di Francesco Bertani
editing a cura di Graziana Patanè
Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa dalla redazione
Ogni Natale, per volere di sua madre, portava un trentasei mesi al dottore del paese.
Il senso del piacere era il rigore del canovaccio. Il suono levigato del battere sull’acero, il rumore dei passi calmi e pesanti dietro l’uscio e le parole ben disposte nell’incanto della formalità.
Tutte le volte, il dottore chiedeva a Povero Bobo se ricordasse Adriano. Bastava un segno di assenso per accenderne lo sguardo. Di anno in anno, ripercorreva i progressi del figlio: la laurea, il fidanzamento, la posizione di ricerca nel grande centro cittadino. Mentre parlava, il respiro di Bobo era un filo di silenzio. Beveva ogni parola sul ragazzo di cui, per un periodo, aveva frequentato la stessa scuola. Allora, la mente gli tornava alla salita che dalla fermata comune dell’autobus portava alla bocca del liceo. Nei giorni dopo l’incontro, passava ore a misurare il proprio percorso sulla strada di un compagno arrivato così lontano che ormai lui non riusciva neppure a immaginarlo.
In famiglia, la storia del regalo provocava qualche screzio. Dei servizi del dottore, il padre di Bobo non era infatti mai contento e quando gli capitava di stare male durante l’anno diceva immancabilmente: «Mi dispiace solo per quel formaggio». Quell’inverno, ad ogni modo, aveva un carattere a sé stante. Forse un po’ per il freddo davvero fuori dall’ordinario oppure per la notizia del pensionamento del dottore, che per i pazienti – comprese le malelingue – si profilava come un fantasma sulla stagione lì lì per iniziare. Fu così che neppure il padre di Bobo ebbe troppo da ridire quando, a due giorni da Natale, sua moglie tornò a casa con una punta avvolta nella carta scura. Si trattava dell’ultimo dono. E poi addio per sempre a un’usanza che affondava le radici nei campi e apparteneva a un mondo perduto.
La sera della Vigilia, i fari di Bobo illuminarono i primi riccioli di neve. Superò lo spargisale e puntò dritto verso il centro. Mentre la macchina scivolava sul dorso della strada, la mente gli frugava tra le ceneri e i frammenti dell’anno appena trascorso in quella terra di provincia in cui sembrava che niente potesse mai cambiare.
Vicino alla casa del dottore, la corona di un lampione tremava come una fiammella. Povero Bobo colpì la porta e un respiro fuori posto salì a sfiorargli il collo. Non riuscì a capire da quale angolo soffiasse, prima che lo scostarsi dell’uscio gli mostrasse un volto che era quasi del dottore ma si tesseva anche di altro. L’espressione assente e la polvere scura appena sotto lo sguardo illuminavano per contrasto la falce bianca di un sorriso. All’emergere dello spettro come di un antico tempio dal profondo dello scavo, Povero Bobo riuscì solo a sussurrare: «Adriano». Quindi mosse qualche passo verso quel corpo enorme. Allora, il gigante spalancò le braccia e sprofondò l’amico nel senso di una tenerezza che sapeva di battute all’ora della merenda nei corridoi del liceo.
Come i due sciolsero l’abbraccio, Adriano invitò Bobo nella propria abitazione. Aveva già superato l’atrio e già era salito di due o tre gradini per le scale, quando si accorse che l’ospite non si trovava più al suo fianco. Si voltò di colpo e lo scoprì ancora in basso a studiare un ritratto sulla carta da parati.
Sfiorate dalla luce che entrava dalla finestra, le dita di Bobo accarezzavano il vetro che proteggeva un mezzobusto della figlia del dottore. Per tanti Natali aveva attraversato quell’ingresso senza mai notare la fotografia ormai sbiadita alla parete. E non appena scorse Adriano nel riflesso del ritratto; non appena lo vide sembrare la statua di un etrusco sui primi gradini della scalinata, allora l’incrociarsi specchiato dei loro sguardi dissolse i nodi della stanza e lo portò indietro di molti anni a uno spettacolo di ballo al teatro parrocchiale. Lo consegnò alla stanchezza di un pubblico tra odori forti e occhi rossi alle ragazze sopra il palco; e ai propri occhi rossi sulla figlia del dottore, pure lei così enorme – anche lei come il fratello – nei suoi riccioli a mezz’aria smisurata e senza peso. Così allegra e ricca di promesse, sembrava una nuvola che apriva il teatro al cielo.
Attraverso la finestra, la testa del lampione continuava la propria danza. «Cos’è questo silenzio? Sono passati gli angeli?». Il dottore sbucò da una porta con il grembiule sulla pancia e il mattarello tra le mani. Già altre volte Povero Bobo aveva notato come ad ogni appuntamento la persona del dottore paresse perdere spessore. L’ombra avanzò di qualche passo e cinse la vita del figlio. Suggerì soltanto: «Hai visto che chi parte alla fine ritorna sempre?». Povero Bobo tese il pacchetto e scosse il capo.
Con quel Natale, finiva una vecchia storia. Guadagnata la macchina e infilata la chiave nella toppa, Povero Bobo lanciò un’ultima occhiata alla casa del dottore. La facciata tremava della neve all’intermittenza del lampione. Poi la luce vibrò secca di qualche colpo fuori tempo. Diede un sussulto e tutto quanto sfumò a perdersi nel buio. Salì sull’automobile e per un po’ rimase fermo. Alla fine, si mise in marcia. Stava per arrivare alla rotonda del centro: pensò che a volte l’universo sembra parlare per dettagli. E che certe persone assomigliano alle metafore di qualcosa.
Biografia
Francesco Bertani vive tra Parma e Bologna. Insegna lettere a scuola e ha pubblicato un libro intitolato Poesia degli indovini selvaggi sui rituali di maledizione magica nell’antica Grecia. Si interessa di pianure, responsi oracolari e falsari. Ha pubblicato diversi articoli su riviste di filologia greca e latina. Alcuni suoi racconti e saggi narrativi sono usciti o in uscita su Nazione indiana e Lo Scisma.





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