di Edoardo Sanzovo
editing a cura di Laura Calagna Bambini
Il primo uomo scomparve pochi giorni dopo l’arrivo di Rosamunde. Ma nessuno colse la correlazione. Eppure, quando l’avevamo vista la prima volta, avevamo immediatamente pensato non fosse una santa. Ce lo eravamo bisbigliate a vicenda, riunite in cerchio davanti alla stazione: questa è una poco di buono. Lo avevamo capito dalle anche. Sono il primo segnale – a prova di sciocco. Se ondeggiano come se tentassero di raggiungere le spalle, be’, è meglio tenere gli occhi bene aperti. Noi queste cose le sappiamo, non siamo mica delle sprovvedute. Invece di trasformarlo in allarme, però, il nostro bisbiglio rimase tale e svanì soffocato dal fischio del treno.
Il primo uomo scomparve e a noi importò poco. Era uno scapolo. Sulla cinquantina, restio ad accettare il passare del tempo, la sua testa sembrava un posacenere con disordinate chiazze grigio scure che dimenticammo in fretta. Ne parlarono giusto i pochi amici che aveva, giù al bar del paese. Ma anche lì, ben presto, le perplessità annegarono tra le birre.
Rosamunde, nel frattempo, passeggiava altera per il paese, elargendo grandi sorrisi e dimenando il sedere. E noi non potevamo far altro che bisbigliare in gran segreto dopo averle, affabilmente, ricambiato il saluto. Dietro quei sorrisi eccessivi, ne eravamo certe, lei esibiva un simulato interesse che non traduceva mai in pratica. Non ci fu volta che ci chiese qualcosa della nostra vita. Che s’interessò ai nostri figli che trasportavamo in carrozzine colorate per il paese. Noi, invece, dietro la nostra cortesia, fingevamo il più naturale disinteresse. Intanto, le rare volte che per la strada osavamo alzare la testa, coperte da scuri occhiali, incrociavamo sempre meno controparti maschili.
Fu quando scomparve il primo dei nostri mariti che iniziammo a preoccuparci. Era uscito per una commissione, si diceva, e non aveva più fatto ritorno. Lo sbigottimento iniziale ci annebbiò la mente. Troppo prese a piangere il lutto, come prefiche, nessuna di noi era in grado di ragionare con lucidità. Vestite di nero, in fila come corvi appollaiati sulla ringhiera di un balcone, bisbigliavamo frasi disperate. I nostri occhi colmi di lacrime erano troppo gonfi per spiare con attenzione gli usci delle nostre abitazioni. E così ogni giorno uno dei nostri mariti si chiudeva alle spalle la porta di casa. Per non riaprirla più.
Lo strazio del ritrovarci sole ci spinse a rivolgerci a colei che nella nostra inedita condizione vi aveva trascorso tutta la vita. Era ancora incantevole per la sua età. E intelligente. La sua saggezza ci illuminò. Come luminosa era la sua pelle: nessuna traccia di impurità la deturpava – né graffi né cicatrici. Dalle sue perfette labbra rosse, prive di incrostazioni di sangue coagulato, ricevemmo la risposta che andavamo cercando. Come avevamo fatto a non arrivarci? Era ovvio che l’artefice delle sparizioni fosse lei. Rosamunde. Quelle anche avevano provato ad avvisarci, a suo tempo.
Cosa avremmo dovuto fare allora? le chiedemmo. Vendicarci? Chiamare i carabinieri? Denunciare le sparizioni al commissariato? La legge degli uomini avrebbe riportato l’ordine in paese e i nostri mariti avrebbero fatto ritorno a casa; avremmo potuto ricominciare a cucinare per loro; saremmo tornate a stirare camicie e lavare pantaloni; avrebbero ripreso a picchiarci da ubriachi. Solo da ubriachi? ci chiese la donna. E da sobri, ammisero alcune, molte di noi. Ci picchiavano durante i giorni feriali, perché stanchi e frustrati dai loro lavori alienanti; e ci picchiavano nei finesettimana, perché erano pieni di energia. Guardammo la pelle della donna. I nostri scuri occhiali ci schermavano dal suo luccichio seducente. L’avremmo avuta anche noi così? Se l’avessimo denunciata, Rosamunde sarebbe stata cacciata dal paese. Allora poi sarebbe toccato ad altre di noi, in un altro paese. Rosamunde avrebbe fatto piazza pulita di uomini e fatto splendere la pelle di altre. Bisbigliavamo a ritmo serrato tutti gli scenari possibili finché non fummo zittite da una risata profonda quanto un pozzo. Quanto eravamo stolte! La liberazione non poteva essere fermata. Andava sostenuta. La donna aveva parlato. La sua pelle ci aveva indicato la via.
Mentre le sparizioni lentamente procedevano, alcune di noi si accorsero dei benefici della nuova vita. Senza il tetro schermo degli occhiali il mondo aveva riacquistato i suoi colori. Senza camicie da stirare le giornate si erano languidamente allungate. Eravamo tornate a dipingere, come durante la fanciullezza, a scrivere, leggere, fare ginnastica. Mangiavamo insieme, dividendoci i compiti in cucina e ottimizzando il tempo. Un timore, però, sorgeva nefasto quando passeggiavamo per il paese con le nostre carrozzine. Sbirciavamo oltre le copertine da cui spuntavano piccoli volti disorientati: guardavamo le minuscole braccia rotonde, ma vi vedevamo i venati muscoli che le avrebbero ingrossate in pochi anni; ascoltavamo i pianti laceranti quando avevano fame, ma sentivamo, invece, le grida rabbiose che ci avrebbero comandate; annusavamo gli aliti infusi di latte, ma schifavamo già i fiati intrisi di alcol che ci avrebbero insultate.
Nei giorni seguenti, procedendo mute e a testa alta per il paese, trascinammo i pochi mariti che ci erano rimasti e infine anche tutti i nostri figli maschi davanti alla casa di Rosamunde. Lei non ci degnò di uno sguardo, spense una sigaretta in un posacenere che ci parve una testa e fece quello per cui era giunta in paese: si premurò di levarceli tutti di torno, uno per uno, subito dopo aver richiuso la porta di casa con un colpo d’anca.
Biografia
Edoardo Sanzovo (1994) nasce a Bolzano. Terminati gli studi a Bologna, vive a Berlino, Trieste e Izola. Oggi lavora a Vienna come insegnante di italiano. Redattore di Altri Animali, si trovano suoi racconti e articoli anche su altre riviste, tra cui Fillide, Topsy Kretts e A/polide.





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