di Silvia Avogadri
Editing a cura di Laura Calagna Bambini
Il cielo di novembre si abbassa fino a toccare le guglie del Duomo, trasformandosi in una coltre di fuliggine e attesa. Non è solo nebbia; è un collettivo sospiro di sollievo, umido e grigio, che satura i polmoni e dissolve i contorni delle cose. Dal mio appartamento, Brera pare un acquerello abbandonato sotto la pioggia: le insegne dei taxi si sciolgono sull’acciottolato e le luci calde dei lampioni creano aloni simili a meduse evanescenti che galleggiano sulla superficie delle pozzanghere.
Tutti ne approfittano. Donne e uomini di ogni età, milanesi e turisti, affollano i marciapiedi con un’euforia che il sole non saprebbe mai illuminare. Escono dalle case, dai musei, dai negozi senza la solita esitazione, grati per il diluvio. Molti sono persino senza ombrello. La pioggia e il buio sono gli unici filtri capaci di opacizzare il selciato, i veli che sfumano le ombre in illusioni ottiche, riflessi sfocati, effimeri scherzi della luce. Le domano in compagne innocue, svuotate dell’usuale ferocia.
Osservo l’avvocato Chiari, che abita sotto di me, fermarsi davanti al portone del condominio. Cerca le chiavi di casa nelle tasche del Montgomery fradicio. Nelle giornate limpide, la sua ombra proietta il profilo di una mano che gli artiglia la caviglia sopra le scarpe lucide. Mi sono spesso chiesta se non sia un ricordo relativo a una delle sue cause, ma non ho mai osato approfondire con lui l’argomento. Conoscere l’origine dell’ombra di qualcuno implica un legame che pochi, ormai, osano avere con gli altri. Ora, in ogni caso, la sua oscurità è solo una macchia tremolante e informe, una sbavatura d’inchiostro che gli striscia dietro solo sotto i lampioni.
Toc.
Poco distante, fuori da una delle profumerie più lussuose del quartiere, c’è una commessa che si gode una pausa sigaretta. Entra sempre furtiva in negozio quando fa i turni mattutini, guardandosi le spalle e stringendosi nel cappotto, come se potesse così controllare l’ombra delle ali spezzate che si spiegano dalla sua schiena. Solo in chiusura si concede dieci minuti d’aria e una Winston.
Le passa davanti una ragazza giovanissima, lunghi capelli biondi e tratti affilati, appena uscita dalla Pinacoteca con uno zaino a tracolla. Per un istante, alla luce dei fari di una macchina di passaggio, intravedo la sua ombra tenere per mano quella di un bambino senza tratti. Piccolo, avrà due anni al massimo. Fuori dall’alone, torna a essere solo una studentessa che ha fretta di rientrare a casa o di immergersi nello studio in biblioteca.
In questo mondo, nessuno cammina davvero solo. La luce è una delatrice e Milano è un tribunale a cielo aperto. Le ombre non imitano i nostri corpi, ma i nostri strappi. Sono appendici di pece che mostrano dove la vita ci ha spezzati o dove noi abbiamo spezzato quella altrui, escrescenze fisiche del buio che ci portiamo dentro. A nessuno fa piacere mostrarle, ma ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Ci siamo rassegnati al catalogo di peccati con cui conviviamo.
Alcuni abbassano lo sguardo d’istinto; altri scrutano i marciapiedi e i pavimenti per curiosità, per studio – poliziotti o dottorandi in Metafisica delle Ombre – o solo per indiscrezione. Meglio non uscire di casa, se si ha qualcosa di davvero grave da nascondere. Meglio aspettare la pioggia o il buio, che ci concedono il lusso di sembrare ancora integri, innocenti.
Toc. Toc.
Mi allontano dalla finestra e il parquet scricchiola sotto il mio peso inconsistente, un lamento di legno che suona come un rimprovero, una domanda spazientita: sei ancora qui? D’istinto, educo i miei passi a una leggerezza estrema: pp. Non mi è difficile. Nel corso degli anni, il mio corpo ha imparato a declinare quella gradazione sonora in ogni fibra, sbiadendo verso un’esistenza in sordina: i capelli si sono fatti di nebbia, la pelle si è arresa a una trasparenza tale da lasciar intravedere le vene e le ossa metacarpali. La vecchiaia mi ha trasformata nella membrana traslucida che i rilegatori di una volta inserivano tra le pagine dei libri preziosi per proteggerne le incisioni. Col tempo, finiva per impregnarsi dell’immagine che toccava, dei suoi colori, mostrando in trasparenza proprio ciò che avrebbe dovuto nascondere. Anche i miei segreti, ormai, stanno diventando più densi di me.
Toc. Toc. Toc.
La vibrazione del telefono sul tavolino di cristallo mi fa trasalire. Sullo schermo compare il nome di Martini, il mio agente.
«Evelina? Cara, scusa l’ora, ma la Scala mi ha appena dato il via libera.» La sua voce è un baritono caldo, avvolgente, levigato da decenni di trattative e dopoteatro. «Chiudiamo noi la stagione. Con Rain, ovviamente.»
Trattengo un sospiro. «Ancora Rain, Alberto? Non potremmo proporre un programma diverso stavolta? Anche solo la Sonata in La minore…»
Dall’altra parte, cubetti di ghiaccio pattinano contro il vetro di un bicchiere da scotch. «Oh, cara, non ricominciamo. Lo sai come funziona questo ambiente. Il pubblico non compra i tuoi biglietti per sentire la Sonata; li compra per sentire te che suoni lui. Un sold-out assicurato. “Il rito”, come lo chiama la stampa.»
«Alberto, per favore…» Chiudo gli occhi, la voce più sottile che mai.
«Ci ho provato, a menzionare Schumann, davvero», mi assicura lui. «Ma non venderebbe nemmeno metà della galleria.»
«La gente non vuole la musica. Vuole solo lo spettacolo del mio dolore», mi lascio sfuggire.
L’ho spazientito, lo capisco dal clink secco con cui il bicchiere di scotch viene posato sul suo tavolino. «Evelina, ascoltami. Non costringermi a fare il burocrate. Sai benissimo cosa prevede il tuo contratto: la cessione dei diritti sull’edizione solista e sul catalogo del Maestro è vincolata al rispetto delle date della tournée e al programma. Se salti la Scala, o se ti metti a fare di testa tua, rompi l’accordo. La Fondazione riprende tutto e la tua trascrizione finisce fuori catalogo. Vuoi davvero che l’unica versione rimasta di Rain sparisca per sempre?»
Mentre parla, posso quasi vedere la sua ombra proiettata contro la parete dello studio da cui mi sta chiamando: il profilo greco, paterno, e i fili invisibili che dipartono dalla punta delle dita intrecciandosi nel buio. Se fossi lì con lui mi toccherebbero, appendendosi alle mie braccia e alla mia testa per guidarmi i movimenti come lui desidera. Lo fa da più di quarant’anni e ho smesso di oppormi. Lo trovo, anzi, rassicurante. Mi lascio rammendare, grata che qualcuno si occupi di tenere insieme i lembi del mio personaggio.
«Il tuo dolore è la tua musica», continua. «È la tua forza commerciabile, quello su cui abbiamo sempre puntato. Inutile avere improvvisi risvegli di coscienza ora. Se sali su quel palco e fai quello che sai fare meglio, ci prendiamo la standing ovation che meritiamo, chiudiamo la carriera in bellezza e tu sarai libera di elaborare il lutto godendoti i ricavi del tuo lavoro.»
Il freddo mi scivola lungo la schiena. «Sì, Alberto. Hai ragione.»
«Ecco, questo è lo spirito. Riposati. Ci vediamo tra due giorni per la conferenza stampa.»
Al termine della chiamata, il silenzio torna a depositarsi sui mobili, ma i fili dell’ombra di Martini non mi lasciano andare. Si tendono come elastici, trasformando l’idea del mio concerto d’addio in un comando invisibile. Mi trascinano verso il fondo della stanza, dove l’aria è densa e il freddo smette di essere un’astrazione atmosferica per farsi presenza.
Non posso andare alla Scala così come sono. Conosco lo spartito di Rain a memoria, è marchiato a fuoco nei miei muscoli, nei nervi delle mani, ma non sono capace di affondare nei tasti con la ferocia che il brano richiede.
Non da sola.
Toc.
L’angolo del mio Steinway è buio, ma non del tutto. Dalla finestra alle mie spalle, la luce fioca dei lampioni filtra attraverso la pioggia incessante, disegnando schemi liquidi e tremolanti sul parquet. Quella debole luminescenza colpisce il fianco bianco del pianoforte e si infrange contro la parete retrostante.
La mia ombra è più concreta di quanto io potrò mai essere, una massa gravitazionale che attira a sé tutto ciò che la circonda. È seduta sullo sgabello con una postura che non mi appartiene: la schiena dritta, le spalle larghe e possenti tese nello sforzo di un’esecuzione concitata. È una struttura impossibile, un montaggio di ricordi e peccati. Non sono io se non nella cascata di capelli scuri, ondulati e voluminosi come li tenevo quarant’anni fa, prima che la mia carriera iniziasse. Incorniciano un volto maschile, la mascella serrata nell’espressione di eterna concentrazione del Maestro.
I polsi si sollevano sopra i tasti bianchi con la grazia che ricordo, la leggerezza che Martini ha reso il marchio di fabbrica della mia musica, ma terminano nel nulla. Moncherini d’ossidiana che spuntano dalle maniche rigide di un frac.
Toc. Toc.
Lo Steinway vibra sotto i colpi di quel metronomo infernale, l’unica musica che l’ombra ha potuto produrre per tutto quel tempo – la musica di cui non potrò mai liberarmi. Gli studiosi la chiamano “massa sonora della colpa”: la teoria secondo cui un trauma abbastanza denso può far condensare il buio, fino a produrre onde d’urto capaci di far risuonare certi materiali. Ma le teorie spiegano il meccanismo, non il tormento.
Chissà se saperne di più mi darebbe finalmente pace.
Toc. Toc. Toc.
Il suono riverbera nella cassa dello Steinway. Mi avvicino al mio strumento. L’ombra non occupa lo spazio come farebbe un corpo; lo divora, creando una vertigine che mi spinge verso di lei.
Allungo una mano. La tocco alla base del collo, dove i miei capelli di un tempo si fondono alla schiena del Maestro. Subito il peso di un’altra mano schiaccia la mia. Il calore di una pelle che non è ancora ombra mi riporta in vita.
Il buio di Brera si spacca a metà.
L’odore di cera per mobili e la pioggia di novembre evaporano all’istante, sostituiti da una folata d’aria calda e stagnante, intrisa di benzina e asfalto rovente. I globi dei lampioni friggono nel riverbero del torrido agosto dell’85. I Navigli sono percorsi da un brusio elettrico che si mescola al puzzo del canale in secca; c’è quella strana euforia milanese che accompagna l’estate, un senso di fretta e di abbandono insieme.
Ariel cammina un passo avanti a me, trascinandomi per mano con quella foga che lo possiede ogni volta che il mondo non riesce a stare al passo con la sua mente.
Il mio Maestro. Il mio uomo. Colui che ha preso le mie dita inesperte e, tra le aule del Giuseppe Verdi, le ha educate alla feroce libertà dello spartito; il fuoco che ha corrotto e scardinato la mia disciplina per insegnarmi il peccato dell’interpretazione vera e propria. Mi ha costretta a esistere al di là delle righe del pentagramma. Quando mi guarda da sopra la spalla sento ancora il primo brivido di soggezione del passo che ho compiuto oltre il baratro, oltre ogni sicurezza. Il vuoto improvviso, lo stomaco in gola, e poi lui, le sue braccia pronte ad afferrarmi, a tenermi in piedi, persino più dritta di prima. Non avrei mai creduto che si potesse esistere senza il sostegno delle regole, prima di conoscerlo.
Sottobraccio, Ariel stringe la cartellina di cuoio come se fosse carne della sua carne, il nostro figlio segreto.
Rain.
L’abbiamo appena finita al suo Steinway bianco, nella mansarda in cui viviamo insieme da pochi mesi. L’afa rendeva i tasti del pianoforte scivolosi, le nostre mani intrecciate fuse nell’avorio. Non è un étude, ma una lotta. Un quattro mani in cui le braccia si incrociano per rubarsi le ottave centrali. Ariel ha scritto il battito del panico nei bassi, mentre io ho ricamato il pianto dei tasti sovracuti. Quando la suoniamo non siamo più Maestro e allieva, non siamo più nemmeno amanti; diventiamo un unico organismo a venti dita, capace di generare una tempesta che non risolve mai, che resta sospesa come l’eco di un urlo.
Ariel si ferma all’angolo, colpito da un’epifania troppo urgente per essere rimandata. Ha il fiato corto, non per il caldo, ma come se avesse appena vinto una corsa contro sé stesso. «Vevi, guardami.»
«Cosa c’è?»
«Il mese prossimo c’è il Pozzoli. Lo vincerai, lo so. Il mondo della musica si accorgerà di te e gli agenti faranno a gara per metterti sotto contratto.»
Spiazzata da quella fiducia cieca, sorrido appena.
«Ti offriranno tournée, ti spingeranno verso una carriera solista brillante. Va bene così, è il tuo futuro. Ma se dovessero venire a sapere di Rain… vorranno portarla nei loro salotti. La sezioneranno, ne faranno un adattamento pulito e addomesticato per la critica, una canzonetta da vendere al pubblico. Non vorranno me; sarei scomodo per la stampa. Vorranno solo te. E ti chiederanno di trasformare il nostro pezzo in un assolo.»
«Ariel…»
«Non devi permetterglielo. Questa musica non è un pezzo da repertorio: è un’anatomia a quattro mani. Esiste solo nel punto in cui le mie dita incontrano le tue. Fai quello che vuoi del resto, ma lei deve restare solo nostra. O la suoniamo insieme, o resta muta. Giuralo.»
C’è una gravità ancestrale nel suo sguardo, come se Ariel stesse guardando oltre me verso un tempo in cui non saremo più protetti dalle pareti della nostra mansarda. Sapeva già allora cosa gli sarebbe accaduto? Me lo sono chiesta spesso, passando per l’incrocio dove, poche settimane dopo, l’asfalto avrebbe assorbito il suo ultimo respiro in un riverbero di lamiere e pioggia.
La sua stretta sul mio polso si fa ferrea, non più un gioco di ruolo tra maestro e allieva ma qualcosa che mi fa pensare a un’ancora lanciata nel vuoto. Mi sta chiedendo di essere la custode del suo silenzio, non solo della sua musica.
«Lo giuro, Ariel. O insieme, o muta.»
Mi attira a sé e mi bacia con una disperazione gioiosa, incurante della gente che ci schiva sul marciapiede stretto. In quel momento credo davvero alla promessa che ho fatto, investita da quell’appartenenza sacra, protetta da un patto che profuma d’eternità. È difficile vedere un disegno diverso da quello che entrambi stiamo immaginando mentre riprendiamo la nostra strada – vedere quanto diversamente le cose possano andare per entrambi. Le nostre ombre ci seguono, intatte, nel vibrare di quella sera, mano nella mano e innamorate come noi.
Toc.
Il riverbero delle ossa dell’ombra sul pianoforte mi restituisce al gelo del mio salone, al tamburellio della pioggia sui vetri.
Sono passati quarant’anni, eppure il tradimento scotta come se l’inchiostro sul contratto che ho firmato con Martini non si fosse ancora asciugato. Sopra il leggio dello Steinway c’è la splendida edizione critica di Rain pubblicata da Ricordi. Quella che ho adattato per un solista dopo l’incidente, quando il silenzio dell’assenza di Ariel si è fatto insopportabile. Non potevo lasciare che la nostra opera morisse con lui. A costo di venderla. A costo di amputarla.
Nessuno va fiero di ciò che è costretto a fare per sopravvivere.
Mi siedo sullo sgabello, occupando solo metà dello spazio disponibile. L’ombra si è già spostata, anticipando la mia decisione, i moncherini d’ossidiana non più sospesi sopra la scala centrale ma sui bassi. La sua parte. La mia struttura portante.
«Perdonami», sussurro nel buio.
L’ombra risponde con un toc impaziente, lungi dall’assolvermi.
Allungo le mani verso i tasti, rassegnata.
Nonostante la mia riscrittura magistrale, Rain non è stata concepita per la solitudine. Molti pianisti che hanno provato a interpretarla al mio posto hanno lamentato dei buchi, battiti mancanti, differenze inspiegabili rispetto alla versione che porto in concerto. Mi è anche stato chiesto da un’audace giornalista se io non abbia volutamente pubblicato un brano monco, in modo da non permettere a nessuno di copiarla; ho risposto che a qualunque buon musicista basta guardare le mie mani: non suonano forse le stesse note scritte sulle edizioni rilegate?
Certo che sì.
Eppure, non appena le mie dita sfiorano l’avorio, non vi sono lacune o inciampi imbarazzanti. La sala viene investita da una massa sonora che ha del sovrannaturale. I critici parlano di “risonanza simpatica”, di un uso miracoloso degli armonici naturali dello Steinway che ho domato con anni e anni di pratica. Si ostinano a cercare una spiegazione fisica per coprire l’inspiegabile verità: il fatto che il pianoforte non stia rispondendo solo a me, ma anche alla forza gravitazionale che mi siede accanto.
Attacco con il primo tempo, l’Allegro. Non c’è nulla di dolce in questa pioggia; è solida, grandine che percuote una lastra di metallo. Mentre le mie dita corrono tra i tasti acuti, inerpicandosi in ricami che paiono vetri infranti, la parte di Ariel esplode sotto di me alla seconda battuta. Le ottave martellate rimbombano implacabili. I tasti bianchi e neri dei bassi sprofondano da soli. L’oscurità dell’ombra inizia a colare sullo strumento, grosse gocce d’inchiostro che cadono dai polsi; io le faccio mie, sporcandomi di lui quando tocco le stesse note.
Scivoliamo insieme nell’Adagio. È il cuore dell’opera, una boccata di puro ossigeno prima della fine. Le armonie si fanno sfocate, sature di pedale, come se la musica stesse galleggiando. L’ombra preme contro il mio fianco sinistro, il suo braccio immateriale contro il mio e dentro il mio, nel torace, fra le costole, nel mio respiro stesso. Non c’è più confine tra noi, le nostre figure si fondono in un unico profilo asimmetrico. Martini la chiama dedizione, ma ciò che sento io ha i tratti di un’autopsia inversa, qualcuno che sta rimettendo a posto gli organi nell’involucro vuoto che è il mio corpo quando non suono.
Il finale erompe nel Presto Agitato, dopo l’illusione di silenzio di mezzo battito. È il temporale, un muro di sedicesimi che toglie il respiro preso nella parte precedente. Per suonarlo serve una ferocia che non appartiene ai muscoli, ma ai nervi. Io intesso il pianto dei tasti sovracuti cercando di non lasciar cadere la melodia; Ariel scava il baratro sotto di me con una violenza che minaccia di spaccarmi i polsi. È un’ascesa frenetica verso gli accordi finali, strutturati per riecheggiare nello sterno di chi ascolta.
Proiettata contro i vetri bagnati, la nostra ombra non è più quella di una donna sola. Sulla parete del salone si inerpica un gigante a quattro mani, una sagoma deforme che si allunga fino al soffitto, inghiottendo la stanza nel suo buio pulsante.
Quando l’ultima vibrazione muore nel salotto, ciò che resta di Ariel è tatuato sulle mie braccia fino ai gomiti, sotto le unghie, nelle rughe della pelle. I critici la scambieranno per eleganti guanti di raso nero, senza sapere che è ciò che mi terrà insieme fino all’inchino. Ciò che darà loro quello che vogliono: “il rito sacro”, il mio peccato trasposto in musica.
Mi alzo dallo sgabello.
Nel mio salotto è tornata la luce. L’ombra non è più seduta davanti al pianoforte. Ormai è parte di me, pronta al nostro concerto d’addio.
O insieme o muti. Per sempre.
Biografia
Silvia nasce il 30 maggio 1992 e inizia a scrivere poco dopo, o almeno così narra la leggenda. A scuola è la più bassa della classe, oltre che la più solitaria, silenziosa e strana – ma ha anche dei difetti. Risparmia le parole per i suoi quaderni segreti, che riempie di racconti mentre ignora le lezioni – o, adesso che è cresciuta, mentre finge di lavorare. Studia più lingue di quante ne potrà e vorrà mai parlare, sostenendo che l’importante sia capire se la comitiva di turisti cinesi che è entrata con lei in ascensore stia prendendo in giro il suo taglio di capelli sottovoce. Solo la musica mette ordine nel suo caos: da quando ha scoperto che ogni canzone è un romanzo concentrato in pochi minuti di distorsione, Silvia vive in bilico tra il silenzio della scrittura e i decibel del metal, convinta che un assolo spieghi l’animo umano meglio di un saggio di filosofia. Da questa ossessione nasce il suo work in progress, “Nice Boys (don’t play rock n’ roll)”.





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