Spotiwriters – Una call musicale

A cura di Laura Calagna Bambini

“Il tempo è scaduto, la canzone è finita

Ho pensato che avrei avuto qualcosa di più da dire.”

Con questi due versi i Pink Floyd chiudono la versione originaria di Time, che sarebbe finita lì, in modo catartico e definitivo (ci hanno appena detto che non c’è altro tempo e hanno esaurito le parole), se non si fossero lanciati l’attimo dopo in uno stacco pensato come l’intro di Breathe (Reprise) e diventato invece il congiungimento perfetto tra due canzoni che da lì in avanti verranno proposte insieme, finché a posteriori Waters e Gilmour le staccheranno. Due testi nati separati che convergono in una storia unica, all’interno di un racconto più grande che è The Dark Side of the Moon, a sua volta inserito in un contenitore narrativo ancora più ampio che stava componendo, più o meno inconsciamente, l’intera discografia della band.

È su questo pezzettino infinitesimale (il tutto dura per l’esattezza ventiquattro secondi) che vogliamo costruire la nostra call.

Un explicit musicale che diventa l’incipit di una produzione letteraria, un’arte che si sforma e si plasma in un’altra arte, con altre regole e infiniti modi in cui ricomporsi. Che poi è la bellezza dell’arte stessa, lo sappiamo. Tutte si mescolano e si trasformano senza distruggersi, o offuscarsi.

È così che fa il bruco, nostro logo iniziale, è così che fa la nostra rivista.

Vi chiediamo, quindi, di compiere una metamorfosi musicale: realizzare su carta quello stesso scarto, aprire una parallasse tra le note di una canzone e la parola scritta.

Da qui in poi dichiaro fermamente l’intenzione di lanciarmi in uno spiegone.

Vi siete mai soffermati a leggere davvero il testo di una canzone, il pamphlet di un’opera orchestrale? Avete mai guardato i videoclip (quanto ci sentiamo vecchi a scriverlo, RIP MTV) e vi siete chiesti come si colleghino al testo musicale? Vi siete mai meravigliati della rielaborazione sinfonica di una canzone metal?

Che storia vi ha raccontato, o vi racconterebbe ora, rispetto a quando l’avete ascoltata la prima volta? Soprattutto, quante storie vi ha raccontato e potrebbe ancora raccontarvi?

Noi vogliamo leggerle.

E siccome noi per primi non capiamo mai le call amiamo gli esempi, eccone alcuni, sparsi così come mi vengono in mente: la Primavera di Vivaldi può stimolare i sensi tanto da far venir voglia di scrivere cosacce, allo stesso modo il ragno horror di Lullaby dei Cure potrebbe diventare l’unico coinquilino (che non sapevate nemmeno di avere, poiché i ragni appaiono e scompaiono senza soluzione di continuità) che cerca di avvertirvi disperatamente, a modo suo, che c’è un incendio e sarebbe davvero il caso che ve la squagliaste, ma voi prima di coricarvi vi siete scolati pure l’acqua dell’offertorio e ora vedete quella povera aracnide quintuplicata e non capite, e magari quando arrivate in paradiso scoprite che non era nemmeno un ragno, ma il pompiere che vi stava dando del coglione, o vostro padre che si rimproverava di non aver guardato la tv con vostra madre, quella sera. Oppure, sempre lo stesso ragno del videoclip, potrebbe raccontarvi una storia horror e basta, magari la stessa del testo.

Ma anche. Richard Ashcroft, nel video di Bitter Sweet Symphony, cammina in un viale gremito cantando di essere qui, “fermo nella mia posizione, ma io sono un milione di persone diverse ogni giorno, e non posso cambiare la mia posizione” e difatti la gente che lo circonda sembra non vederlo, gli va a sbattere addosso di continuo e lui a loro, a sua volta non vedendoli. Il testo è già una storia, eppure i Verve scelgono di mostrarla ancora più estremizzata.

Siamo buoni perciò andiamo avanti con un ultimo esempio: Smoke on the water dei Deep Purple è una storia vera, così come la leggenda vuole che Stairway to heaven sia un inno a Satana e i Led Zeppelin non hanno mai smentito, ma sta di fatto che è, contemporaneamente e l’una non annulla l’altra, una stupenda marcia nuziale.

Potremmo proseguire all’infinito ma ci fermiamo qui.

In soldoni, quello che vi chiediamo è: 

  • prendete il testo di una canzone, riscrivetelo come un racconto
  • prendete una strofa/verso che vi ispira altro, fatelo diventare l’incipit/l’explicit/mettetelo in maniera equivocabile nel testo
  • prendete un videoclip o un dettaglio dello stesso e costruiteci qualcosa di narrativo; 
  • ascoltate un’opera e riproducetevi scriveteci su altro.

È ammessa qualunque tipo di interpolazione, anzi, più è spinta e più ci piace, purché ci evidenziate da dove siete partiti. Sta a voi scegliere dove arrivare.

Ovviamente, essendo una call musicale, concentrarsi sui sensi e sulla sonorità del testo è fondamentale (ma non mandateci rime o assonanze/allitterazioni pazze che tanto ve le cassiamo che valgono le regole base della narrativa).

Ora diamoci delle regole così andiamo d’amore e d’accordo:

  • Generi ammessi per la musica: alla curatrice piace il rock tutti;
  • Generi ammessi per la prosa: tutti;
  • Limite di battute: 15000 spazi inclusi, ma se partorite un racconto fotonico di 20000 va bene lo stesso, d’altronde Time dura 8 minuti e doveva durarne 5;
  • Norme redazionali: le stesse di Metamorphosis, le trovate qui, ma comunque Times New Roman o Garamond, carattere 12, interlinea 1.5, giustificato, dialogo fra caporali « »; 
  • Oggetto della mail: Spotiwriters_CognomeAutore_Titolo, es. Spotiwrites_Alcolizzato_Questo ragno voleva salvarmi;
  • All’interno del file: 1) nome e cognome; 2) titolo; 3) reference musicale; 4) se volete, i vostri contatti social;
  • Deadline: mai, perché la musica non scade e non invecchia.

Da ultimo, la call non ha una scadenza ma nemmeno una cadenza. Ci riserviamo di pubblicare solo testi che riteniamo validi, ma i tempi di lettura e riscontro restano gli stessi della rivista.

Dato che è una call musicale, vi lasciamo direttamente una playlist della curatrice come reference, nella speranza possa ispirarvi, e anche il supporto di alcuni angeli custodi, che non guasta mai.

Buon ascolto!