di Federico Riccardo
Editing a cura di Camilla Azzoni
In copertina: Click’s by Rihan (Pexels)
Forse indossa quel maglione solo per tenere scoperta la spalla sinistra. La tazza di tisana fuma, fuori fa freddo e l’inverno non dovrebbe esistere: solo giornate tutte uguali e poche ore di luce. Non ha un soldo, Forse, ma un lusso sì: quello di affacciarsi su un parco dalla vegetazione ben curata e scorgere la quotidianità delle vite degli altri. Il più delle volte, “gli altri” sono padroni di cani: giacche grigie, vite anonime colorate solamente dal tono dei sacchetti per la cacca. Nei padroni di cani intravede un po’ di impermeabilità. Chissà cosa pensano veramente, si chiede. Non lasciano trasparire una reale emozione, è un momento di transito, quello della cacca. Si potrebbe a ben vedere valutarlo come ibrido, un non-momento dell’anima.
Il suo è un parco sul quale si lancerebbe in picchiata. Scoprirebbe, spaccandosi il cranio e facendone materiale commestibile per le gazze ladre, che il parco non è realmente soffice come si mostra. Non è morbido, i corpi non rimbalzano. E il verde si può sporcare di rosso. Una sera di queste, senza disturbare troppo, lo farà. Non è il senso di liberazione da una vita difficile – dal momento che una volta morta non la proverebbe, quella liberazione – piuttosto la volontà di spegnere tutto definitivamente, di cancellarsi ed estinguere la sua presenza, il suo cognome.
Zoom con dita indice e pollice sul culo del cane, dal quale fuoriesce uno stronzo gigante e fumoso. Screenshot con pollice sul lato sinistro. Non è venuta bene: prende la foto e la butta nel cestino, sotto il lavandino. Si gira verso una stampa di Doisneau appesa e lievemente storta: cerca il suo volto riflesso, grazie alla luce del mattino. Si fissa e poi esordisce: «So cosa stai pensando. Questa vita non fa per te. Guadagni troppo poco rispetto alla fatica che stai facendo. Ma io ho trovato la soluzione. Non è un sogno, non è un’illusione. È un metodo che funziona, che sta cambiando la vita di centinaia di persone come te. Non devi avere competenze, non devi avere soldi da investire. Decidi tu quando lavorare, compatibilmente con il resto dei tuoi impegni. Ti serve solo il tuo telefono e la voglia di cambiare. Parlo del Crypto Dropshipping Evolutivo™. Un sistema che unisce intelligenza artificiale, marketing emozionale e micro-investimenti automatici. Ti svegli la mattina, pubblichi un paio di stories e il sistema lavora per te. Mentre dormi, guadagni. Mentre soffri, guadagni. Mentre pensi che non ce la farai mai… guadagni. Io l’ho fatto. E adesso sono libera. Libera dal capo, dagli orari, dai conti in rosso. Ho solo il mio pubblico, i miei canali, il mio metodo. E se lo vuoi anche tu… puoi iniziare oggi stesso. Ti aspetto al magico link in bio».
Ritorna in sé, sorseggia la tisana ancora rovente. La tazza recita una scritta gigante: Alcune volte sei tu a mangiare l’orso, altre volte è l’orso a mangiare te. Forse sorride ma un istante dopo torna a voler morire. A nulla è valsa la lettura di Come restare umani di Sandra Merz, guru economico-spirituale di cui è follower non ricambiata. Restare umani un cazzo, si ripete, mentre sogna di incendiarne la copertina rigida, accendersi una bella sigah e sedersi proprio davanti al falò aspettando che questo la travolga. Si ritrova col dito indice brasato da una fiammella. Digita l’hashtag #morte.
DLIN-DLON fa il campanello. Un corriere annuncia un pacco, indirizzato alla signorina Forse. Scappa subito, ha l’aria di uno che quest’oggi è destinato a qualcosa come mille consegne. Forse chiude la porta e torna in cucina a cercare le forbici. Apre il pacco. È una scatola bianca con dentro una cartolina corredata da un QR CODE. Inquadra quel tessuto nervoso digitale e viene catapultata dritta dritta su un reel. In sovrimpressione, una scritta in bianco su sfondo nero: OGNI TANTO SEI TU A MANGIARE L’ORSO. Una volta dissolta questa scritta, ne appare un’altra, più piccola e in fondo allo schermo: 🔥 Breaking: 22.000 bambini #Gaza — donate ora. C’è un cuoricino rosso accanto al contatore: 67% raggiunto. Forse dona, senza pensarci. Cliccando, finisce su un Gofundme qualunque, indica una cifra bassa – non può permettersi l’estetista, figuriamoci di donare per porre fine alla guerra – e poi chiude il link. La carta di credito è già salvata, così come il codice fiscale, Paypal, la Postepay, il QR code di Satispay. Tutto è già in memoria da qualsiasi parte. Squarta la scatola, la appallottola e la sposta nel cestino.
Sono anni che le immagini fuoriescono dai device. L’altro ieri addirittura un ragazzo bullizzato per via del suo orientamento, durante una diretta Instagram ha bussato alla sua porta e ha chiesto di restare una notte. Ha continuato la diretta in casa, mentre Forse affondava la testa sotto il cuscino del suo letto. Il ragazzo ha anche aperto un paio di Ceres, con una nonchalance invidiabile. Se n’è andato il giorno dopo, senza fare rumore.
Ma il problema non è nemmeno la presenza di questi soggetti che vogliono fare hype, per quanto sarebbe meglio se stessero a casa loro. Il problema è il bambino di Gaza. Il bambino di Gaza non se ne va via. Il bambino di Gaza è stordito, ma si lamenta ogni due ore, in soffitta. La sua bocca contro il pavimento perde saliva. Quando il bambino di Gaza le si è palesato alla porta strisciando, bussando pesantemente con la testa, lei ha detto no. Ha detto basta. Ha detto che non ci avrebbe giocato più a ‘sto gioco di merda. Che si sarebbe cancellata. Che avrebbe messo fine a questo delirio collettivo. Il bambino di Gaza è senza la gamba sinistra ed è anche privo di quattro dita nella mano destra. È sdraiato e non riesce ad alzarsi dal pavimento: lo sente strisciare e poi fermarsi. Forse, nel panico, gli ha messo la ciotola piena d’acqua, un ricordo di quello che fu il suo cane qualche anno fa. Forse sa benissimo però che l’acqua finirà, che il bimbo non avrà più bisogno solamente di bere, che vorrà qualcos’altro, che non si può tenere una ciotola d’acqua con ancora l’odore di cane bagnato morto accanto a un bambino di Gaza dai. Forse pensa che uccidersi potrebbe interrompere questa sofferenza, ma al tempo stesso il bambino di Gaza ci sarà lo stesso, anche se non si vede, e magari morirà pure lui, di fame però. Ma non c’è neanche il tempo di mettere giù un ragionamento perché i protagonisti di due meme diversi si ritrovano in cucina: sembrano non accorgersi della sua presenza, ma tra di loro si riconoscono: entrambi indossano una mascherina sopra la testa, con una fascia interattiva che conta in tempo reale le condivisioni. Sorridono. Lei – dal momento che pensa al bambino di Gaza – appare sconcertata: «Un po’ di rispetto per favore. Ho al piano sopra un bambino di Gaza». I due mimano una momentanea preoccupazione: «Quanto è grave? Come morirà? Sa, noi qui… dobbiamo lavorare…». «Ho detto BASTA», sbattendo il pugno sul piano della cucina, posate che saltano bicchieri che tremano, likes che scendono, è la millesima volta che le si presenta questo problema: adesso è veramente troppo, hanno attraversato lo schermo, hanno superato il confine, sono entrati tutti a casa sua e non riescono a scappare. Un po’ di empatia, ribadisce. «Nessuna empatia», le risponde Nicolas Cage con a fianco un divertito Pedro Pascal, nel pieno della sua forma: entrano letteralmente in casa a bordo della decappottabile di scena, oltrepassando la barriera del suono del tempo dello spazio della vita del mondo del tutto. Il muro sfondato. Nic fissa Forse e ripete il mantra come da copione: «A volte sei tu che mangi l’orso». Applausi. Oscar come migliore attore non protagonista a Nic, giustamente meritato dopo una carriera altalenante.
Con la memoria torna a una caprese puzzolente di ammoniaca mangiata un paio di estati fa, all’interno di un ristorante in franchising dagli interni bianco e azzurri, che ricalcano atmosfere partenopee pressoché improbabili, dato che il personale di sala è mezzo pugliese mezzo pakistano. «Chatty dice che la media delle recensioni di ‘sto posto è 2,8». Seduta davanti a lei, Sandro. Il coglione. Quello che non voleva figli. Ma che poi ne ha avuto uno con una ballerina a pochi secondi dall’ultimatum ormonale dettato dall’orologio biologico.
«A me piacerebbe averne… tre!»
«Cosa, tre? E come li manteni?»
«Come li manteniamo, semmai. Vabbè, un modo si trova.»
«Sii realistica. Non avremo mai tre figli.»
«Due allora. Maschio e femmina.»
«Sai cosa si dice di chi ha due figli? Che praticamente sono un figlio a testa. Io mi dedicherei al primo, trascurando il secondo, che starà tutto il tempo con te, a risucchiarti l’anima e il seno. Non posso fisicamente darti attenzione, perché anche io a mia volta sarei tartassato da un piccolo catarroso mentecatto che devo andare a lasciare e prendere a calcio, e questi iniziano sempre più presto a fare sport, a sfogare la propria creatività da gente instabile. Li spolpano già da quando sono in pancia, i futuri bomber. Mentre tu isterica ingrassi sul divano, piangi senza motivo e ti pisci addosso perché non hai la forza fisica di alzarti. Lo dico per te oh, è un vero bordello con due figli. E chi ti vede più, a te!»
«Va bene allora uno. Uno solo. Un figlio me lo darai, no? Uno così, senza impegno, che ogni tanto accudisci, ogni tanto lo appoggi su una mensola. Uno che dorma, che dove lo metti sta.»
«Lo sai che essere figli unici è problematico, oggigiorno.»
Fuggiva, Sandro, da ogni responsabilità. La cosa che preferiva era lavorare. O sarebbe meglio dire: usare la scusa di dover lavorare per fuggire dal prossimo. A Forse capitava di osservarlo di nascosto. Era spesso immobile di fronte a un foglio bianco, scorreva pagine web sfoggiando il suo sguardo da pesce pagliaccio. Cercava ispirazione su Pinterest per creare le campagne di comunicazione dei suoi clienti. Lavorare: mai visto farlo davvero. Birrette-cannette-fantacalcio, questo il suo mantra. Il sesso era roba da pochi minuti, ovviamente sempre nella stessa posizione. Sì, il missionario. O la missionaria? Non era male, a dire il vero: il suo lo faceva. Anche con una certa elasticità. Ma dovevi pregarlo, dovevi dirglielo, gli dovevi mostrare le gambe aperte altrimenti lui non ci arrivava proprio. Un giorno come un altro, Forse si è volatilizzata. Data per scontata, lasciata in un angolo, si è preparata giusto uno zaino e senza nemmeno salutare è uscita dalla porta di casa (la casa era di Sandro). Non l’ha nemmeno più cercata, l’inutile. Non è nemmeno scappata, Forse: ha anche sbattuto la porta per farsi notare. È rimasta dietro l’uscio qualche secondo, non si sa mai. Ma niente. Una volta accertata che Sandro non sarebbe tornato con la coda tra le gambe, ha iniziato a convivere con la sorella, ha rispolverato l’arte dei social, sentito persone con cui non aveva rapporti da anni, tornata a fare sesso grazie a Tinder, sostenuto attività no profit di prossimità, scesa in piazza più volte per la pace in Palestina, comprato vibratori, fatto insomma quelle cose che si fanno quando si torna single e vogliose, ma vogliose anche un po’ di niente, perché il sesso è una delusione, vogliose nel senso vogliose di vita, di risate, di sole, di.
Dovrebbe uccidersi, Forse, dovrebbe farlo adesso. Invece è perennemente rimbombata da questo ciarpame. Una grancassa enorme nella testa, piena di merda. Dio dovrebbe fulminarmi, accecarmi, pensa. Ma Dio non c’è più o forse non c’è mai stato, in ogni caso non si manifesta nemmeno e non gli diamo più il tempo, il modo di farci qualche scherzo. Dio siamo noi, ormai. Il suo potere è nelle nostre mani. Podcast, partnership, sponsorizzate, foto dei piedi, dickpick, meme, trash, greenwashing, pinkwashing. Tutto sta concorrendo alla rincorsa al divino, al suo superamento, allo spodestamento al primo posto. Però Dio, o almeno quello che sappiamo di lui attraverso i film e le storie in generale, farebbe una cosa, se fosse realmente Dio. Quella cosa lì, mentre tutto il mondo del web inizia ad accalcarsi a casa di Forse, come ratti impazziti in cerca di briciole, Dio la farebbe e la farebbe subito se Dio esistesse. Un bordello nauseabondo si affastella e in quel bordello le botte dall’alto: la testa del bimbo di Gaza che sbatte contro il pavimento ripetutamente, forse per chiedere un minimo di interesse, forse perché ha mal di testa e intima a tutti di fare silenzio. All’inizio è il labbro a tremare, poi il sopracciglio. Forse poi sente come un’incisione fatta da un pugnale andare a colpire il proprio cuore, il sangue che le esce dalla bocca, potrebbe essere contenta ora che sta per morire invece niente. Cosa farebbe Dio? Cosa direbbe? Quello che non direbbe Forse ora. «Io non ti posso aiutare!» urla, con la vena della testa diventata realmente tridimensionale. Tutti stanno in silenzio, dal tizio della ‘Scoteca al negro di Whatsapp, anche Nicolas Cage e Pedro Pascal, anche i tre negri che portano la bara e ballano, i tre Spiderman che si incolpano a vicenda, Leonardo DiCaprio latifondista del Mississippi che ride sornione, Alessandro Barbero che ha urlato Spranghe a ripetizione. Tutti finalmente zittiti da quel vomito di ipocrisia. «Io non posso farci niente. Io sono fortunata ma non posso aiutare i palestinesi, faccio fatica a badare a me stessa, figuriamoci a badare a te, non sono una madre, non sono una volontaria, non sono niente. Io sono solo una persona che ha un tetto ma un tetto non basta se non si ha una missione nella vita e io quella missione non ce l’ho. E non ce l’ho verso nessuno e tantomeno verso te. Mi dispiace, non è giusto, lo so. Ma non ti posso salvare, Cristodio».
Un conato di vomito le attraversa la gola. È sul punto di tirare giù tutto quello che deve, abbassare la faccia in quel lavello della cucina che si affaccia sul prato. Falso allarme. Ma subito dopo è proprio sul prato che si concentra: una macchia bruna, lenta, un cucciolo forse, ma no non è un cane questo, non è un padrone distratto che ha lasciato scorazzare impunemente il proprio giocattolo. La macchia diventa via via sempre più grossa, sembra quasi che la casa inizi a rimbombare a ogni passo, i bicchieri sussultano, le tempie di Forse vibrano. È un Ursus Arctos Middendorffi, affaticato, affamato, accaldato, solitamente se ne sta in Alaska a farsi i cazzi suoi e a cacciare i suoi salmoni ma oggi si presenta in questo giardino a boccheggiare, a bestemmiarsi la vita. Vorrebbe il suo pesce. E trova una porta. Ha annusato tutta l’erba del prato e ora punta quella lastra di legno. Forse ha compreso che questo non è un oracolo, non è un ologramma. È finalmente pronta. A volte è l’orso, si diceva.
«Veramente, mi hai regalato una tazza per il compleanno?»
«Ho fatto male? Mi sembra un buon regalo.»
«Potevi fare meglio, non trovi?»
«Tu riesci sempre a rovinare tutto.»
«Cristo, compio 30 anni.»
«Ma non è una tazza qualunque. Leggi bene cosa c’è scritto.»
«Rimane una tazza.»
«Senti, fa niente. Rovini sempre tutto.»
«Ma cosa c’entra questo? Perché devi dire così?»
«Perché è vero: rovini sempre tutto.»
Toc toc. È il momento della realtà. L’orso è venuto a mangiare.
Biografia
Federico Riccardo è nato nel 1991 a Milano. Si è laureato in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sul teatro indiano. Lavora come ufficio stampa, ghostwriter e redattore di articoli per il web. Scrive racconti da quando è bambino. Con la casa editrice Bookabook ha pubblicato il libro Il tempo è il binario di un tram cui è seguito Le vie di mezzo – Esercizi di immobilità. Con Edizioni Effetto ha pubblicato Erotica Liquida (assieme a Simone Sciamè) e Tender, vincitore del Premio della Giuria “Il Giovane Holden”. Nel 2023 ha fondato Topsy Kretts, rivista di racconti contemporanei. È un pazzo.





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