di Azzurra Meis
Editing a cura di Camilla Azzoni e Pietro Nunziata
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
Seduta tra il padre e la madre, Ève individuò un fascicolo a suo nome sulla scrivania ingombra di scartoffie dello psicologo scolastico, tra una pila di raccoglitori ad anelli e uno smartphone che vibrava per una telefonata in arrivo. Le linguette colorate che spuntavano dal fascicolo, probabili rimandi ad argomenti di discussione, le mettevano voglia di precipitarsi alla porta. Si paragonò a quei ratti da laboratorio alle prese con leve e labirinti, ma a differenza delle bestiole, lei sapeva di essere oggetto d’analisi.
«Allora», lo psicologo si sfilò gli occhiali da lettura e si rivolse ai genitori di Ève. «Grazie per aver risposto alla nostra convocazione. E adesso parliamo di questa signorina.»
Ève represse un lamento. Sarebbe stato uno di quegli incontri dov’era richiesta la sua presenza ma non la sua partecipazione.
«Ève ha questi… blocchi», sua madre esitò, prima di scegliere il termine più adatto. Preoccupata com’era che lo psicologo potesse farsi una cattiva impressione, sembrava una bambina che non volesse confessare una marachella a un adulto. Ma la necessità ebbe la meglio sulla vergogna, dunque non risparmiò particolari: «Ève se ne sta a fissare il vuoto imbambolata per minuti interi e cambia espressione di continuo. Pare che non si accorga più di quello che le succede intorno, e a volte… a volte muove le labbra come se stesse parlando».
Ève alzò gli occhi al cielo. «Non ho un amico immaginario. Ve l’ho già spiegato: è come se stessi recitando. Interpreto qualcuno, non vedo qualcuno.»
Suo padre serrò la mascella. «È già ridicolo quando lo fai a casa, potresti evitare almeno a scuola? Devi esserti fatta condizionare da tutte quelle stronzate che leggi invece di studiare.»
«È il mio unico passatempo in questa galera», sibilò Ève.
Lo psicologo alzò una mano davanti a sé e prese la parola. «Non siamo qui per rimproverare Ève. Da adulti dimentichiamo quant’è stato difficile imparare a gestire una vita ordinaria, ma gli adolescenti sono più sensibili di noi alla noia e alla delusione, soprattutto quando non possono condividerle o sfogarle con i coetanei. Per loro, immaginarsi come la persona che vorrebbero essere e inserirla in uno scenario ideale è un modo per distrarsi da situazioni e parti di sé che non gli piacciono.»
Sua madre annuì. Suo padre emise un verso sprezzante. Ève si pizzicò il ponte del naso. Sì, il suo cervello partoriva senza sforzo storie intricate e coinvolgenti, popolate da creature alle quali finiva con l’affezionarsi, ma non erano mica delle banali fantasie consolatorie. I sogni erano per Ève rapimento; un’esperienza viscerale che afferravi solo dopo averla vissuta. Gli altri non potevano capire; ecco perché insinuavano che in lei ci fosse qualcosa che andava aggiustato.
Lo psicologo si sporse verso Ève, prestandole finalmente attenzione diretta. «Ti farebbe bene uscire di casa più spesso», disse mentre sua madre continuava ad annuire. «Cosa fai per tenerti impegnata? Quando sei in compagnia non ti capita di avere la testa tra le nuvole, giusto? Magari potresti iniziare a praticare uno sport o unirti a un’associazione di volontariato.»
Ève piantò le unghie nei pugni stretti.
*
Ève preme le palme delle mani sulle palpebre chiuse per sottrarsi al giallo aggressivo delle pareti. Il colore che dovrebbe solleticare la sua creatività la sfinisce e basta. Il riposo e l’allegria l’hanno abbandonata, da quando il letto di fianco al suo è rimasto vuoto.
Gülay era seduta alla piccola scrivania sotto la finestra, la testa appoggiata sulle braccia conserte. La lampada era accesa nonostante fosse mattina e, dalla sua angolazione, Ève riuscì a scorgere un ritaglio di stoffa che le sbucava da sotto al gomito. Un tubetto di colla era rotolato a terra. Forse Gülay, come spesso accadeva, aveva passato la notte in bianco ed era crollata poco prima dell’alba mentre lavorava a un collage, ma Ève aveva notato che gli occhi cerchiati di lei erano sbarrati e fissi. No, Gülay non stava dormendo.
Ève azionò il pulsante di chiamata per le emergenze, ma non aspettò che un infermiere comparisse alla porta della loro camera: cercò di raggiungere Gülay strisciando, le gambe ancora aggrovigliate nelle lenzuola mentre si contorceva come un verme.
I ricordi avviluppano Ève, appiccicosi come ragnatele. Un singhiozzo le gonfia il petto: ne ha abbastanza. Spinge via le coperte, ignora l’urlo dei legamenti rigidi quando fa leva per mettersi in piedi e, nonostante le fitte pulsanti dietro alle ginocchia, marcia implacabile per la sua stanza avanti e indietro, avanti e indietro. Il suono cadenzato dei passi, assieme ai movimenti ripetitivi, attenuano la sua coscienza e la proiettano sulla soglia di un sogno…
Ève si affaccia dal bastione: il sangue nel fossato ribolle come lava, il vapore s’innalza in volute che sanno di ferro. Anche l’eclissi è al suo apice, e del sole resta soltanto un anello di luce.
Si volta: Gülay è ancora immobile. I meccanismi sul pavimento di pietra della fortezza si sono fermati con un’ultima nota stridula e lei ha smesso di roteare su sé stessa.
Gülay è identica a com’era quando è giunta all’istituto: la lunga treccia biondo dorato che le pende sulla spalla e, sopra al busto ortopedico, un vestito bianco con ricami di papaveri che valorizza i suoi fianchi a violino. Ma sul viso di porcellana di Gülay c’è una lunga crepa.
Quando la sua visione torna limpida, Ève si scopre distesa sul pavimento; la luce che filtra dalle tende di garza colorata tinge il linoleum di arancione. Il bernoccolo che le è spuntato dietro la testa suggerisce che dev’essere caduta da un po’, ma non è turbata: benché il loro contenuto col tempo si sia fatto grottesco, i sogni la lasciano sempre spensierata ed euforica.
Questa calma incongruente dovrebbe impensierire Ève, ma lei è troppo grata per la breve sensazione di pace che le dona.
Alle tre meno venti del pomeriggio le salette informatiche sono poco affollate. Ève ne sceglie una, sbircia tra i séparé fino a trovare una postazione tablet libera e si accomoda sulla sedia. Prende l’anello d’accensione e se lo infila all’indice: lo schermo si illumina con un trillo. Il device compone un saluto: BENTORNATA, ÈVE.
«Ciao anche a te», risponde sottovoce lei: l’anello l’ha identificata interrogando i due impianti seppelliti nel suo corpo. Ève lo ha imparato dai moduli firmati prima di consegnarsi all’istituto: finché lo terrà al dito, il sensore dell’anello rileverà anche la risposta galvanica della sua pelle, associando le alterazioni nella secrezione del sudore a precisi stati fisici ed emotivi. Uno strumento che aggira il filtro della coscienza, consentendo di sapere cosa accade dentro di lei quando le sue fantasticherie vengono innescate.
Dai tablet dell’istituto si può accedere soltanto a romanzi in ebook, fumetti, film e telefilm in streaming, videogiochi – tutto combustibile per alimentare la fiamma dei sogni: non è importante registrare le reazioni che i degenti hanno leggendo notizie di cronaca o chattando con gli amici, perciò molte funzionalità sono bloccate. Ma anche tenerli isolati tra quelle mura a girarsi i pollici ha un senso. Cosa aveva puntualizzato lo psicologo scolastico anni prima durante quell’unico, imbarazzante colloquio? Mantenersi attivi e curare i rapporti sociali distoglie dal perdersi nella propria immaginazione.
Ève non ha nostalgia di ciò che si è lasciata alle spalle e le restrizioni su internet non la infastidiscono, ma c’è sempre qualcuno, qui, che prova ad aggirare il divieto approfittando delle visite mensili dei familiari o delle poche gite permesse fuori dall’istituto.
Un nuovo trillo: l’ultimo capitolo di un webcomic che segue è online. Da quando Gülay non è più con lei, Ève si è appassionata al filone delle seconde chance, robaccia zeppa di personaggi stereotipati e colpi di scena improbabili ma dal lieto fine assicurato. Trame tanto prevedibili la confortano proprio perché la realtà non va mai così.
Per Ève, che è sempre stata in disparte, è facile immedesimarsi in queste eroine passive e patetiche e gioire quando hanno l’opportunità di cominciare daccapo dopo tante tribolazioni: eventi tragici potranno anche scuoterle nel profondo, ma è allora che si decidono a prendere in mano il timone del proprio destino. Ève vorrebbe un po’ della loro perseveranza. Ha un debole in particolare per le storie che includono viaggi nel tempo: a chi non piacerebbe tornare indietro e sfruttare la sua conoscenza del futuro per rimediare agli errori commessi?
Per scacciare queste riflessioni deprimenti, Ève scrolla le vignette sul tablet e si concentra sullo stile trash dei disegni del webcomic. È una goduria: il protagonista maschile ha le spalle così larghe da assomigliare a un imbuto con una pallina da ping-pong per testa. Ève si mette a sghignazzare, finché la risata le si strozza in gola: non ha più qualcuno che capisca la sua ilarità o le rubi le parole di bocca, ora che Gülay è andata.
Gülay, la prima persona che Ève sia riuscita a rendere partecipe della sua interiorità, la sola da cui abbia mai desiderato farsi conoscere.
Gülay, che un sogno di troppo ha spinto oltre il limite ed è stata restituita alla sua famiglia.
L’ultima volta che Ève l’ha vista è stata quando ha avuto la crisi, poi l’hanno portata in terapia intensiva al piano sotterraneo; non sa neppure per quanti giorni Gülay sia stata trattenuta. Ève ha supplicato l’istituto di metterle in contatto perché potesse almeno informarsi sulle sue condizioni, ma non c’è stato verso.
Ha condiviso l’accaduto con i suoi genitori, andando contro ogni buon senso e finendo con lo spaventarli, ma gli ha fatto promettere di chiedere informazioni in giro: loro non sono vincolati dalle regole di questa struttura.
*
La notte precedente l’inizio dei corsi all’università, ore prima dello squillo della sveglia, un dolore atroce strappò Ève al sonno lasciandola boccheggiante. Lei descrisse quel primo sintomo a cinque medici diversi come “una bella strizzata ai nervi”, fino a guadagnarsi una diagnosi che spinse sua madre a nascondere la faccia tra le mani e suo padre a bestemmiare tra i denti. Anche la pazienza e l’ottimismo di Ève evaporarono davanti alla sua autonomia compromessa, alle lunghe attese tra una visita e l’altra, agli antinfiammatori che portavano più danni che benefici.
Ève usava ormai la sedia a rotelle così spesso che le erano venute le piaghe, quando arrivò la telefonata che mise in subbuglio la casa: era la direttrice di un istituto di ricerca dedicato allo studio delle malattie degenerative motorie. La professoressa proponeva loro un incontro per discutere di una possibile soluzione che, ci aveva tenuto a ribadire, non avrebbe richiesto loro un costo in denaro.
«Ci prende per fessi?» sbottò il padre di Ève, dopo aver riagganciato con forza il cordless alla sua base.
Ma lei, che quella mattina aveva faticato a tirarsi a sedere da sola sul materasso, disse: «Io andrei comunque ad ascoltare cosa propongono».
Nei giorni seguenti, i lamenti di Ève raggiunsero un’intensità tale da allarmare i vicini. Troppi ficcanaso chiesero spiegazioni e non si poteva continuare in quel modo, si agitò sua madre. Caso più unico che raro, diede manforte alla figlia e affrontò il marito, che vinse per sfinimento nonostante i dubbi di lui.
Così fu deciso: fissarono un appuntamento con la direttrice.
*
Il sole, un ovale sbilenco coronato da una raggiera irregolare di triangoli, lucido e piatto come foglia d’oro, splende senza trasmettere calore alla cappa livida del cielo. Non vola un uccello, non si vede una nuvola e non soffia un refolo di vento in questa stagnante distesa azzurro smorto che sovrasta onde dalle curve stilizzate. Il corpo di Ève, una silhouette bidimensionale, beccheggia supino sull’oceano che non bagna.
Quando la musica sparata dagli auricolari raggiunge il punto culminante con l’attacco del coro – un crescendo che, per quanto le sia abituale, non manca mai di darle la pelle d’oca – l’abisso si spalanca e Ève vi precipita con la lentezza di una piuma. Fluttuano davanti ai suoi occhi intrecci di correnti decorate a fantasie floreali e motivi geometrici dai colori fluo. Giù, giù, sempre più giù…
Pochi metri prima che Ève tocchi il fondale, questo si squarcia e ne emerge una bocca enorme, affollata di denti lunghi quanto un braccio. Ève non ha la prontezza di spirito di avere paura, ma fa in tempo a intravedere scorci di mostruoso e di maestoso: pelle nera di una lucentezza oleosa, un occhio tondo e lattiginoso, il guizzo di una pinna…
Lo scarico della vasca si apre e la musica si spegne di colpo mentre il cuore di Ève le tambureggia ancora contro le costole. Quando la miscela d’acqua e sale amaro defluisce, il coccige di Ève cozza contro il fondo in vetroresina e una frustata bruciante le percuote la gamba sinistra.
Il respiratore si stacca dal suo viso, il coperchio della vasca si solleva con un ronzio. Ève strizza gli occhi, abbagliata dalle luci a LED, mentre il rumoreggiare del laboratorio le vibra nelle orecchie – come se uscire da un sogno non fosse già abbastanza frastornante.
«Il tracciato dell’elettroencefalogramma mostra un aumento esponenziale delle onde theta», dice un dottore.
«In un soggetto che non ha mai assunto sostanze psichedeliche? Neanche prima di arrivare all’istituto?» chiede una dottoressa, la penna sospesa sulla sua tavoletta portablocco, pronta ad aggiungere appunti.
«Già. Come innesco le basta la musica», risponde lui, suscitando in Ève uno slancio d’orgoglio velato di apprensione.
«Posso avere la mia medicina, adesso?»
I dottori si girano verso Ève, la cui testa spunta dalla capsula di deprivazione sensoriale, e la guardano come guarderebbero un cane che all’improvviso avesse iniziato a parlare.
«Se ne occupa lei?» borbotta il dottore rivolgendosi all’infermiera che si è avvicinata alla capsula. Ève si aggrappa alle sue mani e viene tirata fuori; la differenza di temperatura le fa battere i denti, mentre l’acqua cola su costole in rilievo e anche sporgenti.
L’infermiera le sfila dal cranio rasato la cuffia in neoprene con gli elettrodi e gli auricolari wireless incorporati; poi, seguendo le istruzioni del dottore, digita dei comandi sull’interfaccia collocata sulla sua schiena. Il tutore spinale espelle sei aghi, pungendo Ève a entrambi i lati della colonna vertebrale; il farmaco si propaga nei suoi muscoli. Il fastidio è acuto, ma Ève resiste: passerà entro pochi minuti.
Ève sospira e finalmente si avvolge rabbrividendo in un accappatoio monouso che le pende addosso. Zoppicando, segue l’infermiera per il corridoio; le voci della dottoressa e del dottore le accompagnano dissolvendosi in lontananza.
«Cosa può dirmi dell’impatto sullo stato di coscienza?» riprende la dottoressa.
«Il soggetto sperimentava alterazioni nella percezione anche prima dei trattamenti», le spiega il dottore.
«Senza comorbidità con preesistenti disturbi psicotici?»
«Sì. Dopo aver cominciato con i trattamenti, abbiamo riscontrato una maggior frequenza e durata dei momenti di dissociazione, ma l’esame di realtà non è mai stato alterato.»
Puoi leggere la seconda parte della novella QUI.
Biografia
Azzurra Meis ha iniziato a proporre i suoi racconti per la pubblicazione solo da qualche anno, ma inventa storie da prima d’imparare a scrivere: a quei tempi le disegnava e le recitava, trascinando chi le capitava a tiro nei suoi mondi immaginari. Il genere fantastico si è fatto strada nel suo cuore gradualmente, insegnandole a cercare lo straordinario nell’ordinario. Ma ad Azzurra piace anche insinuare dubbi sulle strutture cosiddette tradizionali e attingere a man bassa dal folklore, che considera una delle più crude e sincere espressioni dell’animo umano.





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