L’iceberg della chimica di casa
di Nicola Ianuale
Su Hemingway si racconta un aneddoto.
Un giorno era al bar – ovviamente stava bevendo – quando un suo amico lo sfidò a scrivere una storia in sole sei parole. Hemingway accettò e buttò giù: “For sale: baby shoes, never worn” (Vendesi: scarpe da bambino, mai usate). A scanso di equivoci, si tratta di una leggenda “letteraria”. Ma non sono qui per farvi una disamina a riguardo, quindi, se vi interessa approfondire la questione, cercate sul web.
Questa recensione parla di Boil-over, pubblicato su Rivista Blam!, e a essere onesti sto volutamente temporeggiando. Proprio come fa l’autore all’interno del racconto. Depistaggio funzionale; depistaggio narrativo.
Di Luzio apre con una semplicissima frase – “Giacomo era piccolo per sapere cos’è il boil-over” – che significa tutto e niente.
Cosa aspettarsi dopo un incipit del genere? Certo non le successive 1.100 battute circa (su un totale di 1.300) in cui, a mo’ di Wikipedia, l’autore veste i panni del divulgatore online e ci introduce a questo fenomeno chimico che permette all’acqua, se usata per spegnere un incendio “causato da olio o combustibile petrolchimico”, di fare ancora più danni.
I motivi sono due: 1) “la differenza enorme fra il punto di ebollizione dell’acqua e quello dell’olio […] fa sì che, una volta versata l’acqua sull’incendio, questa precipiti sul fondo vanificando l’azione di estinzione del fuoco”; 2) “l’enorme quantità di calore causa l’immediata evaporazione dell’acqua sul fondo e al tempo stesso ne moltiplica il suo volume iniziale […], [provocando] un’esplosione”.
Ho semplificato, ma la spiegazione è molto dettagliata – oltre che interessante. E mentre la prima volta leggevo tutto ciò, pensavo: e quindi? Siamo su National Geographic? È una puntata di Superquark? Poi arriva il coup de théâtre e il cerchio si chiude con un ritorno alla premessa rimasta in sospeso, a quel “Giacomo era piccolo per sapere cos’è il boil-over”. Di Luzio espande questa semplicissima frase con un retroscena lapidario: Giacomo ha versato dell’acqua sul viso di sua madre dopo che il padre ci ha buttato dell’olio bollente.
Sipario. Fine.
A ripensarci, allora, la parte divulgativa, oltre che di depistaggio e info dump, ha anche un funzione simbolica, perché collega i personaggi al mondo della chimica (sulla falsariga de Le affinità elettive di Goethe). Le coppie olio-acqua e padre-figlio sono speculative. A ciascuno il suo liquido: padre-olio e figlio-acqua. Il gesto innocente di Giacomo peggiora il gesto inconsulto del padre, proprio come l’acqua – ciò che per antonomasia contrapponiamo al fuoco – alimenta l’olio.
Per il resto, Boil-over è una storia complessa nella sua semplicità, come quella delle sei parole. Di Luzio fa quello che Hemingway (che dunque non ho citato a caso, ma per maggiori approfondimenti rimando ancora una volta tutti gli interessati a una ricerca sul web) ha teorizzato come “teoria dell’iceberg”. Boil-over è un racconto low concept in cui l’autore agisce per sottrazione estrema. Anche se tocca due argomenti “densi” – violenza domestica e ingenuità infantile – risalta l’assenza di antefatti, descrizioni, dialoghi, ecc. Basta il finale – l’unica vera sequenza narrativa – per lasciare impressa negli occhi del lettore – e nello stomaco, perché l’explicit arriva come una coltellata inaspettata – una vicenda familiare torbida. Possiamo solo immaginare cosa si annida dietro il “non scritto”, se Giacomo avrà ripercussioni psicologiche, se la madre sopravvivrà, se il padre la farà franca.
L’illustrazione “spiata” è stata realizzata da Dario Licata per Rivista Blam!
Leggi il racconto di Paolo Di Luzio qui: Boil-over.
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