di Simone Lupi
Editing a cura di Camilla Azzoni
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
050.
Per la prima volta, da quando mi trovo qui, osservo il volto del dottor Moroni fin nei più piccoli particolari – le profonde rughe sulla fronte, le zampe di gallina ai lati degli occhi – e lo metto a confronto con la versione che ho visto al di là. Quanti anni potrebbe avere? Sessanta? Sessantacinque? E la peluria grigia sul dorso della mano, e il solco appena visibile alla base dell’anulare, come se un tempo ci fosse stata la fede.
Sul ripiano metallico alle sue spalle c’è un telefono attaccato al caricatore. È lì da prima ancora che lui entrasse. Neanche mezz’ora fa ero qui, da solo, che quasi mi slogavo la spalla a forza di allungare il braccio nel tentativo di raggiungerlo con le dita. Ma è troppo lontano. Assurdo, sembra quasi uno scherzo. Ed è identico a quello che ho visto in sogno.
«Stamattina, mentre dormivi, le infermiere ti hanno cambiato la fasciatura. La cicatrizzazione sta andando bene.» Sorride cordiale. «Come va con il nuovo dosaggio? Hai avuto altre visioni?»
La butta lì, come una domanda qualsiasi. Con quella strana scelta di parole.
So che tocca a me parlare, ma sono paralizzato dalla paura. Lo sforzo dei muscoli facciali, per restituirgli una parvenza di sorriso, è fuori scala.
«No», gli rispondo. «Nessuna.»
55.
La gente esce in massa da Piazza del Duomo. Ragazzi che fiancheggiano il battistero, coppiette che si tengono per mano sotto al portico. Il concerto è appena finito. Che ore saranno state, a questo punto? Credo sia da poco passata la mezzanotte.
Devo sbrigarmi. Io e il Lollo avevamo lasciato gli scooter nello stesso parcheggio, oltre la zona chiusa al traffico, quindi è là che devo dirigermi.
Con la gamba onirica che mi sostiene, mi faccio largo nella calca, mi allontano dal palco e proseguo per via dei Bracciolini. Il percorso dalla piazza al nostro liceo sarebbe di una ventina di minuti a piedi a cose normali, ma in metà tempo sono già in viale Adua, a trenta metri dall’imbocco della traversa.
Ed eccoli laggiù, che camminano l’uno davanti all’altro a fianco del cortile della scuola. Provo ad ascoltarli: il Lollo parla in tono monocorde, io rispondo a grugniti. Ho qualcosa che non va, si vede. Poi, di colpo, blocco il passo e mi piego da un lato, aggrappandomi alle sbarre della ringhiera. Il suono gutturale dello sbocco riecheggia fino a qui.
«Ma che schifo!» Il Lollo distoglie lo sguardo. Si tappa il naso con un gesto istrionico, volutamente offensivo. «E ora come pensi di guidare? Guarda in che stato sei!»
Sputo a terra. La mia testa ciondola dalle spalle, a peso morto. «Sta’ zitto un minuto.»
E il Lollo sta zitto, sì, e per un po’ l’unico suono è quello delle macchine che sfrecciano sulla principale. Ma non per un minuto intero.
«Chiamo tu’ padre per farti venire a prendere?»
«Cristo, no.»
«E allora che?!»
Il me stesso di quella sera resta a lungo immobile, con gli occhi fissi sulla chiazza di vomito e sugli spruzzi che macchiano il fianco della murella.
Mi avvicino ancora un altro po’. Il Lollo è illuminato di schiena dall’unica lampada accesa nelle vicinanze, sopra la rampa per disabili di fronte all’ingresso della scuola. Tiene le chiavi del suo scooter strette nel pugno, il mazzo tintinna quando solleva l’avambraccio e se lo poggia sulla fronte.
Sta cercando di capire come aiutarmi, nonostante tutto.
«Senti», sussurra, «non penserai mica che ti riporti a casa io?»
L’altro me stesso risolleva la schiena a fatica. Stacca una mano dalla ringhiera, poi l’altra. Per un attimo sembra stia per perdere l’equilibrio, ma subito si raddrizza.
«Vaffanculo», borbotta. «Torno a casa a piedi.» E se ne va.
Con gli occhi sbarrati, il Lollo resta a guardarlo mentre si allontana. Io, dal canto mio, lo vedo arrivare e, per un brevissimo istante, siamo così vicini che basterebbe che uno dei due sollevasse le dita per potersi sfiorare. Poi, mi supera.
«Ma sei pazzo? Saranno venti chilometri! È notte! Non ci sono manco i lampioni!»
«I cazzi tuoi, Lollo!» gli grida senza voltarsi. «I cazzi tuoi ti devi fare, ché non te li fai mai!»
Rimango col fiato sospeso, a metà strada tra la faccia sconvolta dell’uno e la schiena dell’altro che sparisce nel buio del viale. E quando pure l’eco dei miei passi strascicati si perde nel rumore di fondo dei grilli e del traffico post-concerto, il Lollo scuote la testa.
«Va be’, chi se ne frega», farfuglia amaro, voltandosi per percorrere gli ultimi trenta metri che lo separano dal parcheggino.
In me, la consapevolezza si sedimenta poco a poco. Prima, a gocce. Poi, un’ondata.
Io non ho preso lo scooter per tornare a casa, quella sera.
Il Lollo sparisce dietro allo spigolo del muro.
Non l’ho preso.
555.
Dopo il cartello di Pistoia, l’illuminazione stradale si interrompe.
Via di Valdibrana. Il me stesso del passato la percorre come una scialuppa alla deriva nel buio. Ogni due o trecento metri si ferma, si accovaccia sul ciglio, si regge la testa per bloccare la nausea. Poi si rialza.
Sono poche le auto che passano di qui in piena notte. E quelle poche, lo fanno con gli antinebbia accesi e a trenta all’ora.
Ma ce n’è una, tra tutte, che lo segue a distanza. A passo d’uomo.
È un’Audi nera. Riesco a vederla dall’alto, mentre accosta agli spiazzi, se ne resta per un po’ a fanali spenti, per poi ripartire.
Chi sei? sussurro nell’aria azzurrognola, sospeso sopra la strada. Chi cazzo sei?
La gamba onirica freme come non ha mai fatto prima. Non vuole che restiamo qui. Vuole portarmi altrove.
Percepisco che ha dei buoni motivi.
Va bene, allora. Ti seguo.
000.
Aveva in mente una meta ben precisa. Di fronte a noi c’è una porta che è in tutto e per tutto identica a quella della mia stanza d’ospedale, ma vista dal corridoio. La forma della maniglia, il coprifilo in metallo: tutto è lo stesso. Solo che questo non può essere il corridoio di un ospedale, così buio e privo di finestre. Non sono mai stato qui. Eppure, la gamba lo riconosce.
Un click, e l’intero ambiente si illumina di uno sfarfallio agitato. Il pavimento è lurido, le pareti macchiate di muffa. Abbandonato in un angolo, di traverso, c’è il carrello dei pasti. Lo stesso?
Poi, un cigolio alla fine del corridoio: il dottor Moroni, nella sua versione più giovane, sta varcando la soglia. Indossa un cappotto leggero. Una valigetta grigia.
Che ci fa qui? E che posto è?
Si richiude la porta alle spalle, lascia le chiavi nella toppa. Il rumore dei suoi passi, mentre cammina nella nostra direzione, rimbomba così forte che sembra che siamo sottoterra.
Si ferma a metà strada, di fronte a un tavolino. Ci poggia sopra la sua roba. Allunga un braccio a un armadietto socchiuso alla sua destra. Ne estrae un camice bianco, da dottore.
Ma cosa…
Dopo averlo indossato, torna sulla valigetta. Preme un pulsante dietro al manico rigido. La sicura si apre con uno scatto. Ne estrae una cartellina. Poi, una fiala.
Dimmi che tutto questo non è reale, bisbiglio alla gamba onirica. Che è un incubo, un–
È solo una preghiera che le faccio. A lei, che mi ha portato qui. Eppure so che, se lo ha fatto, ci dev’essere una ragione. Perché è una parte di me. Rimossa, certo, ma che ancora mi appartiene. Non farebbe mai nulla per nuocermi, anche a costo di passare attraverso il dolore. Lei è, nei fatti, l’unica vera alleata che mi resta. Allora, vediamo cosa c’è da scoprire qui.
Moroni mi passa di fianco, fiala in tasca, cartellina in mano. “Virna F–”, riesco a leggere sul foglio.
Virna. Il nome mi ricorda qualcosa.
Apre la porta della stanza. La mia stanza: le pediere di metallo, le lenzuola spesse, le pareti bianche, il televisore acceso, anche se di un modello ancora più vecchio di quello che mi ritrovo di solito davanti. Nel letto in fondo, vicino alla finestra, c’è ancora quella donna. Quella del moncherino, e poi del braccio amputato. Di lei, adesso, non resta nient’altro che il busto. E il collo. E la testa.
Cristo. Tutto il mio corpo si scuote. Tranne la gamba. L’unica a tenermi in piedi.
Moroni si ferma al centro della stanza.
«Allora, signora Fattori?»
Virna Fattori. Merda, ora ricordo. Virna Fattori. La pittrice di Fiesole. Il caso della donna scomparsa. Quando? Andavo ancora alle elementari. Ma non può essere. Non può essere lei.
La donna non risponde. Se ne sta col viso rivolto al muro, non si muove. È pallida come un cadavere. Forse è morta. Lo è? Quasi vorrei che lo fosse.
Moroni fa un passo in avanti. Appoggia entrambe le mani sulla sua pediera. L’oro della fede tintinna contro il metallo della sbarra.
«Virna.»
Sotto il lenzuolo, il suo petto si alza stanco, poi si sgonfia.
«Nessuna visione?»
No, non voglio restare qui.
«La prego, dottore. Mi lasci morire.»
«No!» esplode lui. C’è giusto un filo di pena nella sua voce. Ma la recita dell’empatia, stavolta, è poco convinta. «Non finché non funziona.»
Virna Fattori, mi ripeto, perché voglio ricordare questo nome anche da sveglio. Una lacrima mi bagna la guancia. Chiudo gli occhi, mi proietto altrove. Portami lontano da qui, gamba onirica. Virna Fattori, Virna Fattori. Ed ecco che mi libro sopra Pistoia tutta, sulle acque dell’Ombrone, sulla valle di Santomoro. E vedo mio padre e mia madre, il Giova e l’Edotardo, il Lollo e la Sara. Ognuno che elabora la mia scomparsa a suo modo, e la colpa, vera o presunta. Virna Fattori, grido. Poi, quando sono così in alto da non poter più distinguere le strade, mi spengo in un torpore improvviso. Il buio.
500.
Cosa fate voi sabato, ad Arzignano? chiede Gad Lerner, nella televisioncina.
Veneto Stato, risponde l’ospite in studio. Facciamo il monumento per l’imprenditore, e la ragione per cui lo facciamo…
Piego il collo a destra e a sinistra, faccio scricchiolare le ossa della colonna vertebrale e sistemo la schiena contro i cuscini.
È che purtroppo, in questo Stato, “imprenditore” è diventato sinonimo di “evasore”.
Per la prima volta, da quando è iniziata la mia “degenza”, mi sento del tutto lucido e in pieno controllo. Non è questione di dosaggio inferiore: quello, so per certo che non è mai stato diminuito. È qualcos’altro.
Ad esempio, ho appena avuto l’intuizione di portarmi una mano al viso e di accarezzarmi le guance, il collo. Sono rasato di fresco. Il che è buffo, perché credo di essere qui da più di un mese.
Un cigolio, la maniglia che si abbassa. Moroni entra attraverso lo spiraglio, stavolta senza la sua cartellina, e si richiude la porta alle spalle. Si ferma a due passi dall’uscio.
«Buongiorno, Jacopo. Come ti trovi con il nuovo dosaggio?»
Io tengo lo sguardo fisso sullo schermo. Mi permetto di fare una cosa, dice il segretario generale Fiom-Cgil, prima di spiegare un foglio A4 e sventolarlo in faccia al conduttore, il provvedimento fatto dal Governo che dice che in azienda tu puoi fare accordi quanto ti pare…
«Le infermiere mi hanno informato che gridavi nel sonno. Altri incubi?» Poi, una pausa. «“Virna Fattori”, dicevi.»
Poi, si zittisce. Anche in questo piano posso isolare i rumori. Mettere via le voci della trasmissione, il ronzio proveniente dai cavi della corrente, e sentire solo il suo cuore.
«C’è ancora L’infedele. Ha notato?» Con un cenno del mento, punto verso il televisore.
Lui non risponde.
«Ed è strano, ora che ci penso. I miei lo guardavano sempre. Ma mi sembrava l’avessero chiusa anni fa.» Apparire tranquillo, candido, non oppositivo, non mi costa alcuno sforzo. Dico solo la verità.
Poi, mi volto a fissarlo. Lui si è irrigidito in una postura diritta, fredda. Forse comincia a capire che non è più il caso di recitare.
«Non c’è stato alcun incidente la notte tra il 17 e il 18 luglio», bisbiglio. «E questo non è un ospedale. Dico bene?»
Con un fremito, infila la mano nella tasca del camice. Cerca la fiala. Si muove come un piccolo roditore beccato a rosicchiare nella dispensa. Ma, al di là di quello che potrebbe sembrare, non è l’imbarazzo l’emozione che si sforza di coprire. È un’intima gioia.
«Quante persone sono state portate qui? Quante ne ha fatte a pezzi, negli anni? Perché sono tanti anni. Vero?» Non importa che mi risponda, in realtà. Lo scoprirò comunque.
«Sì.» Alla fine, ha trovato la fiala. Si avvicina all’asta della flebo e si mette subito ad armeggiare alle mie spalle. «Ma questa è la prima volta che… che…»
«Che funziona.»
Uno strappo. È la confezione della siringa.
«Sì», borbotta. «E dopo un’unica amputazione.»
Poi, silenzio. La sostanza oleosa e trasparente si mescola all’acqua zuccherata del sacchetto. Per alcuni secondi si riesce ancora a vedere lo scarto di consistenza, nelle piccole volute liquide simili a sbuffi di fumo, prima che il tutto si uniformi. Il siero inizia a scorrere nel deflussore, poi nella vena dell’avambraccio. Neanche a chiederlo, dubito sia fentanyl. Ma, qualunque cosa sia, la cosa certa è che non ha più alcun effetto su di me: sono io a decidere se oltrepassare la soglia, e quando.
Non c’è bisogno che Moroni sappia anche questo.
Rilasso le spalle contro i cuscini, socchiudo le palpebre e resto a fissare l’intonaco del soffitto, respirando piano, simulando la quiete indotta da un soporifero.
«Immagino che, a prescindere da come fosse andata, alla fine avrebbe dovuto comunque uccidermi. Non può liberarmi, né tenermi qui prigioniero per sempre.»
La confezione vuota della siringa si accartoccia nella sua mano.
«Vedremo», sussurra.
Mi fa ridere. È la stessa risposta che uso anch’io, quando mi disturba l’idea che qualcuno possa incastrarmi con le mie parole. «Bene», gli rispondo. Ma la verità è che non importa quello che pensa di fare. Non è più lui a decidere. E io sono già pronto a non mettere mai più piede in questa stanza.
Chiudo gli occhi. «I’m going back to 505…», canticchio tra me e me, con un filo di voce.
Poi, me ne vado.
505.
Dall’altra parte, la mia gamba onirica mi aspetta. Ciao, le dico. E lei si attacca a me con un calore che mi ricorda quello di una carezza. Che ne dici se oggi proviamo a ritrovare l’Audi nera? Non sarà troppo difficile recuperare la targa. Lei acconsente e, con un balzo, ci alziamo dal letto – superiamo il soffitto, poi il tetto – e ci lasciamo trasportare dal vento, in direzione di Valdibrana.
Quello che forse Moroni non ha compreso è che, ora che il suo esperimento è riuscito, ha dato vita a un nemico che non può controllare. Anche se mi uccide. Anche se mi fa a pezzi e mi seppellisce nel bosco.
Perché lui non ha le chiavi di questo piano. Io ce le ho. Perciò, sarà qui che gli darò la caccia. E se da qualche parte nel mondo c’è qualcun altro ad avere un accesso parziale, come ce l’ho avuto io, qualcuno che viaggia da sopra a sotto – e io me lo sento, che c’è – allora lo troverò. E gli affiderò tutte le informazioni che servono per condurlo da lui.
Ti farò scoprire, Moroni. Questa sarà la tua fine.
Biografia
Appassionato di editoria e di narrativa speculativa, con una predilezione per il genere weird e il surreale, Simone Lupi è nato in un paesino di provincia della Toscana e da lì non si è mai mosso, se non in circostanze eccezionali. Ogni tanto fa delle cose per Alkalina Rivista.





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