di Isabella Scarlatta

editing a cura di Nicola Ianuale

Illustrazione: foto di Nadia Comenici (priva di copyright)


Gennaio 2026. Ranzo, provincia di Imperia. Una giovane pugile di savate, arte marziale conosciuta anche come boxe francese, ha denunciato il suo allenatore per molestie e abusi subiti da lei e altre due ragazze. Le giovani testimoniano violenze sistematiche e reiterate. Lesi i loro diritti e la loro dignità, ora dovranno intraprendere un percorso di risanamento emotivo che si somma all’iter giudiziario.

E il loro non è certo un caso isolato.

Nel 2023 l’ente nazionale Sport e Salute ha divulgato l’indagine Nielsen. Questo studio è stato condotto da Change The Game, un’associazione italiana nata per contrastare gli abusi nell’ambito sportivo. Sono stati raccolti i dati di 1.446 atleti tra i 18 e i 30 anni, attraverso la compilazione di un questionario e interviste individuali. I soggetti hanno praticato sport in minore età ed è proprio su questo periodo che si è concentrato il sondaggio. Risulta che il 39% degli intervistati ha subito maltrattamenti durante la carriera sportiva. La forma più diffusa di violenza è quella psicologica (30,4%) che va a minare la persona nell’animo, chiedendo prestazioni irrealisticamente elevate, umiliando o escludendo l’atleta in seguito a risultati considerati inadeguati, fino a minacce, offese verbali, body shaming e marginalizzazione. La seconda forma di violenza più diffusa è quella fisica: il 18,6%, infatti, confessa di esser stato obbligato a praticare sport anche se infortunato, oppure che gli siano stati inflitti esercizi pesanti come punizione.

L’apice è purtroppo l’abuso sessuale, che coinvolge il 13,7% di quel 39% dei partecipanti che ha dichiarato di essere stato maltrattato. 

Questo problema ha radici profonde, colpisce atleti e atlete di tutto il mondo e di tutti gli sport.

Una delle discipline sportive le cui atlete sono più a rischio di violenze è la ginnastica ritmica e artistica. Risale al 2022 il caso delle Farfalle Azzurre di Desio (Monza): allenatrici che aggrediscono verbalmente le proprie allieve, umiliazioni con ricadute psicologiche e fisiche per le vittime. La prima a farsi avanti è stata Nina Corradini, che ha deciso di lasciare l’Accademia delle Farfalle per tornare a Roma, sua città natale. Anche Anna Basta, sua compagna di squadra, ha trovato il coraggio di raccontare gli insulti e il body shaming subiti dalle insegnanti.

Caso analogo ma extraeuropeo quello di Simone Biles, giovanissima campionessa olimpica a Rio de Janeiro (2016). L’atleta statunitense è stata abusata sessualmente da Larry Nassar, medico della nazionale di ginnastica artistica. Biles si è unita nel 2018 al movimento femminista #MeToo. Grazie alla denuncia dell’ex atleta Rachael Denhollander e all’avvio di un’inchiesta, oggi sappiamo che Larry Nassar ha aggredito in tutta la sua carriera oltre 160 giovani donne: un numero da capogiro, che fa riflettere su quanto l’agonismo possa essere spietato in una disciplina delicata e ambiziosa come la ginnastica. Ma soprattutto, questo è avvenuto con la tacita indifferenza di un sistema istituzionale che ha privilegiato la reputazione e l’immagine rispetto alla sicurezza delle atlete.

Si tratta dunque di un problema strutturale, che nasce da una società in cui alcuni allenatori si sentono in diritto di umiliare e maltrattare le allieve. Questo ambiente lo conosco bene, dato che io stessa, da bambina, ho praticato ginnastica ritmica in un contesto severo e competitivo. Non ho mai puntato all’agonismo, ma sono a conoscenza di come sia un percorso potenzialmente rischioso, che trascina in un mondo eventualmente tossico. È stato proprio in quegli anni che mi è stato regalato un libro di biografie di donne illustri, e al suo interno c’era anche Nadia Comaneci, la prima ginnasta a ottenere un 10 perfetto alle parallele asimmetriche. Nadia nasce nel 1961 a Onesti, Romania. Si dedica alla ginnastica fin dalla tenera età, a 14 anni vince cinque medaglie alle Olimpiadi di Montreal (1976) e a 18 altre quattro a quelle di Mosca (1980).

     Di recente, ho avuto modo di approfondire questa figura leggendaria attraverso il libro Nadia Comaneci e la polizia segreta di Stejarel Olaru (Edizioni Piemme, 2024), che ripercorre la vita dell’atleta, dalla prima infanzia all’età adulta, concentrandosi sulla sua adolescenza, periodo per lei fondamentale. 

Dietro le quinte di questo mondo dorato, fatto di premi e successi sportivi , ci sono difficoltà, ostacoli, un rapporto tossico con gli allenatori Béla e Marta Kàrolyi (marito e moglie), un’atmosfera sportiva opprimente, pesi psicologici, tra cui la responsabilità di diventare campionessa olimpica a soli 14 anni e il dover gestire la fama che ne è derivata. 

Il libro ha questo titolo perché gran parte delle informazioni su Nadia sono state estratte dai report della Securitate, l’organo di spionaggio della Romania comunista. Questi report, però, sono poco fedeli alla realtà, e hanno portato Olaru a compiere un’operazione di “ricerca della verità”, integrando questi report, a volte esagerati, con dichiarazioni rilasciate dalle persone dell’entourage di Nadia in libri, autobiografie, interviste, documentari, ecc.

È un storia scottante, che scava nel passato di Comaneci e della sua Nazione, dato che lei era il simbolo della Romania, quasi più di Nicolae Ceaușescu, segretario del Partito comunista e Presidente della Repubblica fino al 1989.

Stejarel Olaru affronta temi pesanti, come la descrizione dei trattamenti riservati alle atlete.

Il metodo dei Károlyi era basato sulla disciplina assoluta e su un allenamento intensivo. Attribuivano poca importanza a qualsiasi relazione affettiva, perché sarebbe stata del tutto in contrasto con le regole rigide che usavano per sottomettere le atlete. Le sberle, la violenza verbale e gli insulti, la fame, il controllo eccessivo e aberrante delle cure mediche e la disumana richiesta di allenarsi e gareggiare anche quando erano infortunate provocavano ferite profonde nella psiche delle ginnaste, che hanno preso le distanze da Béla: lo consideravano crudele e certamente non una figura paterna e protettiva. Solo quando c’era bisogno di manipolarle diceva alle giovani ginnaste che teneva a loro.

Olaru cita un rapporto stilato dalla Securitate romena, un’indagine sulle cause di un allontanamento autonomo di Nadia dalla sua struttura sportiva

La ginnasta ha addotto come motivo della sua fuga il fatto che non sopportava più di lavorare con l’allenatore Béla Kàrolyi, che la perseguita senza motivo. […] “L’ufficiale della Securitate, aggregato alla delegazione romena, riferì che Béla Kàrolyi” ha mostrato un comportamento inappropriato nei confronti di Nadia Comaneci e Teodora Ungureanu [sua compagna di squadra; N.d.R.], consistente in parolacce, insulti e persino percosse, perché il loro peso non era adatto alla competizione, “mentre un istruttore del Cnefs [Consiglio nazionale per l’educazione fisica e lo sport; N.d.R.] e collegamento operativo della Securitate riferì che” le ragazze sono state trovate a piangere nelle loro stanze a causa della fame.     

Nella seconda metà del 1977, Nadia si rifiutò in più occasioni di proseguire gli allenamenti con i Kàrolyi. I due continuavano a umiliarla, e in questo senso Béla aveva un dono raro, perché era capace di inventare insulti che ferivano gravemente la dignità delle ragazze. Come se la consueta offesa “vacca medagliata” non fosse abbastanza, durante il tour negli Stati Uniti dell’ottobre del 1977 iniziò a dire un po’ ovunque: “Ormai Nadia Comaneci è adatta solo per il circo e il cabaret”. La ginnasta rimase segnata emotivamente da queste osservazioni, tanto che arrivò a credere che la sua carriera fosse giunta al capolinea. Béla Kàrolyi affermò anche: “Non vuole perdere peso perché è convinta che non sarà mai più quella che era un tempo”, e che intendeva ritirarsi dallo sport dopo la Coppa del mondo che si sarebbe tenuta in Francia nel 1978.

Olaru evidenzia il paradosso di un’icona nazionale trattata contemporaneamente come un tesoro da proteggere e un soggetto da tenere sotto stretta sorveglianza. Nadia subiva pressioni anche nella quotidianità di Bucarest, dove viveva in un ambiente confortevole ma sotto stretta sorveglianza dei servizi di sicurezza. Ogni suo spostamento richiedeva autorizzazioni preventive e scorte ufficiali. Qualsiasi tentativo di allontanarsi senza permesso scatenava misure di emergenza drastiche, coinvolgendo esercito e funzionari di alto livello per impedirne la fuga o il rapimento. Questa condizione trasformava il centro sportivo in una sorta di prigione dorata, un ambiente troppo restrittivo per una giovane donna in cerca di indipendenza. 

A causa della fama e della conseguente pressione mediatica e politica, le era impossibile vivere come una ragazza della sua età. Si sentiva diversa dalle coetanee, e sotto certi aspetti lo era, ma per i controlli e i trattamenti da parte degli enti nazionali, che hanno pesantemente influito sulla sua psiche di adolescente.

Aveva ormai sedici anni. Non era più la ragazzina che si era presentata a Montreal con la coda di cavallo e un fiocco, una ragazzina di appena 1,52 metri di altezza e 40 chili di peso, che guardava obbediente ai suoi allenatori. Adesso aveva i capelli corti con la frangia, era cresciuta di sei centimetri e aveva preso 10 chili. Stava crescendo e attraversando i cambiamenti fisici ed emotivi tipici dell’adolescenza. Avendo raggiunto i vertici della ginnastica quand’era ancora una bambina, per lei era arrivato il momento di affermarsi nella vita personale, liberandosi da qualsiasi autorità imposta. Le sue aspirazioni erano quelle di qualsiasi altra adolescente: sentiva il bisogno di integrarsi e stare con persone della sua età. Famosa in tutto il mondo, ormai desiderava le cose semplici della vita: avere un fidanzato e fare una passeggiata con lui al parco, andare per negozi, in discoteca o al cinema, senza dover chiedere il permesso o giustificarsi. Purtroppo all’orizzonte non c’erano prospettive del genere, e la ragazza probabilmente era ben consapevole di condurre una vita di affetti e controllata dagli adulti, anche se non poteva sapere che quel controllo minuzioso era stato imposto dal regime comunista.

Essendo un problema strutturale, la violenza in ambito sportivo si è abbattuta anche sulle compagne di Nadia Comaneci. Olaru analizza le condizioni brutali vissute dalle ginnaste presso il centro di Deva, evidenziando come la scomparsa degli allenatori Béla e Marta Károlyi – in occasione di una tentata fuga negli Stati Uniti – è stata percepita da tutte loro come la possibile fine di un periodo di sofferenze inimmaginabili. Il testo riporta testimonianze drammatiche, come quella di Rodica Dunca, che paragona la vita nel centro a quella in un campo di concentramento, in cui le atlete subivano violenze fisiche sistematiche talmente gravi da provocare frequenti perdite di sangue dal naso. Oltre alle percosse, dovevano affrontare la tortura della fame e della sete costante: veniva loro impedito persino di bere acqua in bagno o di inclinare la testa all’indietro durante la doccia, per evitare che potessero dissetarsi. Per sopravvivere a queste privazioni, le ragazze erano costrette a ricorrere a espedienti disperati, come nascondere il cibo negli orli delle tende o bere di nascosto l’acqua dalle vaschette dei sanitari.

Ecco cos’era l’agonismo in Romania nella seconda metà del secolo scorso. Nadia Comaneci e la polizia segreta ne offre un affresco agghiacciante, ma questo è solo lo scorcio di un quadro ben più ampio, che trova ancora continuità ai giorni nostri, in un tessuto sociale marcio, capace di influenzare e persino incoraggiare le vessazioni da parte dei superiori. 

Lo sport non deve essere un momento di pesantezza, umiliazioni e abusi nei confronti di chi si impegna e si sacrifica per realizzare un sogno: atleti sfruttati e abusati da chi dovrebbe insegnare loro una disciplina con delicatezza e attenzione.

È inammissibile, ieri come oggi.

Biografia

Isabella Scarlatta è una studentessa di lingue moderne. Di origine piemontese, ama viaggiare per conoscere nuove realtà e vedere il mondo con occhi diversi. Appassionata di libri, prova a leggere tutti quelli che le capitano tra le mani con spirito critico, ma anche lasciandosi trasportare dalla storia.

Sogna di diventare giornalista, ha da poco iniziato a scrivere articoli e recensioni letterarie.

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