di Simone Lupi

Editing a cura di Camilla Azzoni

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


0.

L’inquadratura zooma dall’alto sul pubblico di uno studio televisivo. La musica in dissolvenza, i faretti che aumentano gradualmente l’intensità della luce. C’è solo un uomo in piedi: un tizio in completo che volge la schiena a uno schermo pulsante che sfuma dal bianco al blu acceso. 

Buonasera, dice Gad Lerner. C’erano tutte le massime autorità dello stato lunedì venti settembre…

Strizzo le palpebre e le riapro. Di fronte a me, in alto sulla parete, una mensolina sorregge un vecchio televisore. 

Mi ronza da morire la testa. Che cosa ho fatto ieri sera? Forse ho preso qualcosa? Meglio che me lo faccia venire in mente in fretta, perché mi sembra abbastanza chiaro che questa non sia camera mia. Dove cazzo sono, a casa di Sara? Del Lollo? Che palle. L’ultima volta che sono rimasto a dormire fuori senza avvisare, mio padre si è incazzato come una bestia, stava per chiamare quelli di Chi l’ha visto?. Dove ho messo il mio cellulare? Ora, come minimo, sarà mezzogiorno. Va sempre a finire così. Chissà se sono ancora in tempo per evitare l’ennesimo, inutile dramma? Vorrei guardarmi attorno, ma faccio fatica a muovere il collo. Sì, forse ho preso davvero qualcosa. La stanza è avvolta in una luce biancastra e, più vicino delle voci della trasmissione, sento un rumore strano, una specie di tintinnio. Sono disteso, braccia molli, testa e spalle appoggiate a un paio di cuscini. Un lenzuolo bianco mi passa sotto le ascelle, si adagia lungo tutto il mio corpo fino al bacino, e poi continua giù, attorno alla gamba destra. Alla sinistra: il vuoto. 

Gemo.

«Oh, bene.» Una voce. Reale, non distorta dalla cassa del televisore. «Ti sei svegliato. Come ti senti?» Fa un passo di lato. È un uomo con un camice bianco. Se ne stava lì, dietro al letto, a fianco della flebo. Ma cos’è, un ospedale?

«C-cosa, c-cosa–» Ho la bocca impastata, a malapena riesco a parlare. 

«Devo informarti che hai avuto un incidente con lo scooter la notte tra il 17 e il 18 luglio, lungo via di Valdibrana. Un frontale, con ogni probabilità con un veicolo che proveniva dalla parte opposta, ma non è ancora stato identificato. Riesci a ricordare qualche dettaglio?»

Mi fissa, questa specie di dottore. Cosa cazzo sta dicendo, un incidente? E la gamba? La gamba. No, non è possibile. Non può essere successo. Dov’ero ieri sera? Ma era ieri sera, poi? “La notte tra il 17 e il 18”. Poteva dire: “ieri”, e invece l’ha detto come fosse passato un sacco di tempo. Oh, Dio. La sera del 17 luglio. In effetti, la data mi dice qualcosa. Avevo qualcosa in programma, per quel giorno lì? Provo a concentrarmi. Mi rivedo riflesso nello specchio del bagno con addosso la t-shirt nera degli Arctic Monkeys, quella con la scimmia sulla schiena. Due dita di gel, mi do una sistemata ai capelli, cerco di assomigliare ad Alex Turner senza riuscirci. Poi portafoglio, telefono, chiavi di casa. “Ma’, sto per uscire!” strillo nel corridoio. E poi giù per le scale, verso il garage, per prendere lo scooter. Fuori, tutte le ombre si allungano verso est. Manca poco al tramonto. 

Lo sforzo di rievocare la sequenza ha dato fondo a tutte le energie che mi rimanevano.

 «Il c-concerto.» Non riesco a elaborare più di così. «Ch-chi è lei? Sono in os… osp–» Poi, una fitta atroce. Proprio lì, dove il principio della coscia termina nell’orrore.

«L’effetto dell’antidolorifico sta svanendo», borbotta lui, oltre la coltre di un dolore così intenso che non posso nemmeno tradurlo in un grido. Poi sparisce di nuovo alle mie spalle. «Ragazzo, hai subito da poco un intervento importante e potresti avere i ricordi ancora confusi a causa dell’anestesia, ma ora non è il momento di pensarci.» E riecco lo stesso rumore metallico che ho sentito al risveglio. Era lui, allora, che trafficava lì dietro. «Ora devi riposare. Aumento il dosaggio del fentanyl.»

Un intervento importante, ha detto.

Cazzo. Allora è successo davvero.

5.

Mi alterno tra sogno, incubo e brevissimi sprazzi di lucidità. L’uomo col camice bianco si muove attorno al mio letto a volte al rallentatore, a volte a velocità doppia. «Comunque sono il dottor Moroni, mi occuperò di te per tutto il periodo di degenza», dice a un certo punto. La sua voce proviene da un posto lontano, è come se l’ascoltassi da dentro un acquario per pesci. Poi, lui inizia ad armeggiare con l’asta della flebo ed esce dal mio campo visivo. La stessa scena si ripete almeno una decina di volte. «Adesso ricordi qualcosa dell’incidente?» 

E io vorrei, ci provo davvero, ma la memoria si arena a quando entro a Pistoia e mi ritrovo col Lollo nel parcheggio davanti al nostro liceo. 

“Oh, ma gli altri?” gli chiedo appena lo vedo da solo. 

Il Lollo mi fa un cenno sconsolato con la testa.

Ci siamo capiti. Non sono sorpreso: già me lo aspettavo che il Giova e l’Edotardo ci avrebbero dato buca anche stavolta. 

“E la Sara?” mi fa, con quella faccia da trota mezza nascosta dal ciuffo. “Non viene?”

Chiudo il casco nel sottosella con più veemenza del necessario. Sono tre mesi che, ogni volta che mi vede, ogni singola volta, mi chiede dov’è la Sara. Manco dovessi portarmela sempre appresso solo perché stiamo insieme. Ma come crede che funzioni, la vita? A volte, è proprio un bambino. E poi fa quella faccia strana, quando gli dico che non c’è. Assurdo, pare quasi che abbia più voglia di vederla lui che io.

“A lei non piacciono gli Arctic Monkeys”, gli dico. Spero che abbozzi. 

Lo so come suonerebbe se glielo facessi notare, e non mi va di fare la parte di quello geloso, soprattutto davanti a lui. Ma mi dà fastidio, cazzo. Ci sono dei confini che non andrebbero mai superati, anche se siamo amici, e lui è tanto così dal filo. 

“Ah, capito”, mi fa. Poi ci avviamo verso Piazza del Duomo. Il resto del ricordo sfuma nel torpore.

05.

Dev’essere roba pesante quella che mi mettono dentro la flebo, perché non mi sono mai capitati incubi così. Specie all’inizio: era tutta una botta di colori, odori e, ogni tanto, grida. Poi però ho iniziato a intravedere una coerenza dietro al rumore di fondo, una specie di nota costante, come un invito senza parole. Ho capito che potevo seguirla, se volevo. Così l’ho isolata dal resto, tagliando fuori pezzo per pezzo l’inessenziale dallo scenario. A un certo punto, mi sono trovato da solo con lei.

La sensazione è stata simile a quella del calarsi un po’ alla volta nell’acqua tiepida di una sorgente termale. Ero ancora dentro questa stanza d’ospedale, ma tutto era diventato azzurro attorno a me. 

Dall’altra parte, c’era la mia gamba. Se ne stava sospesa a mezz’aria, come immersa in un liquido denso che non le permetteva né di affondare né di risalire. E quando le sono andato più vicino, lei ha aderito al mio corpo con la stessa naturalezza con cui si infila un guanto di lana. Mi aveva visto arrivare. 

Per un istante, è stato come se l’incidente non fosse mai avvenuto, anche se sapevo che non era così. Era solo un prestito e, se in futuro avessi voluto rincontrarla, avrei dovuto seguire la stessa nota. Tornare lì. Non che fosse scritto da qualche parte. Era la logica del sogno. Io ne facevo parte, e quindi lo sapevo. Punto e basta.

Poi mi sono accorto che non ero solo. Nel lettino accanto al mio, quello che sta dal lato della finestra, c’era una donna. Viso smunto, capelli castani raccolti in un pinzettone. Più o meno, doveva avere l’età di mia madre. Mi sembrava una faccia nota, anche se non saprei dire dove potrei averla già vista. Magari è davvero un’amica sua, ho pensato. Guardava fisso di fronte a sé, con la schiena appoggiata contro due cuscini. Due, come i miei. Stavo per dirle qualcosa, poi ho visto il moncherino al posto della mano destra. Era stretto in una fasciatura bianca. Le parole mi si sono bloccate in gola.

Subito dopo mi sono svegliato, avvolto da un odore misto di brodo e di patate lesse. Qualcuno aveva lasciato il carrello con la cena accanto al mio letto. 

Nella stanza non c’era nessuno.

50.

Il dottor Moroni entra tenendo la cartellina a un palmo dalla sua faccia. 

«Buongiorno, Jacopo. Come ti senti oggi?» Si ferma ai piedi del mio letto, proprio sotto alla televisioncina che trasmette un’altra puntata de L’infedele

Carino. Mi sa che è la prima volta che mi chiama per nome. L’avrà letto su quel coso.

«Un po’ meglio», biascico a stento, anche se in realtà riesco a muovere solo metà della bocca. 

Resta un po’ in silenzio, distratto dalla lettura. Non so perché, immagino stia per domandarmi di nuovo che cosa ricordo della sera dell’incidente. Dio, quanto vorrei evitare questa conversazione. Ogni volta mi tocca rispondergli che no, non mi ricordo un bel cazzo, e poi finisce che mi sento di merda finché non mi riaddormento.

«Potrei avere un telefono? Vorrei parlare con i miei.» 

«Un telefono. Certo.» Volta la prima pagina, muove il collo a scatti come una gallina. «Informerò le infermiere di procurartene uno in sostituzione di quello andato distrutto la sera del 17. I signori Carrara…» Fa una pausa. «I tuoi genitori. Sono venuti qui diverse volte durante l’orario delle visite. Lo sai, sì? O forse stavi dormendo?» Solleva la testa dalle carte, ora. Mi guarda fisso negli occhi.

Fantastico. È riuscito comunque a farmi sentire di merda per le cose che non ricordo.

550.

Come un Virgilio pronto a condurmi nelle bolge infernali, la gamba mi attende nel tepore liquido della dimensione del sogno. La nostra ricomposizione, da due a uno, è accolta da entrambi con un fremito di euforia. Lei è come una chiave d’accesso. Pure questo non sta scritto da nessuna parte, eppure è così: se un pezzo di me non fosse già qui, non avrei nemmeno il diritto di varcare la soglia. 

Ci alziamo in piedi. Attorno a noi, tutta impregnata della sottile aria azzurrognola di questo piano, la gente si accalca in un ammasso di carne e sudore. In lontananza, al centro del palco eretto a ridosso del Palazzo del Comune, Alex Turner inizia a cantare. 

I’m going back to 505…

È la sera del concerto, realizzo di colpo. 

Decido che non può essere un caso. Nulla, qui, succede per caso. Quindi, da oggi lo chiamerò così: 505. Mi piace l’idea che abbia un nome, che possa sceglierlo io. 

Poco più avanti la testa rasata del Bardo sbuca sopra la folla. Inconfondibile, col suo ZoSo tatuato dietro la nuca. A meno di sei o sette passi di distanza, vedo me stesso di spalle. Il me del passato, prima dell’incidente. 

E proprio come è appena successo al me onirico, mi accorgo del Bardo non appena attraversa il mio campo visivo: getto a terra la lattina di Heineken vuota, do una pacca sul braccio del Lollo e lo mollo lì, senza attendere reazioni. Era il mio modo di avvisarlo che stavo per allontanarmi, che sarei tornato subito e che non c’era bisogno che mi seguisse. Ero troppo sbronzo per articolare il discorso più di così. Ma lui non capisce subito il senso del gesto e resta fermo a guardarmi mentre barcollo lontano, tastandomi le tasche in cerca del portafoglio. So benissimo cosa sta per accadere.

“Ce l’hai del fumo? Per dieci euro.”

 Il Bardo mi guarderà dall’alto in basso. “Per venti ti do il nero pakistano.” 

“Ah, cazzo, sì.”

Dalla postazione originaria, il Lollo tiene per tutto il tempo lo sguardo congestionato su di me. 

Lui non ha bevuto un goccio, solo acqua. Ed è col massimo della lucidità mentale che ora mi fissa con quell’espressione, a metà tra ripugnanza e pena. 

Me ne ero accorto pure allora, anche se di sfuggita. “Che palle, è solo un po’ di fumo. Perfettino del cazzo”, pensavo. “Che guardi? Mica ti obbligo a fumare pur’a te”. E mentre davo la banconota al Bardo in cambio del tocco gommoso avvolto nella pellicola Cuki, riflettevo su quanto io e il Lollo avessimo preso strade diverse dalle medie in poi, tanto che, se ci fossimo conosciuti più tardi, non saremmo diventati amici manco per idea.

Ma questo era solo il mio punto di vista, il mio pensiero. Per il Lollo, invece, la questione interessante era un’altra.

“Che direbbe lei se ti vedesse ora? Lo sa che ti riduci così?” 

In circostanze normali, una domanda del genere sarebbe stata solo un’ospite indesiderata della mia stessa coscienza, quel tipo di intrusa che può anche arrivare a guastarti la festa, se non fai subito qualcosa per sedarla. Alcol, droga, distrazioni immediate. Di solito funziona così.

Solo che stavolta non proviene da me. 

“No, che non lo sa”, pensa il Lollo. “Ti pianterebbe subito, se lo sapesse. È per questo che non te la porti dietro, stronzo. Non perché non le piacciono gli Arctic Monkeys o per le cazzate sugli spazi personali. Oh, quante cose so su di te che potrebbero farvi lasciare…”

E ora che mi trovo qui, con la mia gamba onirica, lo percepisco con una chiarezza brutale: non è la prima volta che è accarezzato dall’idea di fare la spia. Di trovare un modo pulito per farle arrivare le informazioni. Per liberarsi il campo. 

Ma non può farlo, non lo farebbe mai. E non per lealtà a me, ma perché dopo non potrebbe più guardarsi allo specchio. E poi, in fondo, mi conosce troppo bene. Lo sa che mi rovinerò da solo. 

Quindi aspetta. Aspetta il mio cadavere seduto sulla riva del fiume, come un specie di saggio orientale.

“Io non la prenderei mai per il culo così.”

La cosa triste? È che è vero.

È tutto vero. 

055.

Cerco di seguire di sbieco i movimenti del dottor Moroni attorno all’asta della flebo. 

Gli chiedo che ore sono. Con la porta e la finestra sempre chiuse, non riesco mai a capire se sia mattina o sera. 

Lui arresta per un momento il suo traffichio. Gira il polso, si tira la manica del camice e butta un’occhiata sul quadrante.

«Sono le cinque del pomeriggio.» 

Sullo sfondo, la voce di Gad Lerner annuncia l’arrivo di un altro ospite in studio. 

Gli chiedo pure se sia possibile abbassare il volume del televisore, o quantomeno cambiare quel cazzo di canale. O spegnere. Cristo, mi sembra di guardare la stessa puntata da settimane. 

«Per queste cose dovresti rivolgerti alle infermiere.» 

Le infermiere, giusto. Perché non ho chiesto a loro? Dovrei averne incontrata almeno una, in tutto questo tempo. Non riesco a ricordare.

Il dottor Moroni indietreggia di un passo e mi scruta serio. «Jacopo, c’è qualcosa che non va?» 

Solo ora mi rendo conto di essere sembrato isterico. Detesto quando succede. «Scusi.» Raddrizzo la testa, punto lo sguardo sul mio piede, la piramide solitaria che tiene sollevato il lenzuolo. «Volevo chiederle se fosse possibile diminuire il dosaggio dell’antidolorifico. O, insomma, quello che è.»

«Il motivo?»

«Faccio incubi strani, troppo vividi. Mi fa un po’ paura.»

Lui esita. Per un attimo, sembra quasi trattenere il respiro. Si volta e riafferra goffamente la cartellina che aveva appoggiato sul ripiano di metallo accanto alla flebo. «Incubi», borbotta. «E di che tipo?»

Domanda strana. Non so a cosa gli serva saperlo, non è che siamo in psichiatria. «Boh, tipo sogni lucidi. È come se entrassi in un mondo alternativo, però simile al nostro. Mi sembra di avere ancora la mia gamba, ma non è questo il problema. È che vedo e sento cose che non dovrei, come dire… i pensieri degli altri. E sembra tutto così reale, ho paura di rimanerci sotto.» 

Poi, trattengo il fiato. Non so se dirgli anche il resto di quello che ho capito, che sono qualcosa di più che semplici sogni. Che è come avere accesso a un altrove specifico, in cui tutto il rimosso del mondo si conserva e può essere rievocato. Ma forse a quel punto sì che mi ritroverei in psichiatria. Mi cucio la bocca.

Il dottor Moroni mi osserva per un lungo istante. C’è uno strano guizzo che gli attraversa lo sguardo, come una scintilla sepolta sotto al nero delle pupille. Difficile capire, i suoi muscoli facciali restano rigidi come pietre. Poi, con dita tremanti, inizia a sfogliare le pagine della cartellina. Una, due, tre…

«Capisce in che senso intendo?» insisto.

«Sì, sì, capisco. Be’, posso assicurarti che nessuno dei farmaci che ti sono stati prescritti per questa fase può indurre la dipendenza dal punto di vista fisico. Ma va bene.» Richiude la cartellina con uno scatto. «Se è quello che desideri, possiamo provare a diminuire il dosaggio.»

00.

Voglio vedere fuori. Uno spiraglio di cielo dal vetro della finestra, mi basta. Non ne posso più di queste quattro mura, mi sembra di soffocare. 

Quando la gamba onirica aderisce a me, i suoi nervi sono già tutti tesi a scattare in piedi. A pochi passi di distanza, lungo gli infissi della finestra, l’aura azzurrognola di questo piano si fa più intensa, più luminosa. So bene che aprirla qui non impedirà alla finestra reale di rimanere chiusa, ma devo– 

Un gemito. Alla mia sinistra.

Mi volto. La donna del lettino accanto al mio, quella che aveva un moncherino al posto della mano, è di nuovo qui. Solo che stavolta è più magra. E il braccio manca del tutto. L’amputazione parte dalla spalla.

Il tempo necessario a capire quello che sto guardando, e lo stomaco mi va sottosopra.

«Ma che cazzo ti è successo?» le grido. 

I suoi occhi, gonfi di un pianto sterile e freddo, sono persi in diagonale, in direzione della porta. È come se non mi vedesse.

«Mi dispiace molto per la sua situazione, signora Fattori.»

C’è il dottor Moroni alle mie spalle. In piedi, al centro della stanza. Ma anche lui è diverso rispetto al solito. È più giovane, tipo di una decina d’anni. O almeno così sembra.

La donna stringe i denti in un moto convulso. Deglutisce a fatica e, quando riapre la bocca, il suo labbro trema.

«Quando potrò parlare con mio marito? Voglio solo sentire la sua voce.»

«Presto», risponde lui con condiscendenza. 

C’è qualcosa, nel loro scambio, che mi scalda, e al contempo mi gela. È come se tutti i pazienti avessero le stesse richieste, gli stessi bisogni lasciati in sospeso, che– 

Qualcosa, nella zona del mio letto, attira la mia attenzione. Sul ripiano che sta a un metro e mezzo dall’asta della mia flebo, c’è un cellulare. Anche lì l’aura azzurrognola si addensa, a mo’ di segnaletica stradale del sogno. È il telefono che mi è stato promesso? Siamo nel presente o nel passato? Che razza di glitch.

Rapido, passo alle spalle di Moroni, supero la pediera e mi fermo a ridosso del muro.

Il telefono è strano: vecchio, a conchiglia, con l’antenna. Lo prendo in mano, apro lo sportellino della tastiera. Senza pensarci, digito i primi tre numeri del mio prefisso di casa. 

Ma i pulsanti non rispondono alla pressione. Restano rigidi, inerti. La tastiera è un unico blocco di plastica, senza soluzione di continuità.

“Made in China”, c’è scritto in piccolo, al centro del guscio per la batteria.

È solo un telefono giocattolo.

Biografia

Appassionato di editoria e di narrativa speculativa, con una predilezione per il genere weird e il surreale, Simone Lupi è nato in un paesino di provincia della Toscana e da lì non si è mai mosso, se non in circostanze eccezionali. Ogni tanto fa delle cose per Alkalina Rivista.

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