di Giulia Stucchi

editing a cura di Catherine Hannequart

Illustrazione: foto: UNICEF/UN052613/Alessio Romenzi


– Agente (da qui in avanti indicato come A): «Si sieda e favorisca le sue generalità, per favore».

La donna lo osserva con gli occhi spalancati, le pupille dilatate nella penombra della stanza si fondono col nero delle iridi, grandeggiano, e gli fanno pensare a un animale braccato. Per un attimo gli torna in mente il vecchio Uff, il meticcio che aveva da bambino, rintanato in un angolo del soggiorno a guardare con quegli stessi occhi suo padre, mentre assestava un manrovescio alla moglie, lo squarcio aperto sul labbro dal grosso anello che portava sempre alla mano destra. 

L’agente scrolla le spalle per scacciare l’immagine indesiderata e, siccome la donna continua a restare in silenzio, aggiunge:

– A: «Le sue generalità: nome, cognome, età… Mi capisce?»

Lei annuisce, finalmente si siede e risponde con voce sottile.

– Donna (da qui in avanti indicata come D): «Sono ***, ** anni, nata…»

– A: «Ferma, ferma! Come diavolo si scrive? Lo spelling».

La donna scandisce le lettere del proprio nome, mentre l’agente le riporta con zelo sul computer, che gli sta di fronte e gli nasconde metà del viso.

– A: «Bene, riprendiamo, nata a…»

– D: «****».

– A: «Cazzo, ancora… Come si scrive? Devi fare lo spelling o non capisco. E parla più forte, ti ho sentita strillare prima, sai?! Mentre il mio collega ti caricava in auto…»

Sogghigna, tirando il labbro in alto, verso sinistra, ma la donna, dal suo lato dello schermo, non gli può vedere la bocca, e nota soltanto un lieve assottigliamento degli occhi, lo stesso del suo aguzzino libico, quando stava per azionare un’altra scarica elettrica. I muscoli di lei si contraggono per un istante sotto i vestiti, una reazione involontaria che ormai non porta nemmeno più a coscienza. L’uomo, comunque, non sembra accorgersene, continua invece a fissarla, in attesa che parli, e lei di nuovo mette in fila le lettere, questa volta per comporre il nome del proprio paese natale, mentre lui batte sui tasti. Quando torna ad alzare lo sguardo le dice in tono conciliante:

– A: «Bene… vedi, se collabori finiamo prima e tutto è più semplice. Allora: perché sei in Italia?»

La richiesta è mal posta, pensa la donna; se potesse rispondere, rispondere davvero a quell’uomo che ha davanti e che sembra solo avere fretta di tornare a casa per cena, gli spiegherebbe che la domanda corretta è perché è partita. Certo, forse gli servirebbero anche nuove parole, che questa lingua, così morbida eppure così difficile per la sua bocca straniera, ancora tiene nascoste. Le parole per descrivere il senso di precarietà che da sempre le appesantisce lo stomaco, l’inquieto desiderio di un altrove che le notti di Harmattan le sussurravano all’orecchio, la convinzione (poi speranza e infine irragionevole fede) che esista, che debba esistere altro, che la vita non possa esaurirsi così, in un grumo di sudore e dolore, in giorni che si susseguono senza che nulla cambi, in una paura densa che ti mastica senza inghiottirti. Spiegherebbe a quell’uomo che la guarda senza vederla, che è per tutto questo che è partita. E allora l’agente forse capirebbe, capirebbe che l’Italia o la Svezia, la Spagna o l’Irlanda, per lei non sono niente più che nomi e che è l’altrove a contare; e capirebbe anche che il proprio, di altrove, lui l’ha cercato nella la divisa che indossa, nell’accademia di polizia, nella convinzione (poi speranza e infine irragionevole fede) che la Giustizia possa trionfare. 

Capire spazzerebbe via la noia e il senso di impotenza che lo invadono; capire gli permetterebbe di accorgersi come tutti, ognuno a suo modo, siamo migranti alla ricerca del nostro altrove, e come sia questo continuo migrare a tenerci vivi. Invece, eccolo lì, alle prese con una giustizia con la “g” minuscola, burocrate passacarte di altri burocrati, annoiato e svogliato. 

La donna non ha le parole se l’agente non ha la voglia di ascoltarle. 

– D: «Scappavo».

Risposta breve, semplice, chiara, inutile.

– A: «Da cosa?»

La memoria di lei resuscita senza permesso alcune immagini dal passato, tutto ciò da cui, nella sua sola vita, è scappata: prima le bombe sulla città natale e i rastrellamenti dell’esercito, a caccia dei “traditori” (così chiamavano chiunque avesse idee diverse dalle loro); quindi la fame, che la sera mordeva lo stomaco e non lasciava dormire, le bestie morte di sete nei pascoli riarsi dal sole e dalla mancanza di piogge e la carità chiesta per strada. Valicare i confini del proprio stato, a quel punto, le era sembrata l’unica cosa ovvia da fare. Ma non aveva smesso di scappare, al contrario: erano arrivati i trafficanti di uomini, le lunghe marce di cui non conosceva la meta, la continua ricerca del denaro necessario a proseguire, i lager libici, le torture, il mare, con le sue onde troppo alte… e alla fine, sì, alla fine persino loro, persino tu, vorrebbe dire la donna all’agente. Quando mi avete presa, scappavo da voi, dai vostri documenti vuoti, che, sostenete, hanno il potere di fermare la mia fuga dalla vita, verso la vita. Ma anche questa volta la risposta sarebbe troppo lunga, pensa la donna, e ancora le manca la capacità (la forza?) di pronunciare parole tali da contenere la sua stessa esistenza. Guarda l’uomo che le sta di fronte, i segni sempre più evidenti dell’impazienza sul suo volto; traspare, dal tono della sua voce, dai suoi gesti secchi e risolutivi, tutta l’insofferenza che ha per lei, per la sconosciuta che lo costringe agli straordinari proprio stasera, quando gioca la sua squadra del cuore. Così, ancora una volta, la donna tace; e chissà, forse avrebbe capito l’agente, la cui infanzia e adolescenza sono trascorse a scappare da un padre violento, da una madre che, incapace di andarsene, aveva finito per anestetizzare la vita nell’alcol e nei sonniferi, da un presente che allora lo vestiva di angoscia e gli regalava un futuro senza soluzione di continuità. Sì… quel futuro ormai presente, diverso da come l’aveva temuto, e che pure lo lascia in fuga: da ogni legame sentimentale che duri più di due notti, da ogni conversazione che lo spinga a guardare anche solo un paio di centimetri dentro di sé, da ogni rapporto che risalga a prima dell’accademia, dall’inquietudine che di giorno può evitare ma che di notte lo afferra alla gola e gli impedisce di dormire. 

Forse… Se lei avesse parlato, forse… Se lui avesse ascoltato, forse…

Invece, c’è sempre questo continuo scappare, di lui e di lei, che la obbliga a poche parole veloci, incapaci di dire e, quindi, di farla esistere.

– D: «Dalla povertà» dice, infine.

Risposta sbagliata. L’agente spunta una “X” accanto alla voce “Migrante economico”, regalandole un biglietto di sola andata per il primo CPR disponibile.

– A: «Però non può stare qui senza documenti, lo sa…»

La donna annuisce. È inutile raccontargli che lei ha fatto di tutto per averli, i documenti, e che per un certo periodo ci è anche riuscita, poi il suo capo l’ha messa in nero. Diceva che costava troppo e che se lei non ci stava, c’era la fila. Aveva provato a convincerlo, ma anche lui, come l’agente, non era stato a sentire. E ora la donna si è stancata di raccontare, di spiegare, di dire quelle sue poche parole, sempre le stesse. L’ha già fatto, con tutti: i medici delle ONG, le guardie, il personale del centro di accoglienza, gli avvocati, i giudici, e persino un parlamentare che era passato da Lampedusa. Ha spiegato, ma forse le sue parole erano poche, troppo poche per farsi capire…

Così pensa la donna, e pensa che se anche questa volta dovrà andarsene, se ne andrà, valicherà i confini, conoscerà altri luoghi, dovesse anche percorrere l’intero globo: prima o poi troverà un posto in cui non servono documenti per avere il permesso di esistere; dove chi fa le domande, ascolta le risposte e agisce di conseguenza; dove vivere è un diritto, a prescindere dal luogo in cui si è nati, e dove a chiunque è riconosciuta la dignità che discende dalla comune appartenenza al genere umano, senza vincoli e senza deroghe. 

Non dice niente, però, la donna all’agente che le sta davanti e che ormai si è alzato, a indicare che la loro conversazione è finita (fuori dalla porta c’è un suo collega ad attenderla). 

L’agente. Forse, se avesse ascoltato, se avesse capito, la seguirebbe nella sua disperata ricerca di un luogo incantato, lui che, senza saperlo, vorrebbe un posto dove i ragazzi possono piangere (“boys don’t cry”), e anche gli uomini, perché no. Invece, pur di non tornare a casa, s’infilerà nella prima birreria a gridare la propria rabbia verso il mondo contro un pallone e i 22 stronzi che lo rincorrono, rabbia verso la giornata di merda appena trascorsa, passata a interrogare poveracci che non hanno altro che la propria faccia da poveracci da opporre alla gelida, inutile e insensata burocrazia che lui rappresenta. 

Forse… Ma non ha ascoltato, e così ora non sente la debole voce dentro di lui sussurrare il desiderio di chiudersi in camera, slacciarsi la divisa e piangere. Non sente, mentre grida al pallone, mentre la birra resta a scaldarsi sul banco.

La donna, intanto, si guarda attorno nella piccola cella in cui dovrà passare la notte (per ora è riuscita a sapere solo questo di ciò che l’attende). È sola e se ne sta seduta sull’angolo della branda, con la giacca, troppo leggera per la stagione, abbottonata fino al collo, come se dovesse andarsene da un momento all’altro. Ha fame, ma non se ne accorge, perché i suoi occhi sono pieni del grigio della stanza e lo stomaco dell’angoscia impotente della reclusione. 

La notte la trova ancora lì, a fissare la parete vuota davanti a sé: ha imparato a farlo nelle giornate piene di niente delle carceri libiche; la aiuta a calmarsi, a fare il vuoto, a sentire, in quel vuoto, la vita, ancora la vita, il suo scorrere inquieto, nonostante tutto. Concentra le forze e i pensieri su quel guizzare lieve, quasi impercettibile, fino a dargli voce, corpo, spazio. Può allora tornare a essere la ragazza che è stata, e di nuovo le fa visita la consueta, salvifica certezza che la vita non possa essere tutta lì, che qualcosa di diverso, in qualche posto, l’attenda. 

È immersa in questi pensieri quando qualcuno accende la luce nella stanza su cui si apre la cella.

– A: «Sei sveglia?» 

– D: «Sì».

L’agente si avvicina, fino a farsi vedere da dietro le sbarre.

– D: «Non eri a casa?»

– A: «No, la mia squadra ha perso. E poi non avrei comunque potuto dormire…»

La donna lo guarda con un’espressione interrogativa.

– A: «Lascia stare… Ti ho portato un panino, ho pensato che avessi fame».

Sorride. 

Da qualche minuto lei lo studia di nascosto, il viso chino sul pasto, poi, mentre sta dando il settimo morso, accade: forse sfuggita per la stanchezza, un’inquietudine familiare, nuova nel volto di lui, rende d’improvviso tutto diverso. È solo un istante, come un breve inframmezzo per prendere fiato prima di ricominciare la fuga, ma è abbastanza. 

Racconta. 

Le sue poche parole.

Dalla finestra posizionata dietro all’agente penetrano ormai i raggi limpidi del primo mattino, la voce della donna si spegne nell’alba e una porta si apre fuori dal suo campo visivo:

– A: «Ciao, Ale!»

– Ale: «Signore. Sono venuto per portarla…»

– A: «Sì».

Taglia corto l’agente, e si gira un’ultima volta verso di lei. Ma nei suoi occhi è già ripresa la fuga, la luce del giorno ha cancellato l’ansiosa inquietudine notturna e lui ora si sente d’improvviso a disagio per quel suo presentarsi sfatto a un suo sottoposto, i segni chiari della notte insonne sul volto e la divisa allentata; a disagio per quella specie d’intimità che si affretta a nascondere, ma che sa trasparire, fra sé e la straniera; a disagio per il groviglio di sentimenti che non riesce a definire e che gli blocca la gola. Così, resta in silenzio, mentre guarda il collega condurla fuori dalla cella dopo averla ammanettata, mentre la vede imboccare, un passo dopo l’altro, il lungo corridoio della centrale, fino a scomparire dietro la porta d’ingresso, che si chiude con un colpo secco. 

Biografia

Giulia Stucchi, classe 1986, dopo un diploma di liceo classico e una laurea in lettere moderne, vive e lavora a Bergamo, dove insegna italiano e storia. La scrittura e la lettura sono state il solo punto fermo della sua vita fin da quando era bambina, anche se solo ultimamente sta trovando il coraggio di far uscire i suoi testi dal cassetto. 

Cerca ancora di capire cosa sia la vita e come gestirla…

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