di Manuel Gutiérrez Nájera
Traduzione dallo spagnolo e postfazione a cura di Valerio Cerulli Irelli
In copertina: Henry de Toulouse-Lautrec – La corista Yvette Guilbert che canta “Linger, Longer, Loo” (olio su cartone)
(VECCHIA LETTERA)
A beneficio morale dei gomosos1 entusiasti che accolgono con alloro e palme le coriste importate da Mauricio Grau, copio una lettera che appartiene al mio archivio segreto e che – se la memoria non m’inganna – ricevetti, presto sarà un anno, nello stesso giorno in cui la troupe francese disertò dal nostro teatro.
La lettera dice così:
Mon petit Cochon bleu.2
Con il piede sulla pedana del vagone e il meglio della mia bellezza nella valigia, scrivo qualche riga alla luce giallognola di una candela, prodotta di proposito da qualche commerciante sciagurato per screditare la fabbrica della Estrella. La mia compagna sta russando nella sua branda di vile ferro, e io, seduta su una cassa, dove a breve sprofonderà l’ultimo scampolo del mio guardaroba, mi intrattengo a tracciare scarabocchi e righe come voi giornalisti, uomini che, in assenza di champagne e Borgogna, bevono a grandi sorsi quel liquido spesso e tenebroso che si chiama inchiostro. È appena finito lo spettacolo, e ho gran parte della notte a mia disposizione. Io, abituata a sprecare il capitale altrui, sperpero le notti e i giorni, che a loro volta non mi appartengono: sono del tempo.
Se avessi avuto la fortuna di M. Perret, mio compagno; se la sorte, quella folle, più folle di noi mi avesse mandato sotto forma di biglietto della lotteria duemila pesos, diecimila franchi!, non avrei preso la penna per scrivere le mie confessioni. Gli uomini scrivono quando non hanno denaro; e le donne scrivono quando vogliono chiedere qualcosa.
In mancanza, dunque, di altro intrattenimento, parliamo della mia vita. Soddisferò la sua curiosità, per non vederla più a lungo in punta di piedi, intenta a spiare dalla finestra della mia vita privata. Una donna che, come me, possiede il cinismo di salire sul palcoscenico con il costume economico del Paradiso3, può perfettamente scrivere senza scrupoli la sua biografia.
Non so dove nacqui. Presumo che i miei genitori, un tantino deboli di memoria, si scordarono di me qualche settimana dopo la mia nascita. Tutti i miei ricordi iniziano nell’antro fumoso che vide scorrere i miei primi anni, in compagnia di una vecchia, una sessantenne malandata, che faceva la maschera in un piccolo teatro parigino. Perché quella buona donna mi aveva raccolto? Non riuscii mai a scoprirlo, anche se sospetto che questa buona azione abbia avuto pochissimo a che fare con la carità. Io mi occupavo della cucina e facevo regolarmente quanti rammendi erano necessari allo sfilacciato guardaroba della mia protettrice. Alcuni pizzicotti e svariate bacchettate erano la ricompensa dei miei affanni quotidiani. Mangiavamo male e si dormiva peggio, perché, se lo spettacolo terminava dopo mezzanotte, io aspettavo puntualmente il ritorno della maschera, e poi dovevo alzarmi all’alba per preparare, come potevo, la misera colazione e sbrigare le vetuste faccende di casa.
Pochissime volte andavo allo spettacolo. La mia protettrice temeva, non senza ragione, che il contatto con la gente del teatro contaminasse le mie maniere. Però, insieme al mio corpo, crescevano anche le mie ambizioni. Il tugurio dove vivevamo soffocava i miei istinti d’indipendenza e di allegria. Un giovane tecnico delle luci, che abitava a una parete di distanza dalla mia soffitta, mi aveva fatto capire che ero bella. Compii dieci anni, dodici, quindici, e un’allegra mattina di settembre, riempii con cautela una valigia, ci misi i cenci vistosi che mi mettevo nei giorni di festa, e, senza aspettare il ritorno di madame Ulises, non avendo altro da prendere, presi la porta.
Puntini di sospensione.
Se lei ha il filo di Arianna, mi segua come può nel gran labirinto parigino. Se non lo ha, né è abbastanza abile da navigare rasente agli scogli, si accontenti di seguirmi da lontano, quando riapparirò in superficie. Victor Hugo ha detto:
Tutti ai cespi della via lascian qualcosa, quaggiù,
i greggi abbandonano il vello, e l’uomo la virtù!4
Dove dice l’uomo ci metta la donna: è una semplice correzione di refusi.
Eccomi di nuovo qui, ora meno povera, dopo le mie escursioni sotterranee. Le porte del teatro si aprono alla mia bellezza in fiore, e il cielo delle quinte nasconde coi suoi stracci la mia sfacciataggine. L’impresario era un uomo gottoso, malato e sporco, che pagava perfettamente male le infelici figuranti. Con quello che guadagnavo in quel teatro potevo comprare tre paia di scarpe e qualche scatola di fiammiferi. Però questa era una questione completamente secondaria. Non ho mai aspirato a vivere, come artista, di teatro. A malapena sapevo leggere; le mie grandi conoscenze musicali avrebbero attirato sulla mia testa un acquazzone di patate lesse5. O l’arte non era fatta per me, o io non ero nata per l’arte. L’unica cosa che cercavo nel teatro era una specie di esposizione permanente e ben in vista in una vetrina aristocratica. Quando la donna si decide a fare della sua bellezza una società per azioni, il mercato migliore è un teatro.
Quelli che non conoscono niente e non sanno cosa ci sia dietro le quinte immaginano che la porta di quel giardino delle Esperidi sia ben sorvegliata da draghi e belve favolose. In quel paradiso… di Maometto, s’intende, al contrario di ogni altro paradiso l’ingresso è aperto ai peccatori.
Io, ciò nonostante, persa come un atomo nella massa rosa dei cori, vivevo penosamente, colpita dalla miseria e vittima delle privazioni.
La mia bellezza magnifica e straordinaria per il povero tecnico delle luci, il mio vecchio vicino, passava inosservata in quel teatro, come la pezza di raso, azzurro o bianco, passa a sua volta inosservata nel grande negozio colmo di merletti, seta e stoffe d’oro. La competizione era temibile. Come la moglie di Marlborough dall’alto della sua torre, io non aspettavo il ritorno, ma l’apparizione di qualcuno che ancora non conoscevo.
Però, ahimè!, nessun principe russo, nessun lord inglese si fece vedere in quella lunga stagione. Io suppongo che i principi russi siano esseri immaginari che sono esistiti solo nella testa bacata dei romanzieri. Il denaro si stava allontanando da me, come le rondini quando arriva l’inverno e gli amici quando arriva la povertà.
La mia vecchia protettrice si ricordò di me. Mi fece proposte vantaggiose, e, sedotta dalle sue grandi promesse, venni in America, il paese dell’oro. Gli yankee, che conoscono a meraviglia ogni genere di merce, a eccezione della donna, mi presero per una vera parigina. A New York si cena.
Ci sono facce colorate e sanguigne che valgono dieci milioni e orrende redingote abbottonate che nascondono una fortuna nel portafoglio. Io non parlo inglese, ma loro parlano oro. Per rispondergli, mi bastava una singola parola del vocabolario. Yes.
Gli americani sono gli unici uomini che parlano chiaro.
L’Avana è una terra privilegiata. Fa molto caldo. I neri servono per far risaltare il biancore iperboreo delle europee.
Ci sono uomini che, a forza di vivere nel pan di zucchero, si abituano a sbriciolare la loro fortuna come una zolletta nell’acqua. Però L’Avana è la terra dello zucchero e New York è la terra dell’oro. Non mi parli di razze né di fisionomie: non ci sono uomini più prestanti degli yankee.
Le impressioni sul mio viaggio volgono al termine. Siamo arrivati in Messico. Mi avevano detto che questa era la terra della primavera. Io, tuttavia, non l’ho vista se non nell’esuberante corsetto della Leroux e nei mazzi di fiori che il direttore d’orchestra fa comprare ogni sera. Mi aspettavo di vedere sabbie d’oro fluire tra le strade, come fluivano tra le onde del Pattolo; disgraziatamente, non ho trovato altro che giornalisti compiacenti, amici con cui andare a cena di tanto in tanto, ed eleganti gomosos che ci trattano come se fossimo dame del Faubourg Saint-Germain. È semplicemente un equivoco: Notre-Dame de Lorette resta lontana.6
Ogni notte vengo corteggiata dietro le quinte da un’orda di elegantoni e damerini che mi parlano a capo scoperto, buttando scrupolosamente il sigaro per non infastidirmi col fumo. E tutti si litigano i miei sorrisi; mi indirizzano mille galanterie che odorano di Hotel Rambouillet7 e, colmo dei colmi!, mi scrivono persino delle lettere. I più audaci tra loro tendono a invitarmi a bere un cordiale al ribes o uno champagne… vermouth. Mi incontrano per le vie, e, defilandosi cortesi per lasciarmi il marciapiede, si tolgono il cappello. Alcuni libertini mi hanno baciato la mano.
Neanche qui ci sono principi russi. Però, in cambio, possiedo una collezione completa di autografi, uno più prezioso dell’altro. Questa è la prima città in cui mi trattano come si tratta una signora. Vedrà bene che ho buone ragioni di essere grata.
1Etichetta ottocentesca, satirica e moralizzante, per definire i giovani messicani eleganti e vanitosi. Vicino al concetto di dandy. [Tutte le note sono del traduttore]
2Mio piccolo porcellino blu.
3Senza abiti, come nel giardino dell’Eden.
4Victor Hugo, La preghiera per tutti in Le foglie d’autunno. Traduzione dal francese del traduttore.
5Iperbole per intendere che le avrebbero tirato contro qualsiasi cosa.
6Le lorettes erano le cortigiane di lusso della Parigi dell’epoca.
7Celebre salotto francese noto come culla della raffinatezza linguistica e, al contempo, come simbolo di un’aristocrazia intellettuale leziosa e pedante.
Postfazione
La storia di una corista è un racconto che costruisce la sua carica satirica a partire da una cornice ottocentesca, estremamente familiare al lettore contemporaneo: il ritrovamento della lettera consente a Gutiérrez Nájera di restituire una voce disincantata, in prima persona, all’oggetto di venerazione dell’élite della Città del Messico di fine diciannovesimo secolo, l’esotica donna europea. La prosa, densa di riferimenti colti e di gergo d’epoca stratificato, cerca costantemente di strabordare dalla cornice classica con un ritmo che alterna paratassi e ipotassi in frequenti anticlimax ironici. Il preambolo “a beneficio morale dei gomosos” annuncia l’inizio di una narrazione pedagogica, e invece veniamo catapultati nella vita di una donna scaltra, un’esperta di sopravvivenza, che con la sua prontezza di pensiero mette in ridicolo l’alta borghesia messicana.
L’innominata corista, lucida e cinica, non offre la sua storia per suscitare pietismo, come mostrano i “Puntini di sospensione” che censurano il periodo più tragico della sua vita, ma come merce per il suo “piccolo porcellino blu”. Il mondo dell’arte si mostra precario, e lei impara sin da ragazzina i metodi per garantirsi condizioni migliori di quelle della sua infanzia.
Gutiérrez Nájera ci consegna un testo che, attraverso la satira, scava nelle contraddizioni del suo contesto storico, muovendosi tra il pubblico e il privato, tra il familiare e il distante. Ad avvicinare un testo che, inevitabilmente, presenta dettagli culturali e convenzioni narrative del periodo in cui è stato scritto, c’è questa grande vetrina dove la corista sceglie di esporsi, davanti a un pubblico selezionato che è assieme consumatore e consumato.
Manuel Gutiérrez Nájera (1859-1895) è stato un politico, giornalista, scrittore e poeta messicano. Ricordato come iniziatore del modernismo messicano, vide pubblicata una sola raccolta di racconti nel corso della sua vita, Cuentos frágiles (1883), da cui è tratto La storia di una corista. Dopo la sua morte furono pubblicate altre due raccolte di racconti e una di poesie. Nessuna delle sue opere è stata tradotta in italiano.





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