di Graziana Patanè

editing a cura di Camilla Azzoni

Illustrazione: La Stampa sera (27/02/1981), immagine modificata dalla redazione


Del manoscritto originale dello Scherzo No. 1 in B minor non esiste traccia, ma anche lei concordava nel pensare che Chopin lo avesse composto durante il primo anno fuori dalla Polonia. Non vi aveva più fatto ritorno. Soltanto il cuore era stato riportato a Varsavia. Ma poi, dopo.

«Giulia, vieni, presto.»

Il tocco di una mano sulla spalla fermò il movimento delle sue sopra i tasti. Le onde acustiche nascono da un impulso che deforma la materia, vibrazioni di atomi e molecole che si propagano da un luogo all’altro sotto forma di onde di pressione. 343,4 m/s a 20℃. Oggi il suono viaggiava un po’ più veloce.

«Suor Agnese, che succede?»

«Tua sorella, al telefono.»

Doveva essere accaduto qualcosa a Palermo. I fratelli. I nipoti. Perché? 

Sia fatta la Sua Volontà.

 Quando abbassò la cornetta, vedendo che se ne restava immobile e muta a fissare il tavolo su cui erano poggiati l’apparecchio, l’elenco telefonico e accanto un foglietto su cui aveva scritto qualcosa, suor Anna, l’addetta al centralino del convitto modenese in cui Giulia viveva da undici anni, sentì come proprio il dovere di chiederle se fosse tutto a posto. Le fu necessario ripetere la domanda prima che Giulia le rispondesse che sì, andava tutto bene. Doveva soltanto riprendersi dalla sorpresa.

Seduta sulla sua poltroncina, suor Anna la guardò con gli occhietti tondi, in attesa. Nessuno usciva dalla stanzetta senza confidarsi con lei. Del resto, le donne che venivano accolte nel convitto trovavano una famiglia e in una famiglia, secondo suor Anna, non è ammissibile che si abbiano dei segreti, anche perché nascondere la verità è un po’ come negarla o come testimoniare il falso, e quello era peccato. E poi, di solito, chi riceveva una telefonata aveva bisogno di qualcuno pronto ad ascoltare le confidenze, ché per lo più si trattava di morti, incidenti, malattie, disastri, non si chiamava mica d’improvviso per niente. Certo, ogni tanto c’era anche qualche nascita o buona notizia, ma erano rare, ed era anche giusto così. Ai peccatori spetta una valle di lacrime.

 Però, se la notizia ricevuta da Giulia fosse buona o cattiva, suor Anna non riusciva a capirlo. La vedeva ferma e di lacrime nei suoi occhi non le sembrava ce ne fossero. Ma Giulia era un po’ strana. No, cattiva no, ma solitaria, riservata, sì. Passava tutto il tempo all’università o, quando tornava, piegata sulla scrivania davanti a dei fogli che ricopriva di numeri. Oppure al pianoforte. Riguardo al pregare non le si poteva dir nulla, non saltava una messa e neanche una comunione a dire il vero, però anche quel suo interesse per la matematica… e quell’altra cosa come si chiamava? Fisica, ecco. Non che ne sapesse tanto suor Anna, soltanto che era una questione di formule, problemi, conti. Un modo diverso per cercare di spiegare il mondo, le aveva detto una volta Giulia stessa, ma cosa c’era da spiegare nel mondo che non fosse già contenuto nella Bibbia, parola di Dio? E poi, a essere proprio onesta, le sembravano più interessi che avrebbero dovuto avere gli uomini. 

E di cose strane, Giulia ne aveva dette più volte. Come quel giorno, forse tre, quattro anni prima, quando era arrivata una lettera per lei. Suor Anna si occupava anche della posta. Quando l’aveva vista rientrare, ché la stanzetta era proprio di fianco alla porta d’ingresso del convitto così da controllare chi entrava e chi usciva — eh, di quante cose doveva occuparsi lei sola! — l’aveva chiamata.

«Giulia, una lettera.»

La busta arrivava da Palermo e dentro c’era un cartoncino. L’aveva già pensato che potesse contenere un invito — dopo tanti anni avrebbe potuto riconoscere documenti, lettere d’amore o, appunto, inviti a occhi chiusi — e ne aspettava la conferma, ma Giulia, nel ringraziarla, sembrava pronta ad andarsene in camera.

«Non apri?»

Da dietro le lenti spesse, gli occhi di Giulia avevano guardato per un attimo il visetto incartapecorito che le stava davanti — sarebbe stato più semplice risolvere un’equazione differenziale che trovare il numero degli anni vissuti da suor Anna. Tanti, dicevano tutte, ma il risultato esatto non era dato saperlo, l’anno di nascita un’incognita custodita con una cura paragonabile a quella che preservava il Terzo mistero di Fatima — e poi la busta. L’aprì.

«Mia cugina Grazia. Si sposa.»

Le labbruzze si schiusero fino a scoprire il secondo premolare d’argento a sinistra.

«Pregherò per questa nuova unione voluta dal Signore!» disse suor Anna mostrando il rosario che non abbandonava mai le sue manine.

«Grazie.»

«Tu vai?»

«A settembre non posso. Gli esami, l’organizzazione del nuovo anno accademico…»

Le rughe si erano ricomposte in un’espressione desolata.

«Lavori troppo.» E poi: «Ma tu?»

«Io?»

Stava facendo finta di non capire, suor Anna ne era sicura come prima era stata sicura che la busta contenesse un invito. Le pecorelle smarrite non sempre riescono a tornare da sole all’ovile.

«Quando pensi di fartela una vita?»

«Una vita?»

«Un moroso, quando lo cerchi? A quarant’anni già dovevi essere sposata e i figli… vedi che poi non ti vuole nessuno e lo dico per te, Giulia.»

Ma anziché dirle è vero, ha ragione, cosa le aveva risposto? E con un sorriso, per giunta!

«Sono sposata con la scienza.»

Avesse detto Dio, come lei, le avrebbe aperto le braccia, ma quella suonava quasi come un’eresia. 

Rimasta sola, suor Anna aveva recitato otto rosari: due per la nuova unione voluta dal Signore, che la benedicesse, il resto per quell’anima smarrita. Ma, del resto, anche questo rientrava tra gli innumerevoli doveri a cui era chiamata.

«Suor Anna?»

Finalmente aveva smesso di guardare il foglietto e si era girata verso di lei.

«Io… non vorrei peccare di superbia…»

Suor Anna si fece attentissima. Una questione di vizi capitali non era roba di poco conto.

«…ché Dio ha altro da fare che pensare a me, ma mi sembra un miracolo!»

«Un miracolo? Ma cosa? Giulia, non ci sto capendo niente!»

«Hanno chiamato mia sorella per dirle che si è liberato un posto di docenza all’Università di Palermo, lo hanno proposto a me. A Palermo! A casa!»

Gli occhietti seri di suor Anna si fissarono su di lei.

«Non pecchi di superbia, ma perché ti stai dimenticando che il Signore è onnipotente e onnipresente. È sempre accanto a ognuno di noi, avrà ascoltato le tue preghiere e predisposto tutto di conseguenza.»

Anche se suor Anna la stava accusando di peccare, Giulia sorrise, ma poi si ricordò di quanto ancora le aveva detto la sorella e indicando il foglietto su cui aveva trascritto un numero, chiese alla suora se potesse fare una telefonata. Doveva contattare la segreteria a Palermo per delle questioni burocratiche. Ovviamente si sarebbe premurata di rimborsare la chiamata. Suor Anna, sollevando la manina rugosa e l’immancabile rosario, fece un gesto verso il telefono e Giulia la ringraziò.

Di nuovo, quando la telefonata fu conclusa, la suora si sentì in dovere di chiedere se andasse tutto bene, ma stavolta Giulia scosse la testa. La burocrazia si frapponeva fra lei e quello che fino a un attimo prima le era sembrato un miracolo. C’erano dei documenti da presentare, carte da firmare, tutto con urgenza. Per i documenti potevano anche concederle qualche giorno in più, ma le firme… Il suo nome, Giulia Maria Concetta Tripiciano, doveva essere apposto entro sabato, altrimenti…

Gli occhietti tondi si spostarono sul calendario appeso di fianco al crocifisso e cercarono, all’interno di quel mese di giugno del 1980, la data corrispondente al sabato in questione.

«Questo sabato? Il 28?»

Giulia sospirò. Sì, il 28.

Due giorni… in effetti era un po’ un problema, se ne avvide anche suor Anna. In tanti anni, le era capitato di sentire qualche racconto di Giulia sui viaggi che, a Natale e d’estate, la riportavano per alcune settimane nella sua Sicilia, dai fratelli e dai nipoti. Il treno fino a Napoli, poi la nave… quanto tempo occorreva?

«Ventiquattro ore… se tutto va bene. Dovrei partire stasera. Sempre ammesso che ci sia il treno.»

«Vedrai che si risolve tutto. I disegni della Provvidenza sono imperscrutabili, ma devi avere fede. Dio ci mette davanti a delle prove che sa che possiamo superare» le disse suor Anna. «Del resto, tu non insegni Matematica? Con i problemi hai una certa dimestichezza e Dio lo sa.»

Quelli sono di tutt’altro genere, avrebbe voluto rispondere Giulia, ma pensò fosse meglio non perdere tempo che non aveva e correre piuttosto in stazione a informarsi. 

Stava per salutare suor Anna, quando questa mormorò una parola che Giulia non comprese subito.

«Come?» chiese.

«Dicevo, e l’aereo?»

Giulia la guardò stupita. Non ci aveva proprio pensato all’aereo. Non lo prendeva mai. Un po’ perché ne aveva paura e un po’ perché i biglietti costavano troppo, ma vista la situazione…

La manina e il rosario si sollevarono, stavolta per indicare l’elenco telefonico accanto al ricevitore.

«L’agenzia viaggi… chiamala. Ai conti ci pensiamo dopo.»

E Giulia chiamò. Si sentì dire che un volo in effetti c’era, sarebbe partito da Bologna il giorno successivo e atterrato a Palermo intorno alle 20, però era al completo. Ma se la signora voleva lasciare il suo nominativo e un recapito telefonico l’avrebbero messa in lista d’attesa e ricontattata nel caso qualcuno dei passeggeri rinunciasse al viaggio. E Giulia lasciò quanto necessario.

Stavolta la suora non le chiese nulla, la mezza conversazione che aveva ascoltato le era stata sufficiente per capire. Disse a Giulia di correre in stazione, se avessero chiamato dall’agenzia l’avrebbe avvisata. Intanto, nell’attesa, avrebbe detto un paio di rosari per lei, perché il Signore è sempre in ascolto, glielo aveva ricordato anche prima.

E in effetti suor Anna ebbe ragione. Il Signore dovette ascoltare le telefonate, la conversazione e le preghiere che furono mormorate nel centralino del convitto, perché dopo qualche ora il telefono squillò per annunciare che si era liberato un posto.

Il volo Itavia 870, che sarebbe dovuto decollare alle 18:15, partì con 113 minuti di ritardo. Giulia non si curò del differimento di orario, sarebbe comunque arrivata in serata a Palermo e l’indomani si sarebbe presentata nella segreteria dell’università, come concordato. Le dispiacque soltanto che il fratello, che doveva andare a prenderla all’aeroporto palermitano, sarebbe stato costretto ad attenderla.

L’aereo lasciò la pista di decollo alle 20:09 e a Giulia furono concessi altri 51 minuti per raccontare la sua vita alla vicina di posto che le chiese come mai si trovasse su quel volo. E forse Giulia, per spiegare quel miracolo che a suo avviso si era compiuto il giorno precedente, quando aveva ascoltato le parole concitate della sorella nel centralino del convitto, cominciò dal 1957, anno in cui, ventunenne, aveva conseguito una doppia laurea, in Matematica e Fisica, presso lo stesso ateneo a cui adesso stava tornando. E magari proseguì raccontando dei dieci anni passati a insegnare in alcuni istituti tecnici di Palermo e poi ancora dell’impegno come assistente volontaria presso la cattedra di Matematiche superiori. E aggiunse ancora la vittoria al concorso indetto dall’Università di Modena, del suo lavoro come assistente ordinaria prima e come docente di Matematiche complementari poi, degli undici anni passati nel convitto di suore, lontana dalla famiglia, di suo padre e sua madre morti senza che lei potesse assisterli, e delle preghiere, la speranza di tornare, un giorno, nella città che tanto le mancava. 

Ma è anche probabile che Giulia, una persona schiva, che andava in giro sempre con la testa china su un libro o un foglietto, fosse impegnata anche in quegli ultimi 51 minuti a prendere appunti e risolvere equazioni e che quindi la vicina di posto non trovasse modo di rivolgerle la domanda che le permettesse di raccontare la sua vita.

 Del resto, Giulia poteva sì sapere che i disegni della Provvidenza sono imperscrutabili — glielo aveva ribadito anche suor Anna il giorno prima —, ma ignorava che pure quelli delle Politiche Internazionali lo sono e che questi ultimi finiscono talvolta per scompaginare i piani della Provvidenza stessa che, oberata da numerosi impegni, non trova il tempo di ricomporli e si rassegna a che sia fatta l’Altrui Volontà. Giulia, dunque, non avendo motivo di sospettare che quelli fossero i suoi ultimi minuti, li impiegò per fare quello che faceva di solito. E non ebbe neanche motivo di immaginare che il vero miracolo, la contingenza straordinaria che avrebbe modificato la sua vita, era ancora da venire. Si sarebbe manifestato appena 15 minuti prima dell’atterraggio, alle ore 20:59, a oltre 7.000 metri di altezza, sul tratto di mare tra Ponza e Ustica. Qualcosa, là in aria, — Guarda, cos’è? — avrebbe incrociato la traiettoria dell’aereo su cui era a bordo, spezzandolo e facendolo precipitare, in pochi secondi, a 3.000 metri sotto il livello del mare — a che velocità viaggiano le urla che precipitano? 

Itavia 870, ricevete? … Itavia 870, qui è Roma, ricevete?

Delle 81 vittime della strage, solo 39 corpi furono ritrovati e recuperati, Giulia tra questi. La salma tornò a casa.

Biografia

Graziana Patanè è siciliana, ma vive a Pisa. Laureata in Lettere moderne, ha conseguito un Master in Redattori editoriali presso l’università Carlo Bo di Urbino. Crede che i libri siano i migliori amici delle donne (ma anche degli uomini). È miope, ma non è certa che sia questo il motivo per cui il mondo le appare spesso distorto e sfocato. Odia le forme sclerotizzate e i ragni. Ama Buzzati, la cioccolata e i sognatori. Suoi racconti sono apparsi su Enne2, Malgrado le Mosche, Turnèl, Gelo, Lo Scisma, Spaghetti Writers, STC Edizioni, Gorilla Sapiens, L’Equivoco, La Seppia e altri.

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