di Azzurra Meis
Editing a cura di Camilla Azzoni e Pietro Nunziata
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
Il gigante di sabbia è sdraiato a faccia in giù, rivolto verso l’orizzonte. Un mantello dal panneggio perfetto copre solo in parte il suo corpo abbandonato e trafitto da dieci spade, che svettano sulla sua schiena come punti esclamativi d’acciaio.
L’elettricità statica fa drizzare i peletti sulla nuca di Ève. L’aria è così pregna d’umidità che fatica a prendere un respiro pieno, mentre l’odore penetrante dell’ozono le pizzica le narici. Deve farcela prima che il fulmine rischiari con la sua vampa azzurra il moto lento delle nubi, prima che il boato del tuono faccia tremare la polvere di questo suolo morto.
Ève raggiunge un lembo del mantello e affronta la salita. Non riesce a fare più di cinque passi prima di scivolare all’indietro. Ci riprova ancora e ancora, cerca di mantenere l’equilibrio roteando le braccia, ma alla fine mette sempre il piede in fallo. Sembra che si stia arrampicando su una lastra di ghiaccio, invece che su una montagna di sabbia.
Dopo l’ennesima caduta, ritrovatasi carponi, Ève prende a pugni il gigante che avrebbe dovuto scalare fino a riempirsi le mani di graffi e lividi. Urla, ma dalla sua bocca escono solo sbuffi d’aria, mentre il vento le sferza il viso fino a farle lacrimare gli occhi.
La prima goccia di pioggia, che le picchietta con gentilezza la fronte, è tiepida.
«Ehi!»
Ève sfarfalla le palpebre: un cucchiaio le ha appena colpito il labbro inferiore. Un inserviente imbronciato tenta di imboccarla. Non è una novità: quando sogna, Ève dimentica la fame, oggi già poco stimolata dalla vista del vassoio con il riso in bianco, il merluzzo bollito e una mela pallida.
«Posso fare da sola, grazie.» Ève sfila la posata di mano all’inserviente, ma lui resta comunque finché non ha svuotato i piatti. Avesse il coraggio, Ève gli chiederebbe se la considera più menomata nel corpo o nella psiche, eppure non prova imbarazzo per essersi estraniata mentre pranzava. I sogni sono come una colonna sonora di sottofondo che parte quando vuole e a volte va a volume troppo alto.
Alcuni degenti hanno difficoltà ad addormentarsi, a causa del flusso incessante dei loro sogni. Gülay faceva parte del gruppo, ed era peggiorata ulteriormente dopo che l’istituto le aveva tolto i sonniferi – ma l’arte era stata la strada che aveva trovato per uscire da sé, un ponte tra l’interno e l’esterno: sebbene alla fine non fosse bastato, questo le aveva consentito di rimanere più presente rispetto ad altri degenti. Ève, che pure è tra i soggetti d’esperimento dotati dell’immaginazione più fervida che l’istituto abbia mai esaminato, non è stata baciata da un talento per la creatività: era naturale che rimanesse catturata dalla maestria con cui Gülay dava corpo ai sogni suoi e altrui, permettendoti di tenerli letteralmente tra le mani.
È stato proprio il regalo del primo di molti collage a tema, a sciogliere la diffidenza di Ève e ad avvicinarle. Gülay la prendeva sempre in giro ripetendo di averla adescata, come si fa posando bocconcini di cibo a terra per attirare un gattino e convincerlo a farsi accarezzare. Peccato che, dopo la partenza di Gülay, l’istituto non avesse soltanto ritirato i suoi effetti personali, lasciando metà della loro camera spoglia come un tempio saccheggiato, ma anche sequestrato i collage che aveva donato a Ève. Gli elaborati dei degenti sono sempre analizzati e catalogati dall’istituto, perché definiscono a che punto del loro processo clinico si trovavano gli autori quando li hanno realizzati: così i dottori hanno giustificato il furto.
«Sono qui! Stanno entrando dal cancello!» squittisce una degente, il viso appiccicato alla vetrata del refettorio che dà sul cortile d’ingresso.
Al rombo del motore di un’auto in arrivo, diversi di quelli che non hanno problemi di deambulazione si sono radunati davanti alle finestre per curiosare. «La vecchia è riuscita ad abbindolare un altro storpio alla frutta», commenta qualcuno.
«Rimettetevi a sedere e finite di mangiare!» grida l’inserviente che prima stava imboccando Ève, ma nessuno obbedisce.
Il contenuto dello stomaco di Ève ha un rimescolio e minaccia di tornare su. Ève prega che non tocchi ancora a lei: non vuole una nuova compagna di stanza. Non si sente pronta. Dubita che lo sarà mai. Sarebbe maledettamente definitivo.
*
Lo studio rivelava poco della sua occupante. Colori slavati, mobilia ridotta all’osso, niente cornici sulla scrivania né attestati appesi alle pareti.
La professoressa portava i capelli più bianchi che grigi raccolti in uno chignon e il viso era solcato da reticoli di rughe, ma gli occhi neri erano penetranti quanto quelli di un rapace. Persino Ève, che non azzardava spesso giudizi sugli altri, le aveva attribuito a pelle un’indole predatoria: quella donna le trasmetteva insieme ansia e un’invidiabile determinazione.
La professoressa sbrigò i convenevoli e arrivò al dunque: «Due impianti», disse. «Uno sarà per la colonna vertebrale: doserà i farmaci e userà la neurostimolazione midollare per limitare la propagazione del dolore. L’altro, invece, sarà collocato nella corteccia motoria, collegato a protesi che agiscano indipendentemente dai nervi danneggiati di Ève.»
«Potrà muovere le protesi col pensiero?» chiese il padre di Ève, meravigliato.
«Sì. Anche se all’inizio, per i movimenti più complessi, dovrà appoggiarsi all’ausilio di dispositivi esterni che controllerà con il bluetooth. Il chip è in grado di interpretare gli impulsi elettrici emessi dal cervello e convertirli in comandi.»
«Ève tornerà com’era prima?» domandò sua madre, il volto illuminato dalla speranza.
La professoressa le concesse un sorrisetto. «I risultati del trattamento variano da persona a persona, ma senza dubbio restituirà a vostra figlia almeno parte della sua indipendenza. Posso garantirvi che, perlomeno, non passerà il resto della vita confinata su un letto.»
Ève avrebbe accettato anche solo per quello.
«Sembra fantastico», suo padre era stupito, «ma qual è il prezzo? Non può essere davvero tutto gratis».
«L’istituto fornirà i due impianti a Ève a condizione che partecipi a uno dei nostri programmi di sperimentazione.»
L’indignazione mozzò il respiro a sua madre. «Ève dovrebbe farvi da cavia?»
«Conoscete il decorso della malattia di Ève», la professoressa proseguì come se l’altra non avesse parlato.
«Ovviamente, ma…» il tono di sua madre sfumò nell’incertezza.
«Arriverà il momento in cui non ce la farete più da soli. Ève dovrà essere ricoverata, e nessuna clinica specializzata di quelle rinomate, che possiedono gli strumenti minimi indispensabili per aiutarla, vi farà sconti. In alternativa ci sono gli ospedali pubblici, ma la qualità delle cure lì è nettamente inferiore e prima che si liberi un posto potrebbe essere troppo tardi.» La professoressa indugiò su Ève e i suoi genitori. Loro non fiatarono. «Le incognite esistono nella sperimentazione tanto quanto nella terapia tradizionale. Anzi, i soggetti di ricerca sono seguiti più da vicino e non possono essere sottoposti ad alcun trattamento senza aver prima dato il loro consenso esplicito.»
Il padre di Ève socchiuse gli occhi, meditabondo. «E se Ève, dopo aver detto di sì alla vostra proposta, cambiasse idea e volesse tornare a casa?»
«Potrebbe andarsene quando vuole. L’istituto non è un carcere», rispose la professoressa. «Però devo ricordarvi che i nostri farmaci sperimentali non sono disponibili per la vendita e che, se Ève decidesse di abbandonare la struttura, dovremmo disattivare i suoi impianti: è tecnologia all’avanguardia, il cui funzionamento viene monitorato periodicamente dal nostro staff per valutare l’efficacia dei trattamenti e intervenire su eventuali complicazioni. Dopo un certo numero di trattamenti, però, Ève potrebbe sentirsi abbastanza bene da volerli sospendere nonostante il pericolo di regressione dei progressi ottenuti. Inoltre devo insistere: entrare a far parte del Programma Theta sarebbe sicuramente un’esperienza chiarificatrice, per sua figlia.»
Ève, che prima dell’appuntamento aveva fatto qualche ricerca in rete sull’istituto all’insaputa dei genitori, si inserì nella conversazione: «Theta come le onde cerebrali?»
La professoressa le rivolse un’occhiata carica d’interesse, ed Ève mantenne il contatto visivo benché avesse un urgente bisogno di battere le palpebre. Il discorso aveva destato la sua curiosità, e il desiderio di farsi prendere sul serio da quella donna la incalzò.
«Sì», confermò la professoressa. «Le onde theta sono quelle che il nostro cervello produce quando siamo tra la veglia e il sonno, nonché quando fantastichiamo a occhi aperti. Sono associate alla creatività, ai lampi di genio, al concentrarsi sulla risoluzione di un problema.»
«E questo cosa c’entra, col vostro Programma?» Nella domanda della madre di Ève c’era il peso del sospetto.
«Uno degli scopi che l’istituto si prefigge è aiutare le persone a espandere il proprio stato di coscienza. Ciò che definiamo normale è semplicemente ciò che sperimentiamo più spesso, o ciò che la nostra cultura ritiene non patologico. Ma sarebbe più corretto tenere in considerazione la quantità di informazioni che arrivano al nostro cervello e la qualità con cui esso riesce a elaborarle.» Davanti alle espressioni perplesse dei genitori di Ève, aveva aggiunto: «Alcuni alterano il proprio stato di coscienza usando la meditazione, l’ipnosi o le sostanze allucinogene. Ma altri individui, come vostra figlia Ève, nascono con la naturale capacità di scivolare in uno stato cerebrale simile alla trance. Se scoprissimo come replicare il processo, pensate alle applicazioni pratiche: aumento della consapevolezza di sé, miglioramento della capacità di sopportare il dolore senza usare farmaci, accesso a risorse mentali che permettono di elaborare intuizioni artistiche, sociali e scientifiche rivoluzionarie…»
Stavano accadendo troppe cose tutte insieme perché avesse ben chiaro il quadro della situazione, ma Ève comprese almeno questo: se non si fosse sbrigata a prendere in mano la questione, qualcuno avrebbe scelto per lei. Di nuovo.
La professoressa la intimidiva, però aveva alluso al fatto che il modo in cui lavorava il suo cervello potesse essere insolito senza necessariamente essere malsano. Quelle parole avevano compiaciuto Ève, anzi, l’avevano fatta sentire speciale – poteva contribuire al progresso dell’umanità, addirittura.
Smise quindi di mordersi l’interno della guancia e annunciò: «Mamma, papà, vorrei farlo».
Biografia
Azzurra Meis ha iniziato a proporre i suoi racconti per la pubblicazione solo da qualche anno, ma inventa storie da prima d’imparare a scrivere: a quei tempi le disegnava e le recitava, trascinando chi le capitava a tiro nei suoi mondi immaginari. Il genere fantastico si è fatto strada nel suo cuore gradualmente, insegnandole a cercare lo straordinario nell’ordinario. Ma ad Azzurra piace anche insinuare dubbi sulle strutture cosiddette tradizionali e attingere a man bassa dal folklore, che considera una delle più crude e sincere espressioni dell’animo umano.





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