di Feliciana Zuccaro

editing a cura di Catherine Hannequart

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


Ieri passando davanti a quel villino ho sentito un urlo, seguito da un lamento e da altre voci. Porca paletta se l’ho sentito. Mi sono messo in ascolto, volevo capire di più ma senza far notare la mia presenza. Mi stavo chiedendo chi avesse iniziato a provocare e chi avesse raccolto la provocazione, se mai ce ne fosse stata una. Sapevo che ci vivevano delle persone normalmente rissose, così le aveva definite mio padre. Nell’immaginario collettivo, prima o poi sarebbe potuta accadere una strage in quell’abitazione, una di quelle cose da cronaca nera che vengono riportate in televisione con dovizia di particolari per soddisfare la brama dei telespettatori. Porca paletta se poteva accadere.

Sono due anni che vivo qui, da quando mio padre è stato trasferito per questioni di lavoro. Sono due anni che frequento il nuovo istituto scolastico e la nuova parrocchia e ne ho sentite di chiacchiere sui vicini che abitano quella villa. Ma non è mai accaduto nulla. Solo schiamazzi a ogni ora.

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In un cassetto conservo, sotto chiave, un pezzetto di carta con su scritto “Non te l’ho mai detto ma avvolte ti amo, avvolte no”. Ogni mattina apro il cassetto, prendo quel pezzetto di carta e lo tengo in mano per almeno dieci minuti. Leggo e rileggo quelle parole perché non so se avvolte è scritto correttamente. Ho dovuto lasciare gli studi a undici anni, e poi non mi è mai piaciuto studiare. Dove mi trovo adesso ci sono degli educatori e uno di loro mi ha chiesto cosa tengo di così importante in quel cassetto, ma non mi va di parlargli di quel pezzo di carta. Non ho voglia di parlare con nessuno. E non ho voglia di ricordare quella notte di due anni fa.

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Oggi ho provato ad avvicinarmi quanto più possibile al villino dei normalmente rissosi, porca paletta se mi ci sono avvicinato. La mia palla da basket l’ho fatta finire nel loro giardino, oltre la recinzione metallica. Avvicinandomi così tanto ho potuto sentire il figlio dei vicini, Guglielmo Rinaldi, dal piano di sopra dire che era stufo di vivere in quella casa lercia, l’ha definita così. 

Ammetto che dall’esterno la villa sembra perfetta, ordinata in una maniera quasi maniacale. Porca paletta se lo è.

Mio padre dice sempre che i Rinaldi, nonostante le loro stranezze, le urla quotidiane, sono forse i migliori vicini di tutto il quartiere. Hanno sempre il giardino sistemato, il profilo del villino è sempre tinteggiato. “Il signor Rinaldi se ne prende cura in maniera impeccabile” dice mio padre, anche se poi aggiunge che non lo ha mai visto sistemare l’esterno della villa.

Resta il fatto che le parole di Guglielmo dal piano di sopra mi hanno stupito. Porca paletta se mi hanno stupito.

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Qui la mensa chiude alle sedici in punto. Sono consapevole che ci sono delle regole rigide, ma io ho fame oltre misura, anche dopo le sedici. È per questo che mi ostino a rubare le merendine dalla mia compagna di stanza che le nasconde sotto al suo letto. Non so proprio come faccia ad averne. 

Ho un aspetto grassoccio che farebbe intuire a chiunque la mia fame esagerata, ma gli educatori non hanno alcuna pietà di me. Anzi pensano che questo istituto mi farà bene anche per questo, a perdere peso.

Sono arrivata qui circa due anni fa, una notte di gennaio, mentre fuori nevicava. Avevo appena compiuto undici anni. Due donne e un uomo dell’istituto mi hanno fatta salire su un’auto scura e mi hanno portata via dalla mia casa e dalla mia famiglia. Ma non ho ancora capito il perché. Nessuno mi ha mai voluto spiegare le reali motivazioni di questo allontanamento dai miei genitori. Mi hanno fatto portare via un po’ di cose e mi hanno detto che mi sarei potuta sistemare qui finché necessario. E così sono due anni che non vedo nessuno della mia famiglia e non so che ne è di loro. Ho provato a chiedere cosa ci sto a fare qui, perché non mi riportano a casa, ma non mi rispondono. Mi propinano solo test psicologici due volte a settimana, il martedì e il venerdì, prima delle dodici e dopo le dodici, orario in cui pranziamo e ci danno una piccola compressa verde.

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E così sono andato oltre per capire come mai Guglielmo Rinaldi ha parlato del suo appartamento in quel modo. Mi sono accostato alla porta che dà sul retro e ho capito cosa intende. Porca paletta se l’ho capito.

Sul tavolo del salone ci sono piatti ammassati e i resti di un pasto, o forse di più pasti, consumati da un po’. Sul pavimento diverse bottiglie di vodka e birre del discount. Indumenti lasciati sulle sedie. Il tappeto è bucato in diversi punti, come se delle sigarette fossero state spente sotto le scarpe. Ci sono anche posaceneri appoggiati un po’ dappertutto e sono tutti stracolmi di sigarette. Cartoni di pizza appoggiati qua e là. Una vecchia cristalliera con le ante rotte e al suo interno bottiglie di vino interamente scolate. Le pareti imbrattate in ogni modo. Alla finestra una tenda scura che non fa filtrare la luce. Sul tappeto diversi piatti di plastica vuoti e alcuni, invece, contenenti cibo per gatti. Il divano messo in un angolo di fronte a una televisione di quelle col tubo catodico. Porca paletta che tubo catodico bello grosso.

Resto fermo a guardare sull’uscio della porta, due occhi mi fissano proprio dal divano. È la signora Rinaldi che se ne sta sdraiata e tiene stretta tra le labbra una sigaretta che per tre quarti è già cenere, ma tenuta perfettamente in bilico. Accanto ha un posacenere con dei mozziconi e alcune bottiglie di birra svuotate. Una bottiglia di birra, invece, la tiene stretta nella mano destra. Fa cadere la cenere della sigaretta che tiene sulle labbra per dirmi qualcosa del tipo: «Ragazzino, che diavolo ci fai qui?». 

Non so assolutamente cosa rispondere. Vorrei scappare via, ma non voglio essere scortese. «Sono il figlio dei vicini. La mia palla da basket è entrata nel giardino e…». Mi interrompe urlando «Piccolo ficcanaso non restare lì impalato. Tu e la tua stupida palla da basket entrate immediatamente, prima che io chiami le forze dell’ordine!», e sono dovuto entrare, in punta di piedi, in questa specie di sala da pranzo, mentre un gatto bianco con delle macchie nere mi si attorciglia attorno alle gambe. Porca paletta se mi si attorciglia.

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Una delle educatrici dice che per essere una tredicenne peso troppo. Per i suoi standard, per quelli dell’istituto, forse anche per gli standard di tutta la gente là fuori, sono grassa. La parola standard mi urta parecchio, perché mi dà fastidio l’idea di dover rientrare in un limite, ma a quanto pare gli standard esistono e devo imparare a conviverci. 

E così mi tengono a stecchetto perché gli standard vogliono questo o vogliono quello e ciò che voglio io va a farsi fottere. 

Il rito della pesata è il momento più imbarazzante dentro questo posto odioso. Posizionano la bilancia al centro del grande androne che collega tutte le camere e ci fanno attendere in fila indiana il nostro turno. Poi ci fanno salire e urlano il peso. Mi sento nuda in quel momento. Le risate delle mie compagne mi immobilizzano. Ogni volta è difficile scendere tanto quanto salire da quella maledetta bilancia.

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«Non calpestare il gatto, piccolo insolente!» dice la signora Rinaldi con una voce alterata. Il gatto però non ci prova neanche a lasciarmi spazio. Mi gira attorno e si arrampica verso le cosce. Vedo i suoi occhi cambiare colore, come se all’interno delle pupille avesse due caleidoscopi. Sembra un gatto alieno. Sento i suoi artigli entrare nel jeans e graffiarmi. Con un gesto della mano lo scaccio via. Emette un suono che mette i brividi. Porca paletta se mette i brividi.

La signora Rinaldi, fortunatamente, non ha visto la scena. Ha gli occhi puntati sulla televisione mentre va in onda una replica della Ruota della fortuna.

Dalla stanza di sopra, la voce di Guglielmo urla «Dove trovo le mie cose pulite in questo postaccio?», probabilmente rivolgendosi a sua madre, che non sta neppure ad ascoltarlo e che mi dice «Siediti da qualche parte moccioso e dimmi come ti chiami e quanti anni hai. Sei il figlio di Mario Colli, giusto?». Strabuzzo gli occhi e le dico che Mario Colli ha venduto la sua casa due anni fa a mio padre, il signor Rossi.

Prende una sigaretta dal pacchetto che le sta accanto e mi dice di non sapere neppure chi fossero i Rossi. 

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È l’ora della pillola gialla. Quando ci danno questa pillola è quasi tempo di cena. Qui si mangiano sempre le stesse cose, ciclicamente. Il lunedì e il giovedì fettina di carne rossa simile al polistirolo, il martedì dell’insalata mista insapore, il mercoledì e il venerdì una crema bianca che ha il sapore di patate, il sabato qualcosa che qui chiamano sogliola, che credo sia pesce, ma che non ho mai visto prima. Solo la domenica fanno un gesto gentile, facendoci mangiare della pizza surgelata. 

In questo istituto non ci fanno tenere gli orologi appesi alle pareti e neppure i calendari. Però abbiamo trovato il modo per capire il tempo che passa dove va a finire. 

Grazie al cibo capiamo in quale giorno della settimana siamo. 

La pillola gialla e quella verde scandiscono il ritmo della giornata, mentre sappiamo quanti mesi sono passati dal giorno del nostro internamento grazie alla direttrice che ci chiama nella sua stanza alla fine di ogni anno in istituto per farci “il discorsetto”. 

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«Peccato non avere più i signori Colli come vicini, erano delle persone squisite!» dice la signora Rinaldi. Mentre mi parla dei suoi ex vicini, il gatto alieno torna ad arrotolarsi attorno alle mie gambe e sento la sua pancia calda e le fusa vibrarmi sugli stinchi, ma vuole solo graffiarmi, stupido gatto. Porca paletta, uno stramaledetto gatto alieno.

La signora Rinaldi, con voce strozzata, continua a ricordare i giorni in cui i Colli organizzavano sfiziosi barbecue e la sua piccola Deborah scorrazzava in quello che ora è il nostro giardino.

Mentre mi chiede se il giardino è rimasto uguale, bello come allora, io mi chiedo chi diavolo è Deborah. Non ho mai visto bambine piccole attorno a questa villa. 

La signora Rinaldi intravede il mio sguardo attonito e le gambe muoversi nervosamente. Si alza dal divano. Si inginocchia di fronte a me, mette le sue mani sulle mie gambe e con una leggera pressione dei palmi mi obbliga a fermarle. Ora mi fissa e mi chiede di andare al piano di sopra e affacciarmi nella seconda stanza a destra. Le chiedo il perché e mi dice che in quella stanza ormai c’è la morte.

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Il discorsetto della direttrice lo ricordo bene e fa più o meno così: «Tu sei una brava ragazza. Sei qui perché è giusto così. Scordati dei tuoi genitori, se mai ne hai avuti. Arriverà un giorno in cui avrai una vita tua. Tornerai a vivere, ma non è ora quel momento. La tua vita sarà qui dentro fino al compimento della maggiore età. Sei roba nostra ora, sei roba dello Stato adesso. Ringrazia che ti abbiano strappato alla tua vita precedente, perché qualunque fosse il motivo per cui sei stata portata qui, devi esserne felice. Mi comprendi, vero, Deborah?»

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La porta della stanza al piano di sopra si apre a stento. Fa uno strano cigolio. La spalanco con tutta la tensione che mi appartiene in questo momento. Nella stanza non c’è buio, ma c’è una strana luce che riflette sulle pareti bianchissime, ci sono un armadio rosa, una scrivania rosa e una sedia ancora più rosa della scrivania. La testata del letto è sempre rosa, con degli intarsi in palette. Neanche una foto alle pareti e neppure un oggetto che lasci presagire la presenza reale di una ragazzina in questa stanza. 

È troppo spoglia e troppo asettica, ordinata in maniera maniacale rispetto al salone dove la signora Rinaldi continua a stare e ad aspettarmi. Porca paletta se mi aspetta.

Mi guardo ancora attorno, ma una presenza alle mie spalle mi fa sentire di troppo. «Chi diavolo sei tu, bamboccio?» mi dice Guglielmo. Non posso che raccontargli chi sono e cosa ci faccio sull’uscio di quella stanza, e che se sono lì è per volere di sua madre. Con tono spregevole dice: «Ti ha detto di salire qui quella pazza di mia madre?». Alla parola “pazza” sento un senso di nausea. Voglio sapere quella stanza di chi è e poi voglio sapere chi è Deborah. «È mia sorella. Ma tranquillo, non è più qui. Da due anni ormai. E come avrai capito da due anni non è più qui neppure mia madre».

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La direttrice oggi, alla vigilia del mio terzo “discorsetto”, ha deciso di lasciarmi andare a casa. Le mie compagne mi hanno detto che ha avuto un forte esaurimento nervoso e l’hanno sentita discutere con alcuni educatori: «La signora sta male davvero. Dovete portare la ragazza da lei». Che sia proprio mia madre quella che sta così male? 

E ora eccomi qui, a casa mia. Lei se ne sta seduta sul divano e mi guarda imbambolata. L’odore pungente dell’alcool nella stanza mi strozza le budella, ho la nausea. Le sue pupille fisse su di me non le sopporto. È peggiorata da quando mi hanno portata via, lo vedo. Già prima era depressa – forse è stato proprio per questo che mi hanno allontanata. Mio padre, poi, l’ha sempre lasciata sola con la scusa del lavoro e mio fratello se ne è sempre fregato di lei. Ora capisco perché la direttrice mi ha fatta tornare a casa. È in una condizione orrenda e mio fratello non ha fatto nulla per lei. Non ha mai fatto nulla, in realtà, se non svuotare il conto dei miei. Forse l’unica che ci teneva alla mamma, ero io, e anche lei teneva a me, anche se non è mai stata capace di dimostrarmelo davvero. Ho in tasca il bigliettino che mi aveva dato prima che mi portassero via da casa due anni fa e che ho conservato nel mio comodino. Io lo so che mi ama; il suo stato confusionale, la depressione, ha mangiato tutte le sue emozioni: ecco perché mi aveva consegnato in tutta fretta quel biglietto, quella frase che ho odiato così tanto, “Non te l’ho mai detto ma avvolte ti amo, avvolte no”, per lasciarmi un po’ del calore che le era rimasto in seno.

Ma questo ragazzino con l’orrenda maglia dei Lakers e una palla da basket sotto il braccio che mi fissa come se avesse visto un fantasma, chi è? Che ci fa qui? Cosa vuole? E poi Guglielmo che se ne sta fermo accanto a lui e mi guarda schifato? L’unico che mi ama davvero è Fuffi che mi si arrotola su per le gambe. 

*

Gatto alieno, gatto stramaledetto alieno, gatto dagli occhi caleidoscopio. Sale sulle sue gambe e non sulle mie. Vuole la ragazzina in carne e non me. Porca paletta se vuole lei. La mia maglia dei Lakers non sarà bella, ma non è aliena come loro, anche il gatto qui lo è. «Signora Rinaldi, devo andare. Grazie per l’ospitalità», e sono subito fuori da questo lerciume. Porca paletta se lo sono.

Biografia

Feliciana Zuccaro ha pubblicato i romanzi Non ho mai danzato sotto la pioggia e Senza far rumore (con cui ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Caravaggio) e la silloge Per ogni volta che sei morta. Finalista del Premio “Esordi” di PordenoneLegge nel 2022 con la silloge All’ombra del grande gelso bianco, vincitrice del premio “Miglior Silloge” al Concorso “Le mille e una donna 2023” con la silloge Tutti i miei innamoramenti. Ha pubblicato il racconto Lucin nell’antologia “Oltre il buio” della c.e. Giacovelli Editore e Finchè parole non ci separino nell’antologia commemorativa “15 autori per 15 anni” di PordenoneScrive. Inoltre ha pubblicato per Topsy Kretts il racconto Nella decisoria universale e per Micorrize il racconto Sniffavo Coccoina.

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