di Taylor Blackfyre

editing a cura di Teresa Carmeni

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


9 agosto

Luce

I

E ho rivisto Luna, bella come una notte di tempesta. Sembra sia solo la luce che rimbalza contro gli atomi di materia, ma quando il mio cervello interpreta questi semplici stimoli, quando vedo un suo sorriso, io mi —

‘Fanculo.

Mi ritrovo a fluttuare tra le stelle, a seguire la sua scia come la coda di una cometa.

Lei lavora al bar nei giardinetti sotto casa, dove i paesani trascorrono le giornate tra vino e scopa d’assi. Qui, tra i monti dove passo le vacanze, è il mio posto preferito per il genepì serale.

Figlia dei proprietari.

Non so come sia possibile, ma —

Vengo qui da una vita e fino a quest’anno non l’ho mai incontrata.

E poi c’è lui. Una specie di sosia di Ricky Martin, ma con i denti storti. E la faccia di plastica. Negli occhi di lei c’è un universo, nei suoi il nulla assoluto.

Non avrei pensato di trovare… Cioè, non qui, in mezzo al niente. Ero venuto solo per scappare, per elaborare il —

Penso a lei anche se cerco di non pensare.

Penso a lei e a Chiara.

Penso che quando Chiara se n’è andata ho smesso di respirare.

E che quando ho incontrato Luna ho ricominciato.

II

Ho conosciuto Chiara a lezione e ho amato il suo volto in controluce, in un giorno di primavera. L’ho amata finché il tempo e la noia non l’hanno allontanata da me.

Chiara ha gli occhi grandi e il viso perfetto come un quadro di Parmigianino. Trovare un amore così splendente e puro come il nostro, vederlo crescere come dicevano le promesse, pensare che fosse la vera occasione e —

Tanto ci passano tutti.

Nemmeno l’universo è eterno, figuriamoci l’amore.

Chiara si è innamorata del Giappone un anno fa. Il passo successivo è stato innamorarsi di un cuoco giapponese.

Buio

III

Luna è uno sguardo abbassato, una mano sfiorata per caso, una voce che quasi non conosco. Ma in una notte i miei sogni han lasciato Chiara al sushi per abbracciare il suo corpo esile e pallido.

In una notte.

In un istante.

Luna ha i capelli di stelle e gli occhi sono torrenti che riflettono il bosco che li circonda.

È arrivata col suo profumo leggero e il suo ragazzo idiota. Piove e la felpa verde le si è bagnata sulle spalle. Lui mostra i muscoli e l’abbronzatura, in maglietta nonostante il freddo.

Ride.

La stavo aspettando, ma sono fuggito col mio ghigno più stupido quando mi ha guardato.

Perché sorride così?

Se solo sapesse che mi gira la testa ogni volta che incrociamo lo sguardo… Ma davvero non se ne accorge?

 Cammino nella piazza deserta, piove e le scarpe sono già piene d’acqua.

Scendo in pineta e non c’è nessuno. Le sole luci sono quelle soffuse e distanti delle case e quelle dei lampi, tanto lunghi da squarciare l’intera volta celeste con i loro rami di argento.

«Vaffanculo», sussurro e chiudo l’ombrello.

Io, la pioggia e il buio. Nient’altro. A occhi chiusi, lascio che i capelli si attacchino al viso e la felpa si inzuppi.

Non importa.

IV

«Parlale, cos’hai da perdere?» chiede Chiara al telefono.

L’itamae ha un’altra ragazza, ma dice che la lascerà presto. Chiara si sente sola.

V

Ricky Martin parcheggia in un vicolo buio, dietro al piccolo cinema. Rivolge a Luna il suo sorriso vuoto e la bacia, carezzandole il seno attraverso la maglietta. Lei gli passa una mano tra i capelli corti e con l’altra gli abbassa la lampo dei pantaloni. Sorride e si piega su di lui, che le mette una mano sulla nuca.

Quando la testa si rialza, il viso è quello di Chiara e Ricky è giapponese.

Sogni di merda.

I peggiori li ricordo sempre.

10 agosto

Luce

VI

Mi dirigo al vecchio ponte, sperando di fuggire alla folla che riempie la piazza. Sono in troppi, in troppi perché li possa sopportare. Mi allontano di corsa ed entro nel silenzio, nella pace. Non c’è alcuna persona in questo mio mondo.

Tutte sparite.

Tutte.

Tranne una.

Seguo la strada che facevo da bambino in cerca di more, mirtilli e lamponi, immergendomi nel sottobosco, su aghi di abete fulvi che attutiscono i miei passi. Ovunque mi giri non vedo altro che alberi e rami e arbusti ed erba.

Ricomincio a respirare.

Non c’è nessuno che mi obblighi a indossare una maschera. 

Chiudo gli occhi e ascolto il vento, seduto sotto un albero.

Solo così, nel nulla, sono me stesso.

VII

Rumori.

Parole? Gente che cammina. Una coppia viene verso di me.

Mi alzo e faccio qualche passo per allontanarmi, ma un grido mi fa voltare. Vedo una ragazza semisdraiata a terra, scomposta. Trema e si tiene una caviglia. Un ragazzo è pallido e immobile accanto a lei.

«Cosa è successo?» chiedo mentre mi avvicino e lei indica un cespuglio che ancora si muove.

«Serpente.»

Cazzo. Di solito le vipere non scendono così a valle, ma —

Le tolgo la scarpa e la calza e i due segni rossi le danno ragione.

Guardo il ragazzo.

«Hai dell’acqua?»

Lui si riscuote e si toglie lo zainetto dalle spalle, lo apre e ne estrae una borraccia. Gliela strappo di mano e lavo la ferita, poi la fascio con la calza, più stretta che posso.

Dico a lei di sdraiarsi e non muoversi e a lui di aspettare lì mentre vado a chiamare il medico.

«Non si deve succhiare via il veleno?»

«No, è una cazzata.»

VIII

Seduto ai giardinetti, ascolto le vecchie voci intorno a me. Parlano di calcio e di vino e dicono che qualche giorno fa una donna del paese è morta, a un mese dai novantadue anni. Oggi c’è stato il funerale. Il figlio minore, che viveva con lei da sessantatré anni, non si è presentato. Lo hanno cercato senza successo, finché un suo fratello non è andato in pineta, dove da piccolo giocavano insieme. Era lì, impiccato a un ramo, che dondolava davanti al suo cane accucciato.

Dalla mia panchina vedo Luna, ora sola, ora con la madre.

Distolgo lo sguardo.

Sta venendo da me.

«Ciao.»

«Ciao», rispondo. Sorride e mi devo schiarire la voce.

«Cosa fai?»

Ti guardo, penso, ma dico che cerco di muovere le cose con il pensiero.

Ride e mi chiede se ci riesco.

«Sei venuta qui», sussurro.

Fantasie di merda. Le peggiori sono così reali.

Buio

IX

«Alla fine l’ha lasciata!»

Oggi Chiara ha la voce allegra e ride al telefono.

«Bene», rispondo, e in fondo lo penso. «Vi metterete insieme?»

«Credo di sì, questa sera usciamo.»

Ci siamo amati e siamo stati felici. Questo nessuno potrà cancellarlo, anche se i ricordi saranno meno splendidi quando saranno coperti di polvere in una soffitta della memoria. Si è spenta la fiamma, ma tutto il resto rimane. Non avrebbe senso non esserle amico.

«Pretendo di conoscere tutte le amiche giapponesi che ti farai ora», concludo.

X

Lei si chiama Mia. Ha i capelli castani e gli occhi di bosco. E, da ieri, un segno che diventerà una piccola cicatrice su una caviglia, stretta in una fasciatura che la fa camminare senza dolore.

Lui è Gio e non riesce a toglierle gli occhi di dosso. I loro genitori hanno affittato due appartamenti nello stesso condominio, per tutto il mese. Mia è arrivata direttamente dal mare, si conoscono da un paio di giorni.

Volevano ringraziarmi per l’aiuto e ci siamo visti per bere una birra.

Non ai giardinetti.

Poi siamo andati in pineta e ho preparato una canna. Mia l’ha accesa e dopo due tiri l’ha passata a Gio, che sembrava baciare il filtro, appena sporco di rossetto rosa.

XI

Sto fumando sotto casa. Erano anni che non vedevo tante stelle. Quelle che a pochi metri da qui sono uccise dai lampioni, in questo vicolo splendono fiere e brillanti. Ci sono anche quelle cadenti. Le osservo come un antico augure, ma non mi svelano il futuro.

Più le meteore lasciano la loro scia incandescente, più desideri lancio contro di loro e più forte si alza il vento, per scuotere gli alberi dietro di me. Mi attraversa un brivido. L’atmosfera è strana, a tratti inquietante. Avrò fumato troppo, forse.

Vorrei ci fossero un dio da rinnegare e un demonio cui vendere l’anima, vorrei ci fosse un modo per far smettere ai giorni di scorrere inutili e uguali e —

Luna. 

Stasera ho cercato di ignorarla. Per quanto possibile.

Lei è andata ad abbracciarlo. Ma mentre si baciavano, ha alzato gli occhi su di me.

13 agosto

Luce

XII

Mia e Gio hanno portato via molto del mio tempo, ma ne vale la pena. Sono amici e non è una cosa che possa dire spesso. Lui la guarda con occhi di fuoco, ma lei pare non accorgersene. Sorride spesso, mi prende per il braccio e mi piace il tocco delle sue dita bianche e sottili. Come quelle di Luna.

Camminiamo nel bosco, fumiamo e scherziamo.

«Avanguardia a retroguardia,» faccio io, con la mano davanti alla bocca per simulare una radio, «la strada è praticata da cavalieri nemici. All’erta, ripeto, all’erta.»

«Retroguardia ad avanguardia, ricevuto», ribatte Gio. «Segni di zoccoli?»

Io mi sposto a destra, Mia fa un salto a sinistra.

«No, segni di merda», rispondo, e Gio, che sta guardando i fianchi di Mia avvolti dai jeans stretti, finisce con entrambe le scarpe dove un cavallo pensava di aver trovato un cesso, sprofondando in dieci centimetri di escrementi freschi.

Scoppiamo a ridere, come sciocchi. Ventun anni buttati via.

Vaghiamo per la pineta, il camping, il maneggio. Parliamo di tutto, o quasi. Non sanno di Luna, ma tempo per lei ne trovo sempre. Gio tenta qualche approccio, ma Mia li evita con noncurante abilità.

XIII

Sento il Campari Soda corrodermi lo stomaco vuoto. Aperitivo di mezzogiorno. Voglio stare un po’ vicino a lei. Ne prendo un secondo, un terzo, e faccio sempre più fatica a bere, ma continuo. La osservo. Non parlo.

Lei mi lancia delle occhiate e poi distoglie lo sguardo e mi chiedo se la sto mettendo a disagio guardandola così.

“Che cazzo” penso, e sposto gli occhi sul monumento ai Caduti. Quando mi volto per pagare, lei è già andata via e lo scontrino me lo porge sua madre.

XIV

«Ma figurati, fai felice il suo ego!»

«Dici, Ki?»

Ki sta per Kiki. Così chiamavo Chiara.

«Sicuro!»

Buio

XV

Siamo seduti al campo di equitazione, Mia, Gio e io. La sera è calda, ma l’aria qui è sempre fresca e umida.

«In giro nessuno, stasera», dice lui.

«Già», rispondo e prendo dalla tasca erba e cartine.

Gio guarda Mia. Lei guarda le mie dita veloci. Io guardo la luna.

Dopo pochi minuti, dei passi pesanti si avvicinano.

«Cosa fate qui, ragazzi? Cos’è questo odore?»

Lo sbirro del paese. Merda.

Non è passato un istante che già stiamo correndo. La pancia del poliziotto cerca di seguirci.

«Di qua, venite», sussurro, e li guido lungo un sentiero. All’inizio è ripido e scosceso, ma dopo una piccola radura piana diventa una comoda mulattiera. Solo che, prima di raggiungerla, scivoliamo su una lastra di pietra e ci graffiamo le mani e le ginocchia. Mia si lacera i pantaloni di lino e Gio prende una storta alla caviglia. Le mie dita sanguinano e la salita sarebbe più facile se, nonostante tutto, non stessimo ridendo.

Non riusciamo a smettere.

«Cazzo, basta che ci sente!»

Arriviamo alla radura e ci fermiamo a riprendere fiato. Lo sbirro non arriva e vaffanculo, preparo un’altra canna e mi sdraio nell’erba umida. Mia si sdraia al mio fianco e Gio accanto a lei.

Guardiamo il cielo e Mia prende la mia mano. Gio prende la sua.

Lei si scioglie da lui e si fa passare la canna.

14 agosto

Buio

XVI

«E adesso che mi ha portata a letto dice che forse ha sbagliato a lasciarla, che vuole riprovarci con lei!»

Chiara piange.

In gamba, il giapponese.

«Non so cosa dire, Ki. Mi dispiace tanto.»

“Forse non dovevi lasciarmi” non lo dico, ma —

Le parlo dei miei amici, per distrarla.

Le parlo di Luna.

16 agosto

Buio

XVII

Luna.

A piedi nudi, cammina nell’erba. Indossa la sua maglietta verde, aderente, e penso che le sue gambe sono belle, sotto quella gonna. E i suoi occhi, quando sorride… e le dico che —

Che voglio darle il meglio di me.

Che non è molto, ma è tutto quello che ho.

Che quando la guardo, il mondo mi sembra migliore.

Lei mi bacia.

Sogni di merda.

17 agosto

Luce

XVIII

Solo Mia e io. Gio è a casa e non vuole parlarmi. Siamo in pineta, su una panchina. Ha preso la mia mano e la sua voce è dolce mentre mi parla, ma le sue parole mi fanno male.

«Mia», le dico, ma non si ferma.

«Mia», ma ripete che mi ama. Che possiamo stare insieme. Che saremmo felici.

Cerca di baciarmi. Cerco di alzarmi.

«Ti amo.»

No, e non basta chiudere gli occhi.

«Ti amo.»

No, e non basta coprirmi le orecchie.

«Ti amo.»

No, e non bastano le parole che conosco per spiegarlo. Che non cerco l’amore, ma solo la sua ombra. L’idea di un amore, tanto lacerante quanto irraggiungibile, che sfugga al solo scopo di lasciarsi inseguire, che abbia occhi e voci diverse e non si trasformi mai in una foglia ingiallita di abitudine e paura di essere soli. Che abbia ogni giorno un nuovo aspetto, che brilli nel cielo, ogni notte diversa come la —

«Ti amo.»

No.

Piange. E sto male a vederla così, vorrei stringerla e poterle dare qualcosa, vorrei averla incontrata in un altro momento. Vorrei che non ci fosse solo questo immenso vuoto dentro di me, questo nulla che mi divora giorno dopo giorno. Che mi spegne.

«Mi dispiace», mormoro.

Piange.

Suona il campanile, lontano. Le sei e mezza. L’aperitivo.

Luna.

Quello che non posso avere. Una ragazza che non potrò deludere perché non potrà conoscermi. Che non perderà mai, nei miei ricordi, quel dolce splendore da notte d’estate. Quello che non posso raggiungere.

Quello che voglio.

«Devo andare», sussurro. Mia non risponde. Ha raccolto le gambe al petto e piange.

Cammino senza voltarmi a guardarla.

«Ti amo», sento, ma — 

Cammino.

Luna.

18 agosto

Buio

XIX

Ha la maglietta verde e le dita con le unghie tinte di rosa. Un braccialetto a forma di delfino a un polso e un sottile filo d’argento a una caviglia.

«Domani parto», le dico, guardandola negli occhi. «Spero di rivederti l’anno prossimo.»

Inizia a piovere. Mi sorride e i suoi occhi brillano.

Si allunga sul bancone e mi bacia le guance. Mi sfiora le labbra con un dito.

Dio, il suo profumo…

«È un peccato», sussurra, «che non ci hai provato con me.»

Biografia

Taylor Blackfyre è la fusione di due entità generate lo scorso millennio, la cui principale occupazione è sfamare un’orda di gatti famelici e un cane più grande all’interno che all’esterno. Ha pubblicato racconti di vario genere, tra cui l’hard boiled The Pearl (Antologia Criminale 2025, Tra le righe libri), i weird Yola (Il libro blasfemo di Cthulhu, Dagon Press) e Terra Incognita (Le tenebre di Lovecraft, Esescifi), il fantasy La Corrente (Il sogno del buio, Silele) e più di recente la satira distopica New Gaza Resort (Immaginando Gaza, Delos Digital) e il weird ironico Il richiamo della Mamma (Scimmiette di Mare Project: Kill your writer – vol. 2, Nero Press), in cui uccide H.P. Lovecraft con delle scimmiette geneticamente modificate. Sulla rivista online Gelo è presente il drammatico La prima volta, l’ultima volta.

Nel 2024 ha pubblicato il romanzo dark fantasy Succube del Fato (Delos Digital), mentre l’anno successivo è uscito l’hard sci-fi Error Code 3 (Distruttori di Terre), finalista dei premi Odissea e Kipple 2024. A marzo 2026, infine, ha visto la luce la novella contemporary romance Un’immagine perfetta (Delos Digital).

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