di Azzurra Meis
Editing a cura di Camilla Azzoni e Pietro Nunziata
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA
Ève ha raggiunto il salone delle visite con largo anticipo per accaparrarsi il tavolino di fronte al terrazzo. Quando piove, come questo pomeriggio, passeri arruffati cercano una tregua dalle intemperie rifugiandosi sulla ringhiera coperta, e anche se la porta-finestra chiusa impedisce al profumo delle aiuole impregnate di acquerugiola di propagarsi fin lì, può almeno fare felici gli occhi seguendo la danza dei rami scossi dal vento. Qualunque cosa, pur di distrarsi dalle idiozie dei suoi genitori, perché è di nuovo il quindici del mese e sono venuti a trovarla animati dal solito scopo: convincerla ad andare via con loro.
Mentre suo padre scruta arcigno il posto e chi lo abita, sua madre attacca: «Forse non te ne sei accorta perché qui sono vietati i programmi d’informazione, ma di recente comparite spesso in TV. Molti dei degenti usciti dall’istituto hanno parlato alla stampa di approccio scientifico scorretto e di aggravamento dei sintomi dopo aver cambiato terapia».
Un grumo di panico palpita in Ève, ma lo sbigottimento è solo relativo. Lei appartiene all’istituto e sa come funziona meglio di qualsiasi giornalista. «La professoressa aveva avvisato che poteva succedere.»
«La professoressa vuole solo ingrassarsi le tasche a scapito di voi degenti!» sbraita suo padre. «Promette miracoli e vi gonfia l’ego per trattenervi, ma lo sanno tutti che le ricerche a cui partecipate sono sovvenzionate da ricconi che vogliono potenziarsi il cervello!»
Ève aggrotta la fronte. Suo padre sputacchia saliva a ogni frase e il suo volto ha assunto una sfumatura violacea. Se fosse un personaggio dei cartoni animati, sfiaterebbe rabbia dalle narici.
«Siete tutti maggiorenni e avete prestato il vostro consenso, perciò le schifezze a cui vi sottopone l’istituto sono inattaccabili sul piano legale, ma che vuoi capirne? Smettila d’illuderti di essere un’eccezione. Torna a casa e poi beh, ti troveremo da fare che tu ti regga in piedi oppure no. Puoi ancora avere una vita normale.»
Sua madre allunga un braccio e appoggia la mano sul pugno di Ève. «Abbiamo messo da parte dei soldi in questi anni, sai. Se dovessi peggiorare, adesso potremmo usufruire dell’assistenza domiciliare. Provvederemo noi a te.»
È proprio quello che teme Ève. Divincola la mano e, con uno scricchiolio di giunture, si alza alla velocità concessa dai suoi arti informicolati; la sedia gratta il pavimento. «Grazie per essere passati. Ci vediamo il mese prossimo.»
«Sono riuscita in quello che ci avevi chiesto.» Sua madre fa una lunga pausa. «Mi sono procurata il numero del fratello maggiore di quella tua amica, Gülay. Parlando con altri familiari di degenti dell’istituto, ho scoperto che abbiamo una conoscente in comune.»
Ève si paralizza, le mani che stringono il bordo del tavolino sono bianche.
«Lui è stato di pochissime parole, in realtà. Era furioso. Mi ha detto soltanto che non potrà parlare mai più con sua sorella, prima di interrompere la telefonata.»
Ève è seduta sul letto, i gomiti puntellati sulle ginocchia. Il petto le stringe, le mani sono umide di sudore nonostante la stagione fredda, le dannate pareti gialle la soffocano. Si sfrega e risfrega il cranio rasato, ma i pensieri continuano a turbinare.
Nel corso della sua lunga degenza, ha visto soltanto altre due persone prima di Gülay ridotte allo stato sognante, e nella sua ignoranza medica ha presunto che fosse una condizione simile al coma, non un processo che porta alla morte. Non avendoli più incrociati nei corridoi, ha dato per scontato che l’istituto li avesse allontanati come fa con tutti i degenti che reagiscono male ai trattamenti; c’è un cavillo contrattuale che gli consente di sbarazzarsene. Però ora è sicuro: Gülay non si riprenderà e non si rifarà più viva con lei.
La violenza di questa verità impedisce a Ève lo sfogo di un pianto. Eppure tra un sussulto senza lacrime e l’altro, mentre contempla il vuoto stordita, il suo cervello gira a mille peggio di prima.
Se resta dove si trova si spegnerà, impazzirà, morirà. La distruggeranno l’inerzia, gli esami quotidiani dai dottori, forse la sua stessa mano. Ha tollerato la routine dell’istituto così a lungo solo grazie all’amicizia di Gülay. Sa da un pezzo che per la professoressa è solo un soggetto adatto agli esperimenti tra molti, e che dietro la superbia che l’ha indotta ad accettare il suo invito c’erano solitudine e disperazione.
Deve andarsene da questa trappola, e non per farsi accudire dai suoi genitori. Correrà il rischio nonostante le possibili ripercussioni sulla sua salute. Gülay sarebbe d’accordo.
Ève va all’armadio e lo spalanca, si spoglia con una foga che le fa quasi perdere l’equilibrio già precario. Indossa jeans e felpa, calza le sue vecchie sneakers, mette il cappotto, infila un berretto. Nella borsa, dove sono riposti i suoi documenti, sistema anche dei cambi di biancheria e i pochi spiccioli che possiede. Ci sarebbe spazio per qualche ricordo, ma quale degli oggetti che le ha fatto compagnia in questi anni potrebbe mai mancarle? Sono testimoni di un’esistenza interrotta il giorno in cui ha messo piede qui dentro. Anzi, delle aspettative di una vita mai avviata.
Ève lascia la camera e percorre il corridoio che conduce all’esterno dell’edificio, il bastone da passeggio che ticchetta a ogni passo attirandole più di un’occhiata. Varca il portone che immette sul cortile e si ritrova in una piazza gigantesca, dove convergono tante di quelle strade che Ève non riesce a contarle. Sopra di lei, il chiarore alieno delle galassie affiora dal buio della volta cosmica.
Le scappa una risata, ed è di quelle aspre.
È finita in stato sognante. Ci sta. Se l’è cercata, o almeno non ha fatto granché per evitarlo. Troppi problemi non risolti, ed ecco che è sprofondata in sé stessa.
Eppure nella rassegnazione c’è sollievo. Ora che l’inevitabile si è compiuto, la tensione si è sciolta. È liberatorio non avere alternative.
Nei sogni il tempo non ha significato e men che meno lo spazio, perciò Ève prende una direzione qualunque e cammina senza arrovellarsi con altre domande. Quando il lastricato s’interrompe in una vasta area detritica dove roseti selvaggi dai fiori grigio-latte affondano le radici, capisce però di aver di nuovo frainteso. Nel vedere chi le sta venendo incontro, la sua pelle freme per le ondate di brividi.
Gülay avanza dritta e salda. Sulla sua testa i capelli sono cresciuti di alcuni centimetri, dandole l’aspetto di un pulcino scarmigliato. Gli occhi fiordaliso, non segnati delle consuete occhiaie, brillano di gioia sopra le guance tonde. Ève se ne infischia del fatto che dovrebbe soffrire a ogni respiro e corre verso di lei, si tuffa nel suo abbraccio mastodontico, preme il naso contro l’arteria che pulsa sul suo collo. Gülay odora ancora di zenzero e cannella, come un biscotto di Natale.
«Sai dove sono?»
Ève si separa a malincuore da lei e solleva il mento per osservarla. «In un mio sogno.»
«Il mio corpo, voglio dire. Non è mai uscito dall’istituto. E tu devi averci raggiunti al piano sotterraneo, se posso raccontarti questo.» Si batte un polpastrello sulle labbra carnose. «Te ne accorgerai da sola. Presto inizierai a oscillare tra sogno e realtà, come noi.»
«“Noi”?»
«Gli altri degenti in stato sognante.»
Ecco cosa intendeva il fratello di Gülay e perché è arrabbiato: sa quello è accaduto alla sorella, ma non gli hanno permesso di tirarla fuori dall’istituto. Lei, come quasi tutti i degenti, ha dato disposizione affinché coniugi e congiunti non possano interferire con le sue decisioni mediche.
Gülay la guarda in tralice. È sempre stata abile a leggere le sue espressioni, ma non indora la pillola: «La tua mente tornerà vigile, di tanto in tanto, però ti sarà impossibile muoverti o comunicare.»
«Ma è orribile!»
Gülay fa spallucce. «Non rimpiango la mia gabbia di carne, soprattutto adesso che ci siamo ritrovate. E non è forse vero che siamo sempre state più libere nelle nostre teste che nel mondo reale?»
Mentre Ève assimila le novità, insieme assistono in silenzio al sorgere della Terra – uno spettacolo che Ève apprezzerebbe di più, in circostanze diverse. Al momento si sente come se avesse dato un morso a una prugna succulenta e si fosse trovata la bocca piena di polpa marcia.
«Dubito che sia tutto perduto», chiarisce Gülay in tono più dolce. «Anche se non sapessero che possiamo condividere i nostri sogni, i dottori tengono sotto controllo i nostri parametri vitali e studiano la nostra attività cerebrale. La professoressa in persona passa a visitarci spesso, cosa che non farebbe se fossimo esperimenti falliti: c’è in ballo qualcosa di grosso. Non escluderei che lo stato sognante sia il fine ultimo dei trattamenti, piuttosto che un suo effetto collaterale.»
Ève alza le sopracciglia e le chiede, non senza una punta d’ironia: «Quindi, secondo te, lo stato sognante ci rende una specie di pionieri? Saremmo arrivati e non persi?»
Gülay sorride da un orecchio all’altro. «Non siamo ancora a destinazione, ne sono certa. Ci aspettano ancora molte altre tappe, ma prima o poi sveleremo questo mistero. Sarà divertente, no?» Le dà un colpetto sul braccio col gomito. «Dai, raggiungiamo gli altri.»
Biografia
Azzurra Meis ha iniziato a proporre i suoi racconti per la pubblicazione solo da qualche anno, ma inventa storie da prima d’imparare a scrivere: a quei tempi le disegnava e le recitava, trascinando chi le capitava a tiro nei suoi mondi immaginari. Il genere fantastico si è fatto strada nel suo cuore gradualmente, insegnandole a cercare lo straordinario nell’ordinario. Ma ad Azzurra piace anche insinuare dubbi sulle strutture cosiddette tradizionali e attingere a man bassa dal folklore, che considera una delle più crude e sincere espressioni dell’animo umano.





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