a gestire il tempo. Non riesce mai a trovare il momento giusto per scrivere, ma quando lo fa va in apnea e sforna racconti brevi. Ha pubblicato su diverse riviste online e lit-blog. Ha vinto due volte il concorso Racconti nella Rete, con un racconto nel 2023 e con il soggetto per un corto nel 2024 (il corto è stato realizzato dalla Scuola di Cinema Immagina di Firenze, in collaborazione con LuccAutori). È stata anche finalista nella Gara dei Racconti di RadioUno Plotmachine. Il suo sogno nel cassetto è di diventare così brava un giorno da stupire se stessa.





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