di Nicola Ianuale


Circa un mesetto fa ero a piazza Malatesta con un amico. Ci fermiamo davanti alla vetrina di una libreria. Fra le novità esposte vediamo i nuovi romanzi dei fratelli Raimo uno accanto all’altro.

Nel 2022, Veronica ha vinto lo Strega giovani con Niente di vero, autofiction della sua vita familiare e non. Anche L’invenzione del colore di Christian (La Nave di Teseo) è autofiction, ma Non scrivere di me (Einaudi), ultima fatica letteraria di Veronica, no, non lo è.

Eppure, mi fa notare il mio amico, la disposizione – Christian a sinistra, Veronica alla sua destra – sembra suggerire un botta e risposta. 

Christian: «Ora tocca a me parlare della nostra famiglia».

Veronica: «Sì, ma non scrivere di me».

Era una situazione buffa.

Ho ripensato a questa battuta proprio mentre leggevo Non scrivere di me. Pur non essendo autofiction, ho intravisto una commistione fra realtà e finzione tipica del genere. È una suggestione: che sia voluta o meno non posso dirlo con certezza. Mi piace credere di sì.

La suggestione nasce da uno dei primi personaggi che compare, una scrittrice.

S, la protagonista, la osserva mentre è seduta al bar con un ragazzo. “So chi è lei. Ha qualche anno meno di me, la seguo su Instagram, ho letto il suo romanzo d’esordio”. La scrittrice ha un libro dalla “copertina rosa antico”. Guarda caso, il colore della copertina di Non scrivere di me non è il classico bianco-Einaudi.

Ha poco meno di seimila follower e ne segue millecinquecento”, dice S, a proposito del di lei profilo Instagram. “Scrittori, scrittrici festival letterari, riviste, fondazioni di arte contemporanea, qualche musicista devoto al Novecento letterario. Posta solo immagini strettamente connesse al suo lavoro in cui lei non compare mai. Didascalie sobrie, nessun accenno di ironia”.

Ho subito pensato al profilo Instagram di Veronica. Poco meno di ottomilacinquecento follower e circa millesettecento following. Segue scrittori, scrittrici, festival, riviste, ecc. Posta solo immagini strettamente connesse al suo lavoro. In alcuni post compare anche lei, ma sono tutti post recenti e in collaborazione, per la pubblicità e per le presentazioni di Non scrivere di me

Inoltre, sarà con la scrittrice che S si confronterà nel finale.

– Penso che dovresti scrivere questa storia.

– Però non farlo tu.

– Mi dispiace, non faccio queste promesse.

È come se Veronica sia fuori e dentro in quanto autrice e personaggio. Perché farlo? Forse per avvicinarsi a chi leggerà di questa storia cruda, tragicamente vera, per accorciare la distanza tra lei e la protagonista, un’antieroina vittima innanzitutto di se stessa. In ultimo, direi, per giocare con la scrittura, come ha sempre fatto da Il dolore secondo Matteo a Niente di vero, passando per Bambinacce, Miden, ecc.

Che la suggestione sia vera o no, Non scrivere di me gioca con lo stile, assoggettandolo alla trama – semplice in superficie, stratificata sotto – di una trentacinquenne, S, che non ce l’ha fatta… a laurearsi, a scrivere, ad avere una relazione stabile. È un’antitesi vivente, perché si descrive per sottrazione. “Tutto quello che sono dipende da Dennis, è stato il mio alibi per dieci anni: non ho mai terminato la tesi, non arrivo all’orgasmo, faccio la cameriera in un posto di merda”.

Dennis – che “aveva una bellezza anni Settanta, remota e malinconica” – è un regista e attore belloccio. S lo incontra quando la sua carriera è lanciatissima. È un astro nascente del cinema mondiale, ha fascino, la seduce, la invita ad appuntamenti a cui poi non si presenterà. La relazione, tossica fin dal principio, almeno per noi lettori, si incrina col tempo. Dennis diventa una meteora frustrata, la abbandona e, a distanza di anni, S è ancora lì a raccogliere i cocci.

Messi insieme, però, questi cocci non restituiscono l’anatomia oggettiva di una caduta esistenziale. S ripercorre le tappe della sua storia con Dennis e con altri ex, Gionata e Lorenzo – rispettivamente prima/durante Dennis uno e post Dennis l’altro – edulcorando, sporcando la realtà dei fatti.

Lo fa perché è un automa che sopravvive, una narratrice inaffidabile della sua stessa storia, per cui vorrebbe una nuova chiave di lettura, una sorta di “vissero felici e contenti” ad honorem. Non può essere così, e la contraddizione di fondo – il lettore sa; anche S sa, ma persevera nel giustificare, cercare altre spiegazioni – è evidente fin da subito, già da quando, nel primo capitolo, apprende della morte di Dennis per suicidio.

Dovrebbero cedermi le gambe, le braccia, gli organi interni, dovrei tremare, sbarellare, quantomeno far cadere il vassoio, invece sento il corpo stranamente solido davanti a quell’informazione. Mi sembra una reazione incongrua, una disconnessione con la mente, con l’inconscio, con la mia parte traumatizzata e non so che altro, allora mi obbligo a mollare la presa e il vassoio si schianta a terra. Un tonfo da cartone animato. Si girano tutti.

A livello sintattico domina il condizionale. Perché?

Non facciamo in tempo a ricevere mezza spiegazione che le linee narrative alternate generano altre domande.

Cosa è successo a Dennis?

Cosa c’è stato fra loro?

Perché con Gionata è finita?

Perché nemmeno con Lorenzo è andata bene?

La narrazione non lineare, che incespica fra passato e presente con la stessa incertezza della protagonista, rende la scrittura sintomatica di un’esistenza caotica. Si procede per accumulo di domande e analessi. Raimo  sparpaglia fin da subito tutti i semi necessari al lettore per orientarsi, poi dispensa scorci di risposte e, infine, per accumulo, arriva il climax a metà romanzo. 

Dennis ha violentato S.

Non è uno spoiler, non è il fulcro del romanzo. Non seguiamo S per scoprire; seguiamo S per capire.

Anche qui, Veronica Raimo gioca. Gioca con il tema, lo stupro e le sue conseguenze sulla vittima, rielaborandone il topos sotto un profilo inedito: il ribaltamento dei ruoli. Agli occhi di Dennis (il carnefice), S (la vittima) è solo una stalker che insisteva per vederlo, mandando messaggi, chiamandolo. Invertendo i termini, risulta che Dennis è la vittima e S la carnefice. E l’equazione torna soprattutto a S, che sposa questa teorema a causa della sua visione distorta. Lei non accusa, non punta l’indice.

Nel ricordare il primo rapporto con Dennis, la S-narratrice, quella del presente, quella che ha già subito umiliazioni fisiche e psicologiche, usa toni dolci, evocativi, di pura estasi.

Il corpo, l’odore, il piacere. La luce molto chiara della stanza. Perfetto bilanciamento del bianco. Un cesto di frutta fresca che sembrava pronto per uno still life. Le lenzuola di cotone tesissime, immuni all’attrito. Non avevo mai fatto l’amore in un albergo, figuriamoci in un albergo di lusso. Il mio nome in una pausa di silenzio, il mio nome con l’accento americano. Lo stupore e la commozione. Un pensiero semplicissimo: sono innamorata. Fin troppo semplice. Essere innamorata per la prima volta. Essere chiamata per la prima volta. La verità di quella scoperta. Essere innamorata in una lingua straniera. Mi veniva da piangere. Mi viene da piangere. Posso tornare lì anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono più, e per questo esistono, sempre. Presenti, vivide. Un tempo fuori dal tempo, un tempo che non fa parte della storia. Un tempo immodificabile. Posso tornare lì quando voglio, e questa cosa mi devasta. Se torno lì, non è cambiato niente. Non devo farlo, ma posso farlo. Mi ero tenuta addosso l’orologio. Una dimenticanza, qualcosa a cui non avevo pensato quando Dennis mi aveva spogliato. Quell’unico elemento che mi portava fuori dalla stanza, che mi dava il controllo. Ero innamorata per la prima volta nella mia vita e sapevo che ora era. Ricordo anche questo, posso dire a che ora mi sono innamorata per la prima volta.

Non c’è spazio per sentimenti come odio, rancore o rabbia. Il ricordo è contaminato dall’impossibilità di accettare che l’idillio sia stato l’anticamera di un incubo. Anche la scena dello stupro – una delle più forti del romanzo – soffre dell’inattendibilità della protagonista.

Non era la violenza di un uomo su una donna, non era sopraffazione, patriarcato, stupro, era una guerra di civiltà, uno scontro ideologico, un proletario anarchico contro la borghesia dell’illuminismo, il white trash contro la Sorbona, un maschio solitario contro la studentessa che voleva trasformarlo in una tesi, provai a dirmi questo mentre mi ritrovai a terra, i jeans e le mutande alle ginocchia, la perfezione del mio neo, lui sopra di me che mi inculava e straparlava. Non avevamo mai fatto sesso anale. Provai a dirmi anche questo, era la prima volta che facevamo sesso anale, potevo convincermi di averlo scelto, e comunque lui aveva scelto me, potevo eccitarmi, dovevo eccitarmi, l’uomo di cui ero innamorata mi stava scopando per la prima volta nel culo, le altre giornaliste europee non avevano avuto questo privilegio, forse, e non ero nemmeno una giornalista, ci provai, provai a dirmelo, tutta quella rabbia era solo per me, dedicata a me, tutto il suo dolore per me, ci eravamo scelti, cercai il fondo della mia devozione per continuare a dirmelo, mentre lui mi rigirava per pulirsi il sangue sulla mia faccia, sul collo, «se ci trovo la tua merda, ti ammazzo», ma per fortuna c’era solo sangue, e poi era un modo di dire, no?

C’è un dettaglio fondamentale che lega queste due scene in antitesi, una consenziente e l’altra no: seguono entrambe l’autonarrazione delle “prime volte”. S è in perpetuo stato di negazione; si aggrappa a qualsiasi spiraglio pur di non essere una vittima. Se S non è vittima, Dennis non è carnefice. L’equazione torna.

Non a caso, gli avverbi di negazione – non, non e non, reiterati fino all’estremo – dominano in ogni pagina; sono l’eminenza grigia della storia, il fil rouge che collega tutto.

Vista l’immobilismo etico ed esistenziale, S non compie alcun arco di trasformazione. Arriverà a una catarsi solo nel finale, e per vie traverse.Scrivere, scrivere e scrivere. È questa la soluzione, ed è – ideologicamente – un’antitesi a sua volta. Antitetico per la devozione di S a Dennis, a lui che dopo averla violentata dice: “Cos’è che facevi tu? Scrivi poesie, no? Be’, non scrivere di me”.

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