Intervista a cura di Camilla Azzoni e Pietro Nunziata
La prima intervista di Caffè Letterario ha come protagonista Mecenate, che è molto più di una rivista d’arte. Anzi, la rivista è solo un’appendice di un corpo più grande. Lo abbiamo capito dialogando con Emma Vianello, che ringraziamo insieme a tutto il direttivo di Mecenate per aver risposto alle nostre domande.

Che cos’è Mecenate?
Mecenate è un’esperienza, un viaggio. È un ponte che collega città e artisti diversi attraverso le sue pagine. È una ricombinazione multidisciplinare che nasce con l’obiettivo di avvicinare pratiche differenti e creare una nuova comunità artistica.
Ci proponiamo di costruire una rete, una mappa di interazioni a livello nazionale, fondata su rapporti umani autentici. È un progetto semplice, ma per noi profondamente necessario e sentito.
Non è solo una zine, e non è solo un progetto curatoriale. È un dispositivo relazionale.
Cosa vi ha spinti a creare Mecenate?
Il desiderio di creare uno spazio sicuro: per gli artisti, per chi ama l’arte, per chi vuole conoscerla, sperimentarla, persino giocarci.
Avete presente i desire path? Quei sentieri spontanei che nascono dal passaggio delle persone, ignorando i percorsi prestabiliti. Ecco, ci piace pensare Mecenate così: un percorso insolito e tortuoso che si sottrae ai flussi e alle strutture imposte, per seguire invece il desiderio umano.
Un gesto politico silenzioso: non inseguite il sistema, ma costruire connessioni.
Qual è la soddisfazione più grande avuta grazie a Mecenate?
La continuità. La consapevolezza che questo progetto abbia un futuro e un senso.
Dopo Venezia siamo riusciti a lavorare anche su Roma. Mecenate era una scommessa fin dal primo numero, ma contro ogni aspettativa è stato accolto con entusiasmo. È solo l’inizio, ma avere già una seconda città sulla mappa significa che il percorso sta prendendo forma.

Con quale criterio vengono scelte le città e invitati gli artisti?
Parliamo di un’espansione “a macchia d’olio”.
Vogliamo che sia il progetto stesso a chiamare a sé luoghi e persone. Non esiste un processo di selezione rigido: ci fidiamo del fatto che sia Mecenate, attraverso il suo messaggio, a intercettare realtà affini.
Se dovessimo individuare un metodo, sarebbe il dialogo: conversare e condividere tra noi, con gli artisti e con le realtà con cui collaboriamo. È in questi momenti che emergono la prossima città, il prossimo artista, il collettivo o lo spazio con cui lavorare.
Non c’è una programmazione rigida: andrebbe contro la natura fluida del progetto.
Per il momento le tappe sono circoscritte all’Italia. Vi piacerebbe andare all’estero?
Idealmente sì.
Tuttavia, lo scopo primario di Mecenate è costruire una mappa di interazioni a livello nazionale. In Italia c’è ancora molto da scoprire e valorizzare. A casa nostra crescono veri fuoriclasse che hanno bisogno di esprimersi in uno spazio sicuro, indipendente e non vincolante.
Mecenate vuole essere proprio questo: uno spazio bianco in cui l’artista possa sperimentare liberamente.
2024 Venezia, 2025 Roma. Per il 2026 potete dirci qualcosa?
Napoli.
Vorremmo riscoprirla artisticamente, entrare in dialogo con nuove realtà e crescere insieme. Ci sono già alcuni nomi in mente.
Nel rispetto dell’interdisciplinarità che caratterizza Mecenate — come accaduto per l’edizione romana con la performance di Helena Grompone — anche altre pratiche potrebbero essere tradotte sulla carta.
Siamo ancora in una fase embrionale, ma siamo curiosi di scoprire cosa ci riserverà questa nuova edizione.
Dove si può trovare la rivista?
La distribuzione segue una logica precisa: ci interessa essere presenti in momenti e spazi significativi. La rivista è disponibile il giorno del lancio, in apertura all’esposizione, durante festival di editoria indipendente e tramite la redazione di Malelingue Edizioni, che cura anche il progetto grafico.
La tiratura rimane volutamente limitata, tra le 50 e le 60 copie.

Perché le città sono il fulcro tematico?
Perché l’arte non nasce solo da ciò che abbiamo dentro. Siamo profondamente plasmati dagli spazi che abitiamo, nel bene e nel male. Le città ci formano tanto quanto le famiglie in cui cresciamo e le persone che incontriamo.
Com’è strutturata la rivista?
Mecenate è un oggetto interattivo: non è rilegata.
Si ispira a Fare una mostra di Hans Ulrich Obrist e al progetto grafico “Newspaper” di Peter Hujar, dove il giornale diventa spazio di condivisione. Quando Mecenate viene donato al fruitore, entra in gioco l’interazione: si invita chi lo riceve a giocare con le immagini secondo la propria sensibilità.
Vogliamo stimolare un’operazione creativa a partire da un’imposizione data. Il fruitore è invitato a mettersi nei panni di un curatore, a diventare parte attiva dell’oggetto. Può persino scegliere di rovinarlo.
È una scommessa: vedere cosa Mecenate può diventare nelle mani di altri. Si crea così un ponte tra l’oggetto e chi lo riceve. Non c’è commercializzazione, e le porte restano aperte.
Un elemento fondamentale è la sovracopertina, che tiene insieme le doppie pagine non rilegate e cambia a ogni edizione.
La prima era in tessuto serigrafato con un’immagine del pavimento veneziano; per Roma sono state realizzate due versioni, una traslucida e una in tessuto — filo conduttore con Venezia, poiché realizzate con tessuti di scarto di Virginia Trentin, con cui avevamo già collaborato per una collezione ispirata alla laguna veneta.
Ogni edizione porta con sé un elemento di continuità con la precedente.
L’esposizione che accompagna la rivista è necessaria o accessoria?
Diremmo metà e metà.
Per la prima edizione non è stata necessaria; per quella romana sì. Sentivamo il bisogno di superare la bidimensionalità, e l’esperimento ha funzionato.
L’esposizione non riproduce necessariamente ciò che appare su carta: gli artisti possono presentare materiali preparatori, oggetti, elementi d’archivio o frammenti della fase embrionale dell’opera. Diventa un’estensione della loro pratica, un modo per avvicinare ulteriormente il pubblico al loro lavoro.
Resta comunque una possibilità, mai un’imposizione. Mecenate ascolta l’artista.
Quanto spazio c’è per l’imprevisto?
Molto.
Siamo giovani e impariamo facendo. Nell’ultima edizione, ad esempio, abbiamo stampato il cognome di un’artista con una lettera mancante. Abbiamo trasformato l’errore in un errata corrige-segnalibro, riprendendo una domanda dell’intervista sul rapporto con il controllo, chiedendo scusa e correggendo ufficialmente la grafia.
Abbiamo persino modificato i poster a mano, con un uniposca rosso.
Abbiamo scelto di accogliere l’errore. L’errore spaventa, ma è il modo in cui lo si gestisce che costruisce una persona — e un progetto.

Cosa pensate della situazione dell’arte contemporanea oggi?
Il nostro pensiero sul sistema dell’arte contemporanea è ampio e, a tratti, volutamente non definitivo. È un panorama vasto, stratificato, talvolta poco leggibile. Ma su una cosa siamo certi: il valore che vogliamo portare avanti è quello comunitario.
Crediamo nella coesione nella differenza. Nella possibilità che linguaggi lontani possano convivere senza uniformarsi. Ci interessa l’amore per l’incomprensione — quello spazio fertile in cui qualcosa non è immediatamente decifrabile ma continua a chiamarti. E crediamo nell’ossessione come atto comunicativo: il bisogno quasi urgente di tradurre un pensiero in forma.
Non siamo interessati a rincorrere il sistema, ma a creare micro-strutture autonome al suo interno. Se il sistema dell’arte a volte appare competitivo o frammentato, noi scegliamo di lavorare sul legame. Se è dispersivo, scegliamo la mappa. Se è rumoroso, scegliamo l’ascolto.
Più che prendere una posizione contro, prendiamo posizione attraverso: costruendo comunità, creando spazi di dialogo, lasciando che l’ossessione diventi un ponte.
Intelligenza Artificiale e mondo creativo: qual è la vostra posizione?
Nel panorama artistico è ancora, in parte, un tabù. Noi non abbiamo una posizione polarizzata.
Abbiamo spesso riflettuto sul tema della riproducibilità dell’opera d’arte: l’IA rappresenta una nuova frontiera, come lo è stato ogni movimento innovativo — basti pensare alla Pop Art.
Non crediamo che vada temuta, ma compresa. È necessario trovare la prospettiva giusta per rapportarsi a questo nuovo modo di guardare e produrre arte. Non è intrinsecamente negativa, né sostituirà ogni forma artistica.
È un’evoluzione. E noi crediamo profondamente nell’evoluzione.
Si ringrazia Majd El Roumy per aver gentilmente concesso le foto.
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