di Bandenere
editing a cura di Pietro Nunziata
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
S’affacciò l’Orda, e vide la pianura,
le città bianche presso le fiumane,
e bionde messi e bovi alla pastura.
Sboccò bramendo, e il mondo le fu pane.
(Giovanni Pascoli - Gog e Magog)
Frusciavano delle maracas fortissimo, impastate in un suono sintetico, scatenando l’impeto della risacca dell’oceano, riverbero delle onde che arrivavano da ovunque, stormi di cimici, eco di centinaia di migliaia, pronte ad abbattersi sulla città, a sommergere i grattacieli, a ricoprire l’asfalto liquefatto per sempre.
Milano cambiava padrone.
***
Guido fumava un drummino. Quella sera era andato al Doganiere, il locale di culto del momento per chi apparteneva al sottobosco milanese. Il posto aveva aperto da poco, in piazza d’Armi, lì dove per tutto il Novecento e il primo ventennio del Duemila aveva alloggiato la Caserma Santa Barbara, che fino a quel momento, insieme al vastissimo spazio verde alle sue spalle (una sorta di Area 51 nostrana), era clamorosamente uscita illesa dalla libido immobiliare della Milano anni ’80 e post-Expo.
Il club poteva bigliettare fino a mille persone precise al chiuso, e si era già creato una certa nomea, avendo organizzato serate urban ed elettroniche importanti. Il Doganiere era l’ennesima scommessa vinta in partenza. Le webzine, le radio giuste, le etichette affiliate, il tam tam social, gli amici di amici, avevano fatto la promozione attesa: il momento era propizio, l’attenzione tanta, il gusto ben indirizzato. Quella sera, tra l’altro, sarebbe stato un secondo battesimo nel giro di poco tempo: si inaugurava la stagione estiva, con l’apertura degli spazi del club anche al parco agricolo circostante, che era stato bonificato qualche mese prima grazie all’intervento comunale. Occasione di diversi selfie time per l’Amministrazione.
Data l’importanza della serata, gli organizzatori avevano impiegato il massimo degli sforzi per assicurarsi il top che il panorama musicale italiano avesse da offrire all’intersezione tra underground e mainstream, alla fine erano riusciti a bloccare Bella BBomba, unico sopravvissuto della indie-trap wave del quinquennio precedente. Idolo assoluto e trasversale per i ragazzi di periferia e centro, univa linguaggio borderline a sonorità elettroniche caramellate, ritornelli anni ‘90 e attitudine urban. Una ricetta che aveva bullizzato le classifiche di Spotify.
Guido era un grande fan e aveva comprato i biglietti appena usciti, assieme a tutta la compagnia di amici e amiche. Soprattutto, ci sarebbe stata Virginia, la sua ragazza/ex-ragazza/ragazza di nuovo/ex-ragazza questa volta davvero, con cui si sentiva ancora, ogni tanto, che però non vedeva da un po’, e forse aveva iniziato a uscire con quell’altro.
Era arrivato molto presto, Guido, ingellato in testa come suo solito, alla maniera dei truzzi di tre decenni prima, e in ossequio al soprannome che l’abitudine gli aveva valso – Laccabue. In anticipo di quasi due ore rispetto al concerto, in perfetto orario per sgollarsi da solo qualche Peroni non filtrata e non prevista al chiosco in Perrucchetti, rito utile per allentare la tensione di rivederla. In più, ci aveva abbinato un drummino, girato col tabacco dei cinesi in via Forze Armate. Si sa mai. Tra una 33 e l’altra, aveva persino potuto notare con la coda dell’occhio un soggetto stranissimo entrare nel locale (tra l’altro senza mostrare alcun biglietto): un nero altissimo con una tunica più nera di lui e delle stelle dorate, minuscole e grandi, ricamate sopra: insomma, quello che Nico, l’amico suo, non avrebbe esitato ad apostrofare come “un babbodiminchia”. S’era fatto una bella risata al pensiero, Guido, ingellato in testa, col drummino in bocca: che gente, a Milano.
Il pubblico iniziava a spazientirsi, a fischiare e fare ululati: il concerto doveva essere cominciato ormai da un’ora buona, ma di Bella BBomba non c’era traccia. A Guido girava un po’ la testa da quando aveva salutato Virginia, che si era avvicinata a lui senza tanti fronzoli, con un sorrisone, fregandosene che lui fingesse di non essersi accorto di lei.
Il suo profumo lo aveva scombussolato. Se lo ricordava bene, eppure si era dimenticato quanto potesse metterlo in confusione. Le Peroni al chiosco, i gin tonici al banco, la presenza di Virginia, le persone che iniziavano a sudare, a salirgli sui piedi e a premere verso il palco ancora inspiegabilmente vuoto, gli stavano facendo crescere un sentimento di agitazione e disagio, strisciante e ingestibile. Sorrideva nervoso alle battute degli amici, specie a quelle incessanti e urlate di Nico, l’emerita testa di cazzo, il suo mentore polleggiato, la cui arroganza di solito lo calmava e faceva sentire ok, a lui, eterno insicuro. Quella sera, invece, peggiorava la situazione: lo deconcentravano dai timori che stava cercando di accudire.
«Per sopraggiunte e non prevedibili ragioni, Bella BBomba non potrà esibirsi questa sera al Doganiere. Ci scusiamo», annunciò all’improvviso una voce. Un boato di fischi e urla scimmiesche presero possesso del club. Il clima si stava facendo parecchio teso. Spintoni, scatti, confusione: il pubblico del locale si muoveva come se fosse una bestia che tentava di scrollarsi il dorso da un parassita, senza trarne sollievo. Virginia era due persone oltre Guido, sulla sua destra. Lui, complice tutta la situazione, voleva morire. Nient’altro.
Neanche mezzo minuto dopo il sorprendente annuncio, però, dal backstage fece la sua apparizione un’alta figura nera, che lentamente si portò alla consolle. Fu subito silenzio assoluto nel locale. Il prurito della bestia si calmò. Si fece in tempo solo a sentire l’ultimo cubo di ghiaccio grezzo cadere nel vetro di un drink. Poi, iniziò lo show.
Voci bianche inseguirono melodie artefatte e impalpabili a lungo, nell’incomprensione generale. Si rincorrevano, altissime, su più strati, per poi abbassarsi, e rifarsi rarefatte di nuovo. Le luci si abbassarono solo dopo tempo incalcolabile, e a quel punto, quasi in sincrono, un tappeto di potenti bassi tribali si gettò nella mischia, a fare da inquietante contraltare alle voci effimere. Era tutto un glitch, impennate e progressioni elettroniche barocche e indomabili, che si susseguirono imperturbabili anche quando il cantato si incartò di colpo, le voci diventarono distorte, si assottigliarono e ondate di variazioni sonore fecero razzia del buonsenso musicale.
Il pubblico era ipnotizzato, disarmato di fronte allo spettacolo che il cerimoniere nero in consolle stava portando avanti. Doveva essere un’innocua serata di indie-trap, alcool e sigarette. E invece sembrava l’apocalisse. Ma nessuno andava via: accanto a Guido, le persone iniziavano a ballare, a lasciarsi persuadere dal ritmo sincopato, da vecchi motivi e antichi scossoni, possedute. Non vedeva Virginia, non vedeva Nico, sentiva le tempie rimbalzargli in testa, pronte a buttarsi di sotto, a causa dei colpi violenti delle casse.
Fu in quel momento che l’alta figura nera si sfilò da dietro la sua postazione, senza che la musica interrompesse il suo corso, si portò con passo lento, a metà tra lo scenografico e il non curante, al centro del palco, infilò la mano ricca di anelli in tasca, una tasca che fino a quel momento la tunica aveva reso invisibile, e ne estrasse un grasso rospo rugoso, che teneva gli occhi spalancati. Lo fissò solenne di rimando, mentre rimetteva la mano nella tasca magica per tirarne fuori due piccole assi di legno, chiodi e martello.
La musica si fermò di colpo, lasciando una sensazione di strascico sonoro aleggiante. Mille persone fissavano l’uomo nero. «DUWATDAU», disse a voce alta e piena.
Incrociò le assi, le fissò tra loro, avvicinò il rospo, gli distese gli arti sopra e – pam pam pam! – lo inchiodò alla croce, senza che l’anfibio emettesse un solo gracidio di dolore. La folla era in trance, Guido distolse lo sguardo e la musica riprese a scrosciare, pioggia tropicale. Ma la cerimonia non era ancora terminata, lo sciamano delle tempeste urbane puntò i polpastrelli sul rospo crocifisso e tirò un respiro profondo, le mani si irrigidirono nello sforzo e – strap! – gli squarciò il petto, spezzandolo a metà: ne estrasse il cuore gracidante, lo mostrò ai ragazzi e alle ragazze del club, se lo portò alla bocca e lo divorò con espressione indecifrabile tra la cupidigia e la pace estrema, dopo averlo masticato.
Era frastornato, Guido, le persone attorno a lui si pressavano, si stavano vicino, si strusciavano, si premevano contro in modi bizzarri e scomposti. Sentiva l’ansia crescere, sentiva di non riuscire a partecipare al gioco della tribù. Non poteva spogliarsi di sé, per paura di non riuscire a ripercorrere il tragitto inverso una volta ricomposta la melassa. Il palco era rimasto vuoto, ma le casse continuavano a sbattere, la festa era all’apice, Bella BBomba mai esistito, Milano lontana chilometri ed ere geologiche.
Giunto allo stremo della sopportazione, Guido si diresse nella parte esterna del club per prendere una boccata d’aria: non c’era vento, eppure i bacini d’acqua artificiali nel parco si muovevano come se qualcosa li animasse da sotto la superficie. Si sentiva inquieto e inesatto. Fissava l’acqua e si aspettava che da un momento all’altro potesse scatenarsi un uragano. Gli pareva che gli atomi di idrogeno e di ossigeno vibrassero sempre più intensamente, fino a che delle piccole onde presero a danzare. Fissava lo spettacolo misterioso, mentre sentiva come se un’entità inafferrabile gli stesse montando il ripiano di un comodino a metà sterno. Era uscito per respirare aria fresca, invece stava morendo per asfissia: il terrore fu totale quando gli parve di vedere delle ombre scure e dentate allungarsi e affiorare in superficie. In quell’istante concitato, qualcosa gli afferrò il braccio, spezzò l’apnea e gli fece rimbalzare il cuore gonfio tra le tonsille. Si girò di scatto e a un centimetro dalla faccia si trovò Virginia. La sua, non più sua, Virginia.
«Ciao, Gi», sussurrò, appena prima di iniziare a leccargli le labbra.
«Eh-ehi, ma… che cazzo fai, Virgi?» Era impreparato, teso e spiazzato dal gesto. L’amava ancora, e questo assalto insensato, da puttana dei palazzi, era peggio che un rifiuto. Non voleva che lei fosse così, lei non era così, era così? Perché si erano lasciati, eppure? Sentì lo stomaco premere verso i polmoni, per farsi strada nel tentativo di vomitare dalla gola un gomitolo nero di supposizioni ingombranti.
«Ti stavo cercando, scemo. È tutta sera che allungano le mani e mi toccano… mi toccano… mi toccano… ma io voglio essere toccata da te.» Gli mise una mano tra i capelli, scompigliandogli la pettinatura, l’altra dietro al collo, e se lo avvicinò, per respirargli calda addosso.
«So che pensi: che sono una puttana. Ma io non sono una puttana, Laccabue, sono di tutti, è diverso. Appartengo al mondo. Tu solo a te stesso.»
Schiuse la bocca e tirò fuori di nuovo la lingua. Una lingua lunga e larga, che sembrava potesse estendersi a piacimento, quella notte.
Era a un centimetro da quello che tutti i giorni prima aveva sognato per la serata, eppure era distrutto, sul ciglio del baratro. Non ci stava capendo niente, niente, di tutto quanto. Niente, del comportamento degli altri, dello spettacolo dello sciamano nero, delle ombre nell’acqua, dello sguardo strano di Virginia, sbarrato e allucinato, con l’iride e le pupille impastate insieme, ridotte quasi a una sottile fessura verticale.
«Abbandonati a me, Guido. Stupido ingenuo. Lasciati andare. Asseconda la musica. Solo l’oscillazione dell’identità ti permette di essere libero. Identità e libertà non possono coesistere. Fatti leccare, Guido. Non costringermi ad affondarti i denti nella carotide.»
Guido sentiva le palpebre accasciarsi, il cervello intorbidirsi, lo stomaco finalmente rilassarsi. Un incantesimo gli ingellava le cellule. Sotto la cerniera dei jeans, cresceva la pulsione di possederla. Lei continuava a leccargli le labbra, il mento, il collo, i lobi, le guance. «Ti voglio», disse finalmente, di scatto, lui.
Ma tante ombre si stavano assiepando intorno. Ombre che si accrescevano e iniziavano a toccarla. Per Guido, fu come risvegliarsi di soprassalto: fu l’orrore constatare che a lei piaceva, non si discostava, incitava i molestatori con foga animale. Era un fiume che aveva travolto gli argini, Virginia, straripato del tutto. Quel che era stato di lei nella comprensione razionale di lui, non esisteva più.
«L’identità è una prigione, Guido. Liberati», disse, posseduta.
Ma il povero Guido, così se stesso, era sopraffatto. Nel mezzo della mischia che gli si stava chiudendo addosso, provò ad allontanare le strane ombre dalla sua, mai più sua, Virginia, ma si sentiva totalmente annebbiato. Nel buio vorticavano arti che sembravano lunghe code e zampe ferine. I sensi non lo assistevano, la vista era sfocata, le gambe tremanti. Quando gli riuscì di afferrare un assalitore, dovette ritrarre la mano per la tremenda paura: sotto il palmo sentì infatti una presa ruvida, non umana, come se avesse impugnato una fredda pietra fatta di scaglie.
In quel momento, si sentì soccombere fatalmente, e con l’ultimo sforzo lucido scappò all’indietro, verso l’oscurità del parco.
***
Frusciavano delle maracas fortissimo, impastate in un suono sintetico, scatenando l’impeto della risacca dell’oceano, riverbero delle onde che arrivavano da ovunque, stormi di cimici, eco di centinaia di migliaia, pronte ad abbattersi sulla città, a sommergere i grattacieli, a ricoprire l’asfalto liquefatto per sempre.
Quando il concerto finì, le porte nere del Doganiere si aprirono di schianto.
Mille alligatori sboccarono fuori, liberi e affamati. Milano era loro.
Mille alligatori, meno uno.
Biografia
Milano, Bande Nere, 1990. Quando non scrive, è un ficus gigante in un’azienda di prodotti chimici. Gli piace: Buzzati, Celine, il Naviglio Grande, gli gnocchi duri, Virginia. Non gli piace: scrivere bio, il Naviglio Pavese, gli gnocchi molli, Guido.





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