di Camilla Azzoni

editing a cura di Marina Gilardi

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


Il vialetto sterrato scricchiolava sotto le ruote dell’auto. Mattia tamburellava con le scarpe contro il sedile. Aveva insistito per mesi: come alcuni dei suoi compagni di classe ne voleva uno tutto suo, da accudire, con cui dividere i pomeriggi e la noia.

«Ricordati che è una responsabilità», disse il padre, tenendo le mani sul volante anche dopo aver fermato l’auto.

«Lo so», fece il bambino, guardando il cancello in ferro battuto dal finestrino. Sopra c’era scritto: Rifugio anziani – affido a lungo termine.

L’interno dell’edificio odorava di ammoniaca e minestra cotta troppo a lungo. Una volontaria con la coda alta e le sopracciglia disegnate li accolse con un sorriso professionale: «Quanti anni ha il bimbo?»

«Otto», disse la madre.

«Perfetto. L’età giusta per creare un legame duraturo. Vi spiego: qui accogliamo solo esemplari abituati al contatto umano. Alcuni sono docili, altri necessitano di un po’ di
pazienza. Ma sono tutti ancora in grado di dare affetto.»

Attraversarono un lungo corridoio con luci al neon che tremolavano in silenzio. Dietro piccole porte a vetri si intravedevano stanze in penombra: letti bassi con sponde, tappeti spugnosi consumati, vecchie poltrone con i braccioli rosicchiati. Alcuni esemplari erano già nei recinti-visita: piccole aree delimitate da grate basse, con coperte tartan lise o divani di pelle screpolata. Dentro, qualcuno sonnecchiava accucciato, qualcuno fissava un punto sul muro senza battere le palpebre.

«Alcuni si muovono poco, ma compensano con tanto affetto», disse la ragazza. «Tutti vaccinati, microchippati, non c’è rischio di sorprese. Abbiamo anche quelli addestrati a rispondere ai comandi base.»

Il bambino camminava tra i recinti, indeciso. Alcuni sollevavano la testa al suo passaggio, occhi velati, bocche semiaperte. Altri fingevano di non notarlo e rimanevano rannicchiati. Qualcuno si avvicinava trascinando i piedi, con un’espressione mesta, gli occhi umidi e tremanti.

«Questo si chiama Mario», disse la volontaria indicando un esemplare magrissimo, con la pelle del collo cascante, seduto su una coperta piegata. «Il padrone precedente l’ha portato perché doveva trasferirsi per lavoro. Aveva qualche problema di socializzazione, ma qui ha fatto progressi. Ora resta seduto quando gli si parla e non si lecca più compulsivamente.»

«Fa i bisogni fuori?» chiese il padre, distratto.

«Sì, certo. Abbiamo un’area esterna per l’uscita quotidiana. Se gli date regolarità, si abitua.»

«Posso accarezzarlo?» chiese il bambino.

«Certo. Mario adora le carezze. Soprattutto dietro le orecchie.»

Il bambino si inginocchiò. Mario sollevò la testa, annusò l’aria. Fece un rumore basso, un ringhio oppure un colpo di tosse profonda, poi chiuse gli occhi mentre il bambino gli passava una mano tra i ciuffi radi.

«Lui è buono», disse il bambino.

«Ti piace?» chiese la madre.

Il bambino alzò le spalle: «Mi sembra triste».

Proseguirono. In un altro box, un esemplare femmina fissava la parete. La ragazza lesse la targhetta: «Questa è Clementina. È stata trovata che vagava in un parcheggio. È dolce e sensibile. È molto adatta ai bambini timidi».

«Gioca?»

«Dipende da cosa intendi. Non corre più, ma tiene compagnia. A volte segue il dito con lo sguardo quando lo si muove davanti agli occhi.»

Nella sala ricreativa alcuni si trascinavano verso una ciotola di plastica piena di biscotti secchi. Uno si fermò, fissando il bambino. Aveva gli occhi velati da una patina bianca. Sbavava.

La madre afferrò il figlio per le spalle e lo allontanò piano.

Alla fine, il bambino scelse un esemplare femmina magrissimo e con la bocca storta. Si chiamava Anna.

«Ha bisogno di affetto ma anche di regole», disse la ragazza. «Ha avuto già due adozioni temporanee. Con i bambini è brava. Se la fate giocare ogni giorno e le date attenzioni, si affeziona molto. Non ci sono complicazioni sanitarie, solo un po’ di disorientamento notturno.»

Caricarono Anna in auto. Guardava fuori, il corpo rigido sul sedile posteriore.

«Posso darle un nome nuovo?» chiese il bambino.

«Meglio di no», disse la madre. «È anziana. Le cose nuove la confondono.»

Mattia sorrise: «Allora Anna va bene».

Lei si voltò. Forse aveva capito. O forse no.

«Ci vorrà un po’ di tempo prima che si abitui», disse la madre.

«Le do da mangiare io?»

«Certo. Anche da bere. Ma non troppo la sera. Poi fa i bisogni nel corridoio.»

Anna stava in silenzio, stringendo in grembo la borsetta con i pochi effetti personali. Solo alla terza curva emise un lamento basso.

Il bambino la guardò: «Posso insegnarle il mio nome?»

«Puoi provare», disse il padre. «Ma non è detto che se lo ricordi.»

Anna aprì la bocca. Le mancavano dei denti, ma la lingua era ancora rosa.

Nei primi giorni, Anna esplorò la casa con movimenti incerti, come se ogni stanza avesse regole diverse che non conosceva e pavimenti cedevoli. Mattia la seguiva ovunque, curioso. Lei si muoveva in silenzio, ma lasciava dietro di sé una scia di oggetti spostati: una pantofola rovesciata, un cucchiaio dimenticato sul divano, un fazzoletto appallottolato in un angolo. Nessuno ricordava di averle dato un fazzoletto.

Il primo mattino la trovarono accucciata sul tappeto davanti alla porta d’ingresso, con la schiena contro il muro e lo sguardo fisso.

«Cercava di uscire», disse il padre.

«O stava aspettando qualcuno», disse la madre.

Ogni giorno, Mattia la portava a fare una passeggiata. Non troppo lunga. Bastava il giro del palazzo, a passo lento. Anna avanzava a testa bassa, scrutando le fughe tra le mattonelle. Di tanto in tanto si fermava a fiutare un albero o una macchia sul muro, inspirando a fondo.

Quando tornavano, la mamma le faceva trovare la ciotola con il pasto. Usavano quella di porcellana decorata con le fragole, perché con le altre sbatteva i pochi denti che le rimanevano. Non sempre mangiava. A volte separava i pezzi con le dita, uno a uno.

«Le crocchette morbide le piacciono», diceva Mattia. «Quelle dure le spinge in un angolo.»

Poi c’era il momento del riposo. Se non la si guidava sul divano, Anna si rannicchiava in punti improbabili: dietro la tenda, sotto il tavolo, una volta perfino tra il frigorifero e il muro. Quando dormiva, mugolava.

Ogni due giorni Mattia doveva spazzolarla. Anna lo lasciava fare. A volte chiudeva gli occhi. Altre volte tratteneva il respiro, e il bambino pensava che fosse morta. Poi lei emetteva un fischio flebile e ricominciava a respirare.

Una volta la trovarono nel bagno, intenta a leccare il bordo della vasca.

«Anna!» gridò il padre.

Lei si voltò controvoglia. Aveva la bocca bagnata e gli occhi lucidi.

«Ha sete», disse il bambino.

La madre annuì: «È disorientata. A volte beve l’acqua delle piante».

Un giorno, mentre Mattia guardava la televisione, Anna si accucciò ai suoi piedi e cominciò a grattarsi dietro l’orecchio.

«Prude?» chiese lui.

Lei annuì. Poi si accasciò.

Mattia la coprì con una coperta. Lei ringhiò.

«Sta sognando?»

«No», disse il padre. «Forse sta ricordando.»

Ogni sera si ripeteva la stessa routine: accompagnavano Anna nella sua stanza, dove c’era un vecchio letto singolo con le sponde imbottite. Il bambino insisteva per salutarla ogni volta con una carezza. Lei abbassava il mento, come se capisse.

Una notte, la madre si alzò per andare in bagno e la trovò in piedi, in cucina, che mangiava il contenuto del bidone della spazzatura.

«Anna!»

Lei si immobilizzò. Le mani rosse di sugo, una scheggia di nocciolo d’oliva incastrata tra i denti.

Ogni tanto Anna si lasciava cadere come un sacco d’ossa e fissava il soffitto, la bocca socchiusa. A volte diceva una parola sola, sempre la stessa, ma cambiava tono.

«Aurelio.»

Nessuno conosceva un Aurelio.

Un pomeriggio la trovarono nel giardino condominiale, intenta a scavare. Non con le mani: con un cucchiaino. Aveva fatto una buca poco profonda e dentro c’era una foto accartocciata. Un bambino biondo, vestito da pagliaccio.

«Hai seppellito qualcuno?» chiese Mattia.

Lei lo guardò con gli occhi pieni di terra.

«È rimasto solo il nome», disse.

Poi si mise a piangere.

La decisione fu presa senza discussioni, la sera in cui accadde.

Anna aveva cominciato a piangere nel sonno. Non urlava e non si lamentava: piangeva in modo sordo, profondo. Piangeva per ore. Nessuno riusciva a consolarla. Mattia ci provava, le passava la mano tra i capelli e sussurrava le canzoni che aveva inventato per lei, ma Anna si limitava a tremare.

Quella sera, morse. Un gesto distratto e confuso.

«Non l’ha fatto apposta», disse il bambino.

«Non possiamo più tenerla», rispose la madre, stringendosi una borsa di ghiaccio contro il segno violaceo.

La volontaria del Rifugio venne a prenderla il mattino seguente. Indossava la stessa divisa celeste e il medesimo sorriso di quando li aveva accolti la prima volta.

«Purtroppo può succedere», disse, mentre infilava i guanti di lattice. «Alcuni esemplari faticano ad adattarsi alla vita domestica. Forse la ricordano troppo, ed è doloroso per loro.»

Anna non oppose resistenza. Si lasciò mettere la pettorina e seguì la volontaria verso l’auto bianca. Si voltò una sola volta, quando Mattia la chiamò. Non disse nulla, ma gli occhi erano lucidi.

«Mi dispiace», disse Mattia. «È stato bello avere una nonna, anche se per poco.»

La volontaria si fermò, gli accarezzò i capelli con la punta delle dita guantate.

«Andrà meglio con il prossimo esemplare.»

Nel Rifugio, Anna era tornata nella sua cuccia preferita, vicino alla finestra sbarrata. Di notte mugolava piano, ma nessuno la sgridava. Altri come lei dormivano poco, mangiavano male e aspettavano senza sapere bene cosa.

Nel corridoio, la solita targhetta:

Anna – Femmina, vaccinata, affettuosa.

Necessita ambiente stabile e amorevole. Già socializzata con bambini. Da non lasciare incustodita in presenza di oggetti fragili.

Sotto, qualcuno aveva scarabocchiato a matita:

Non vuole decidersi a morire.

Biografia

Camilla Azzoni nasce a Parma nel 1990. Si laurea in Lingue e poi fa tutt’altro. Non dorme tanto quanto vorrebbe. Ha intessuto trame per giochi di ruolo da tavolo e dal vivo. Suoi racconti e articoli sono comparsi sull’antologia curata da Quadernetti Storie dell’altro mondo, sul numero speciale di Topsy Kretts in collaborazione con Itaca Colonia Creativa, su Rivista Blam!, Calvario, Scomoda, Kairós, Lo Scisma, Alkalina, Lunario – e altri sono in fase di pubblicazione. Un suo racconto ha vinto il terzo premio al contest Shots 2024 di Galileo Editore uno dei suoi romanzi è finito tra i segnalati della XXXVI edizione del Premio Calvino. Sta scrivendo un pre-apocalittico e sta cercando una casetta per il suo primo romanzo. Legge di tutto con una predilezione per la narrativa speculativa, appassionata di cinema e serie tv. Ha un debole per le trashate televisive, che sono anche il suo guilty pleasure. Videogiocatrice di vecchia data, è fortissima con i picchiaduro. Per Metamorphosis, non vede l’ora di leggere testi spaventosi, esilaranti, giustificati e con interlinea 1,5.

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