di Pietro Nunziata
editing a cura di Camilla Azzoni
Illustrazione: foto di Maahid Photos (Pexels)
La gente mi chiede: «Come va?». E io rispondo: «abbastanza bene». Poi sorrido. Loro fanno lo stesso. È un bluff. Come la vita. Anzi, no. La vita è un gioco truccato. E alla fine perdiamo tutti.
Stamattina la sala è quasi piena. Potrei vincere. Me lo sento. Non posso mica perdere sempre.
Prendo il bigliettino col mio numero. Lo metto in tasca. Guardo i monitor appesi alla parete: sono arrivati al numero 27. Cerco miss piercing al naso. Incrociamo gli sguardi. Lei è puntuale. Io, no. La raggiungo.
Ha dei crisantemi in mano. Davanti a lei, sul tavolino sgangherato, ci sono il sette di bastoni e il due di coppe.
«Con chi stavi giocando?» chiedo.
«Non sono fatti tuoi», risponde. Alza il sopracciglio e aggiunge: «Uè, finisci tu?»
«E quei crisantemi? Da dove vengon—»
«Finisci tu, sì o no?»
Ripone i fiori sulla sedia accanto. Ha lo sguardo stanco.
Continuare partite iniziate da altre persone porta male. Ma oggi è il mio giorno. Non posso perdere.
«E va bene. Ma se vinci non ti do nemmeno un euro!»
«Uè, sono i soldi il problema?»
Non me l’aspettavo. O forse, sì. Prendo le carte di chi mi ha preceduto. Lo sapevo, non avrei dovuto accettare. Ho due assi: bastoni e denari. Scelta obbligata. Calo l’asso di bastoni.
Miss piercing accenna un sorriso.
«Scopa!»
«Ma vaffanculo…» dico, e calo l’asso di denari.
Si mette a ridere. Alza la carta come farebbe un prete con l’ostia, e la getta sulla mia. Lo schiocco rimbomba nella sala. Chi sta vincendo la sua partita, si gira a guardarci. Gli altri, quelli che stanno perdendo, ci ignorano.
«Scopa!» Mi fa il segno della croce con le dita.
Sono nato per perdere.
Miss piercing ha trent’anni. Parla troppo. Ride troppo. Il seno destro è troppo grande rispetto a quello sinistro. Fuma troppo, tipo due pacchetti al giorno, anche se non dovrebbe. Ma al posto suo, io, farei la stessa cosa. Ora che ci penso, potrei chiamarla miss troppo. Se va avanti così, le resterà pochissimo da vivere. Lei raccoglie le carte per mischiarle; io scruto la sala. Qui dentro, sedute su sedie logore macchiate da vomito e caffè, ci sono settantadue persone. Una più disperata dell’altra.
Contare mi calma. Quando non è sufficiente, faccio altro. Tipo uccidere la gente. E dato che sto già perdendo, inizio a contare. Il calcolo è facile. Vengo qui da tre settimane, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, so bene che in questa sala ci sono ottanta posti a sedere. Oggi sono tutti occupati. Tutti tranne otto.
«Siamo in sett—»
«Siamo settantatré», m’interrompe miss piercing. Anche lei fa il mio stesso gioco. Accenna un sorriso, falso, come il cornicello che le pende dal lobo dell’orecchio.
Resto in silenzio. Quelle come lei, fortunate al gioco ma sfortunate nella vita, cerco di evitarle. Mi ricordano che sono come loro.
Sorride. Lo fa sempre. Che diavolo avrà da essere felice, io, lo ignoro. Quando fa così, è irritante da morire. Chiudo gli occhi per un secondo. E lo faccio.
Afferro il piercing. Lei sta per urlare. Ma sono rapido. Tiro giù. Il sangue schizza sulle labbra. Gliele mordo. Ne strappo via un pezzetto. Lo mastico. Lo sputo per terra. Riapro gli occhi.
«C’è una strana puzza qui. La senti?» chiede.
Io sento solo odore di alcol. E mi piace.
«Credo venga dal bar. Pare sia gestito da una ditta in odore di camorra. Mi piacerebbe dargli fuoco». E aggiunge: «Aspetto l’orario di chiusura. Entro di nascosto. E BOOM!» ride allargando le braccia come a simulare un’esplosione.
Non ha considerato le telecamere di sorveglianza esterne. La vigilanza. E poi che significa “BOOM”? Vuole appiccare un incendio o far esplodere il bar? Odio le persone imprecise. Richiudo gli occhi e continuo.
Le afferro il collo. Vorrebbe gridare. Non può. La mia mano è una morsa. Roba da film horror. La prendo a pugni. Le sfondo la testa. Sento le ossa che si frantumano. Gli occhi penzolano dalle orbite. Gli schizzi di sangue dipingono un quadr—.
«Uè, ma a che stai pensando?» chiede miss piercing.
«Che siamo settantadue.»
«No», insiste lei.
Rifaccio il calcolo. Ha ragione. Non mi sono conteggiato. Ma non voglio dargliela vinta. Così mi alzo e prendo il Corriere della Sera dal tavolino nell’angolo. Leggo la data. È vecchio di tre giorni. Lo rimetto al suo posto e do uno sguardo alla sala.
Ci sono più anziani che giovani. Meglio così. Quando perdono la partita, accettano la sconfitta con sportività. I giovani no, loro piangono, urlano, si disperano.
«Vuoi la rivincita?» grida miss piercing.
«Shhh», fa qualcuno.
Certo che voglio la rivincita, non me ne vado senza una vittoria, fosse l’ultima cosa che faccio in vita. Così torno al mio posto. A ’sto giro vinco io.
Miss piercing sta per dire qualcosa, ma le parole le muoiono in gola. Fa un colpo di tosse. Esce fuori uno strano suono metallico. Non capisco se vuole schiarirsi la voce o se sta per soffocare. La saliva cola sul mento. Borbotta. Cerca di sputare. Sembra stia per vomitare. Ma le manca il fiato e il grumo verdastro con striature rosse le cola sulla camicia. La mano tremante afferra un fazzolettino dalla borsa. Si ferma. Pare esalare l’ultimo respiro. Ricorda il rumore che fa la moka quando il caffè viene su. Odio vedere la gente che sta male. Non lo sopporto. Chiudo di nuovo gli occhi.
Davanti a me, ora, c’è una cuccumella annerita che sputa bava, rigetta muco, vomita sangue. Il grumo si trasforma in un mostro. Vuole ucciderci. Ma io non ho paura. Sfodero la spada e—.
«Uè, ma che tieni da sorridere? Chist’ è tutto scemo!» urla miss piercing.
Le persone intorno scoppiano a ridere. E d’un tratto, anche se ho gli occhi aperti, il mostro ricompare. Inizia a mangiarli. Uno alla volta. Loro chiedono aiuto. Urlano. Piangono. Supplicano Dio. Anche lei, miss piercing, disperata, con le lacrime agli occhi, invoca salvezza. Il mostro mi ferisce. Ma io non mi arrendo. Resisto. Lotto. Lo colpisco. Una. Due. Tre volte. Poi ZAC! Un taglio netto e la testa vola verso il soffitto. Sono salvo. Vittoria.
Miss piercing ritorna all’attacco: «Ma si può sapere a che pensi?»
«Dovevi fare la PM. Te l’hanno mai detto?»
«A pensare troppo,» dice spaccando in due il mazzo di carte, «ci si ammala!»
Ricompongo il mazzo. Lei mi osserva divertita. Poi mi alzo.
«Uè, e mo’ dove vai?»
«In bagno.»
«E se viene il tuo turno?»
Sui monitor sono arrivati al “numero 40 ”. Sbircio il bigliettino che ho in tasca: “48”.
«Ce la faccio.»
Al mio ritorno miss piercing ha già dato le carte.
«Così non vale», protesto.
«Mica è colpa mia se sei moscio.»
Osservo le carte sul tavolino. Dieci di spade. Due di coppe. Sette di denari. Cinque di coppe.
«Che numero hai?» chiedo.
«47.»
«Beh, direi che ci siamo quasi.»
Sui monitor sono arrivati al “numero 45”.
Miss piercing ama giocare. «Partita flash, ci stai?»
Studio le carte che mi sono capitate: sette di bastoni, dieci di denari e sette di spade. Simulo disperazione.
«Va bene, ci sto», rispondo.
«Prima bisogna decidere chi comincia.»
«Ma se hai dato tu le carte, tocca a me!» protesto di nuovo, e stavolta alzo la voce.
«Jaaa, non fare il permaloso. Facciamo che inizia la carta più bassa.»
Ma non abbiamo tempo. I numeri sui monitor scorrono: “47”, “48”. È il nostro turno.
«Continuiamo dopo», dice miss piercing. «Tanto vincerò di nuovo, lo sai?»
La saluto con un cenno della mano, come a dirle “vedremo”.
Passano tre ore. Sono stanco. Le vene nel gomito bruciano. Mi gira la testa. E ho vomitato già due volte. La sala è semivuota. Mi siedo allo stesso posto. Davanti a me, sulla sedia, ci sono ancora i crisantemi. Appassiti. Miss piercing li ha dimenticati. Aspetto. Dobbiamo finire la partita. Ma lei non arriva. Così mi alzo. Cammino nel corridoio. Ma barcollo. Ci sono occhi che mi fissano, in silenzio. Odio essere osservato in quel modo. Torno a sedermi. Ho una strana sensazione. Passano i minuti, i sospiri, un’altra ora, gente dallo sguardo perso nel vuoto, un’altra ora e mezza, e, alla fine, mi decido a chiedere informazioni. So bene che non possono dire nulla. Ma non è necessario. È sufficiente osservare i loro sguardi, abbassati. Le espressioni che fanno, tristi. Qualcosa è andato storto. Capita. Miss piercing ha perso la sua partita. Quella più importante. Stavolta ho vinto io.
Mi chiedo se succederà così anche a me. Perderò qui la mia partita finale? Mi avvio all’uscita. Passo a zig-zag tra carrozzine, gente che se ne sta immobile come fosse imbalsamata, medici, infermieri, e i maledetti tizi delle pompe funebri. Uno di loro si avvicina. Balla nell’abito nero, più grande di almeno una taglia. La brutta copia degli agenti di Men in Black. Mi allunga un bigliettino.
Resto in silenzio. Anche quelli come lui cerco di evitarli, ma sono circondato e sto perdendo quest’altra partita. Un perdente, su tutti i fronti. L’uomo in nero sta per dire qualcosa. Chiudo gli occhi. Il primo pugno lo colpisce alla gola. Poi calcio nelle palle. Cade sulle ginocchia. Arretro. Carico il terzo colpo. Calcio sotto il mento. Gli saltano tre denti. Volano al rallentatore. Ha paura. Alza le mani verso di me. Chiede pietà. Ma non esiste pietà. Né per me né per lui. Prendo i bigliettini che ha in tasca. Glieli ficco in gola. E spingo giù. Riapro gli occhi.
Il tizio mi chiede: «Come va?»
Resto in silenzio.
Si schiarisce la voce: «Onoranze Funebri De Sena e figli, dal 1987», e aggiunge, «Papà o mamma?»
«Nessuno dei due», rispondo.
Prendo il bigliettino dalla sua mano.
«Qualche parente?» continua.
Sospiro.
«Un amico?»
La vita è un gioco truccato. E sono stanco di bluffare.
«Io.»
Biografia
Pietro Nunziata nasce sotto il segno dei Pesci nel 1987, e questo lo rende mutevole di natura. Suoi racconti sono comparsi in due antologie: Storie dell’Altro Mondo, a cura di Quadernetti; Un anno di racconti, per Itaca Colonia Creativa. Altri racconti sono stati pubblicati da: Quaerere, Malgrado le Mosche, Rivista Blam!, Offline, Topsy Kretts, Scomoda rivista. Ha seguito corsi, laboratori e workshop di scrittura presso Itaca Colonia Creativa, tra cui: Narratologia di base, con F. Spiedo; Scrivere un racconto, con C. Grande; Accademia – progettare un romanzo, con F. Spiedo e C. Fabbri; Mondi Fantastici, con E.G. Mirabelli.
A settembre 2025 fonda Metamorphosis, la rivista in continua trasformazione.





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