di Gaetano Quattromani

Editing a cura di Nicola Ianuale

In copertina: dettaglio di “La riproduzione vietata” – René Magritte (olio su tela, 1937)


Ridevo senza gioia quando rispondevo a chi mi faceva gli auguri. Vagavo per la facoltà in mezzo a tutti sconosciuti – o così mi sembravano. Quel luogo, dove pure avevo trascorso qualche anno della mia vita, proprio non mi riusciva familiare. Era come se mi trovassi altrove.

Indossavo un completo per la prima volta, e si vedeva. Solo un abito da due soldi, che avevo acquistato il giorno prima decidendo all’ultimo momento. Ero andato a sbirciare le vetrine del corso infiltrandomi nella folla di turisti. Ai commessi del negozio dovevo essere sembrato uno strano, anche per via dei miei capelli. Avevo chiesto al barbiere di sistemarmeli per un’occasione importante. Ero uscito dal negozio col taglio adatto a un uomo anziano. Dopo quella delusione avevo deciso che me li sarei tagliati da solo, e mi arrangiai così per gli anni a venire.

La canotta sotto la camicia era bagnata, e mi si attaccava alla schiena. La cravatta mi stringeva il collo. Era color borgogna, attraversata da righe verticali nere, poco visibili tanto erano sottili. Ci avevo messo una settimana di tentativi per fare il nodo. Ai piedi portavo scarpe di vernice di una misura più grande. La giacca, troppo larga, pareva che mi stesse per cascare dalle spalle: somigliava a una pelle in muta, rinsecchita e floscia.

La mia reclusione in casa, davanti ai libri, era durata quasi dodici mesi. Ho saltato i ventitré anni: provando a recuperare del tempo, l’ho perduto. Prima di allora, studiare voleva dire calarmi in un pozzo senza luce, con la sola certezza di una corda, le pareti scivolose di muffa e salnitro come unico appiglio. Avrei tentato di tutto pur di riuscire a cogliere il mistero. Dentro bruciavo per approfondire quel che mi appassionava qui e lì, a piccoli, audaci morsi. Quell’ultimo periodo aveva cambiato tutto. La tesi era stata la sola distrazione dalla noia della rincorsa agli esami. Avevo dovuto dedicarmi allo studio esclusivo di ciò che mi veniva richiesto per potermi laureare. C’ero riuscito, ma sentendomi umiliato per aver superato gli ultimi quattro esami in una sola settimana.

Poi ero andato a incontrare il relatore della tesi per consegnare la versione definitiva.

Lo studio si trovava ai piani alti della facoltà. L’autunno era appena iniziato. A quell’ora del pomeriggio nessuno aveva acceso le luci e già faceva buio. Le uniche voci salivano dal basso, lontane e ovattate. I miei passi risuonavano tra le pareti modulari, lungo corridoi vuoti e rampe solitarie. Il professore mi aveva ricevuto subito. Non ricordava cosa volesse quello studente davanti a lui che lo fissava confuso. E di quale ricerca stessi parlando. Dopo il nostro secondo incontro di cinque mesi prima, esaurite le domande da rivolgergli, non mi ero più fatto vedere. Nessuno mi aveva consigliato di incalzare il professore, che, altrimenti, si sarebbe disinteressato delle mie sorti.

«Mi dispiace metterti in difficoltà. Del resto, quest’università, queste lauree, ormai valgono quel che valgono. In ogni caso», mi aveva detto, «biglietto a parte dovrai cavartela da solo». L’avevano chiamato all’estero per un periodo, e il giorno della laurea si sarebbe trovato in un altro continente. Però aveva promesso di scrivere un biglietto alla commissione.

Pochi minuti mi separavano dall’inizio della discussione. E dalle possibili punizioni per la mia ignoranza delle cose di mondo. La testa piena di sonno non aiutava a sedare l’agitazione. La seduta di laurea è una messa in scena, mi ripetevo. Ci sono battute fisse che vanno pronunciate per forza all’inizio e alla fine. Il resto è più un canovaccio che un copione. Cercavo di prepararmi l’arguzia che avrebbe convinto la commissione delle mie abilità, così da togliermi dai guai.

Gli altri erravano perfino più preoccupati di me, e si facevano consolare dai familiari. «Da quanto parti?» ripetevano interessandosi dei punteggi. «I professori sono cattivi?» E infuriavano impugnando bottiglie di spumante, corone d’alloro e tesi dalle copertine variopinte. Un padre, strizzato in una giacca blu, era ancora più scalmanato, si teneva pronto con i coriandoli, addirittura con i mortaretti. Diceva di aver pagato tanto per far scrivere a qualcuno la tesi del figlio, e di voler festeggiare come si deve. «Gli faccio fare il dottorato.» Quasi tutti – laureandi e parenti – indossavano abiti pacchiani, completi dai colori scuri, consueti, ma dai tagli estrosi, tailleur cobalto o di rosa acceso e scarpe capricciose col tacco. Una studentessa s’era agghindata con blazer e pantaloni a scacchi: gamba destra e braccio sinistro neri, gamba sinistra e braccio destro bianchi. Soltanto uno studente, un fuorisede, s’era vestito con semplicità. Portava pantaloni e camicia di tutti i giorni, entrambi spiegazzati. Gli altri continuavano a fissarlo di sottecchi.

La giostra sguaiata finì per entrare in un’aula al piano terra. Seguii il corteo, e presi posto da solo, un po’ lontano dagli altri. Era l’aula magna, con il pavimento diviso in caselle bianche e nere. Le pareti erano spoglie, tranne per dei rivestimenti a listelli che coprivano la metà inferiore dei muri. Mi facevano pensare alle scuole medie. Laureandi, parenti e amici corsero a occupare i posti anche per chi sarebbe venuto in ritardo, e rimasero in piedi a chiacchierare. La presidente della commissione li richiamò. Si sistemarono in una specie di platea, divisa in due da un corridoio centrale. I professori si schierarono dietro pesanti scrivanie in legno, appoggiate su pedane sgangherate e accostate le une alle altre, che fronteggiavano l’aula magna per tutta la sua ampiezza.

Un paio d’anni prima, proprio sotto una di quelle scrivanie, avevo trascorso la prima notte dell’autogestione della facoltà, perché non c’era modo migliore per ripararmi dagli spifferi. Il cameratismo dell’occupazione mi aveva subito attirato. Mi era sembrato di stare in una milizia, però senza ordini e gradi da rispettare. La sola regola prevedeva di comportarmi secondo la mia coscienza e in accordo con gli altri.

La mattina dopo presi coraggio per uscire in cortile. Tutti si sfregavano le mani intirizzite contro le cosce. L’aria gelida mi frizzò i polmoni e mi punse le orecchie. Mancava poco alle vacanze di Natale. Subito assaltammo la colazione. Un professore – il mio futuro relatore di tesi, che non era uno stronzo – l’aveva fatta arrivare da una pasticceria. Il profumo di cioccolato e di crema era irresistibile. Era un vassoio enorme e pesante, carico di brioches fragranti, paste ripiene e dolci appena sfornati, disposti in una pila rastremata. E poi succhi di frutta, latte e caffè. Sazi, ci lavammo i denti, leggemmo i quotidiani e preparammo il piano della giornata. Nessuno aveva soldi. Il freddo conservava bene quei dolci e li mangiammo non solo quella mattina, ma anche nei giorni successivi. Alle volte rimediavamo un piatto caldo perché una taverna lì vicino ci faceva usare la cucina. Facevamo una colletta, e qualcuno andava a comprare patate, carote e legumi in scatola. Ogni volta che il pentolone arrivava in cortile applaudivamo. Era così pesante da doverlo trasportare in due. Mentre mandava sbuffi di calore e di fumo da sotto il coperchio, tutti si mettevano in fila. Era una messa.

Quasi a nessuno era importato dell’occupazione. Solo un professore aveva approfittato di ogni occasione per darci addosso. Si trattava proprio del relatore della ragazza-scacchiera, che quando giunse il suo turno sciorinò tutto a memoria. Era seduta rivolta verso il suo professore. La platea ronzava del brusio di parenti e amici, ma lei non se ne faceva un problema. Aveva il tono di chi non ha a cuore ciò che va dicendo, e la voce le usciva monocorde, anche se ferma. Parlava una boccata d’aria alla volta: tirava dritto a declamare finché esauriva l’ossigeno, e interrompeva a metà le frasi per finirle solo al respiro successivo. Di colpo, la ragazza-scacchiera diede un sospiro forte. E tacque. Le ultime parole restarono sospese nell’aula magna, come quando una canzone pare fermarsi a metà e ci vuole qualche momento per rendersi conto che è finita.

Il silenzio spense il brusio della platea e scosse i membri della commissione, che si erano estraniati. La presidente diede un colpo di tosse. Il relatore della ragazza-scacchiera se ne restò zitto per un po’, prima di lasciar spuntare un mezzo sorriso dalla bocca. Sornione, annunciò di volerle rivolgere una domanda veloce, soltanto una. Invece s’impegnò in uno sfoggio di forza retorica cui mai avevo assistito prima. Asseriva, annuiva, gesticolava, rivendicava, lottava, gonfiava il petto, faceva pause teatrali, arrossiva in volto, si agitava, si scagliava contro questo e quello, come se volesse caricare dei nemici. La foga delle sue stesse parole arrivava a incrinargli la voce. I suoi colleghi lo ammirarono per tutto il tempo, lo seguivano con meraviglia, e quello che gli era seduto accanto gli versò l’acqua, due volte, perché non si interrompesse. Alla fine si congratularono con lui.

E finalmente fece la domanda.

Da dove mi trovavo, della ragazza-scacchiera potevo scorgere solo la schiena, ma ero sicuro che tenesse lo sguardo appuntato in quello del relatore. Lui le fece cenno sollevando le sopracciglia, e i suoi occhi si riempirono di grinze. Lei rispose parlando peggio di prima. Stavolta sembrava proprio star recitando le parole di qualcun altro, di chi l’aveva istruita perché le tirasse fuori al momento giusto, come durante le prove delle recite si fanno mandare a memoria le battute agli attori. La ragazza-scacchiera conservava le parole in custodia solo temporanea: terminata la seduta di laurea, se ne sarebbe liberata come si fa con un peso morto, e il sacrificio avrebbe permesso di far spazio per accogliere il seguito, la vita che l’attendeva. La commissione le disse di tornare a posto, lei ringraziò e s’alzò, sicura della prova di sé che aveva dato, poi accostò la sedia alla scrivania e si andò a sedere tra familiari e amici, che accennarono un applauso. Ma perfino loro si imbarazzarono, e subito smisero.

La presidente scorse il dito sul registro.

Chiamò il mio nome e il numero di matricola.

«Il relatore del prossimo studente si trova all’estero per un convegno. Perciò, lo studente dovrà cavarsela da solo», disse.

Alzandomi dalla platea mi parve di sollevare, insieme al peso del corpo, quello delle scelte che mi avevano portato lì in quel momento. E di ciò che avevo usato, arrangiandomi per andare avanti, raccattando ciò che mi serviva qui e lì, mentre ci arrivavo. Mi muovevo piano sulle mattonelle, seguivo i quadrati bianchi e neri in successione. Attraversavo lo spazio vuoto sul davanti dell’aula, tra la platea e dove sedevano i professori. Sentivo addosso gli sguardi, li vedevo senza guardare. Cercavo i loro occhi ai confini del mio spettro visivo, dove tutto finisce sfocato, ma qualcosa ancora si distingue, e li indovinavo fissi su di me. Alla fine giunsi di fronte alla presidente. La sedia era troppo vicina alla scrivania, ma per paura di far troppo rumore mi mancò il coraggio di spostarla. Non c’era spazio per mettere comode le ginocchia, e le agitavo qua e là senza pace. Mi infilai a fatica in quella ristrettezza. La presidente chiese al resto della commissione se qualcuno di loro mi conoscesse. Era evidente che il mio impaccio la seccasse. Dietro la sua testa, a ogni listello del rivestimento della parete seguiva una fenditura in un’alternanza di rilievi e incavi, e le sporgenze proiettavano le ombre sulle rientranze che seguivano.

«Con il suo relatore assente, non possiamo sapere se lei è chi dice di essere. Perciò verificheremo prima la sua identità. Dopo potrà discutere la tesi», disse inforcando gli occhiali. Nessuno mi aveva avvisato del controllo. Nei pochi istanti che la mia mano impiegò per raggiungere il taschino interno della giacca, pensai a cosa sarebbe successo se non avessi trovato il portafoglio. Nella fretta della mattina l’avevo dimenticato. Oppure l’avevo perso. Tirai un sospiro quando lo sfiorai con la punta delle dita. Mentre porgevo la carta d’identità alla presidente, mi chiesi se potessi esistere com’ero, nel mondo dei loro regolamenti e meccanismi. Lei diede un’occhiata rapida alla mia carta, e appuntò qualcosa nel verbale della seduta di laurea.

Poi si frugò in tasca e cavò un pezzetto di carta.

«Ora leggerò il biglietto che il relatore dello studente ci ha lasciato. Contiene una breve introduzione al suo lavoro, utile alla discussione che seguirà. L’intera commissione sarà coinvolta, quindi chiedo a tutti i miei colleghi di porre domande al candidato», disse. Lesse il biglietto, poi lo appallottolò e lo lasciò sulla scrivania, tutto spiegazzato, tra lei e me.

Di quella giornata mi resta solo qualche fotografia, scattata con una di quelle macchinette digitali che andavano tanto di moda in quegli anni. Sono proprio brutte.

Biografia

Napoletano di nascita (1986), ha studiato antropologia culturale alla Sapienza, a Roma. Crescendo, la sua occupazione principale è consistita nel raccapezzarsi tra troppi interessi. Su tutti gli altri, i libri: l’amore di una vita. Però ci ha messo tempo per rendersi conto che fosse così. È finito a lavorare per metà settimana in una nota libreria del centro storico di Napoli, dopo essersi dedicato a tutt’altro e aver vissuto in giro. Poi si occupa di comunicazione culturale, in particolare lavorando per Gli asini, l’ultima rivista fondata da Goffredo Fofi, e di progettazione grafica (i libri gli piacerebbe farli). Naturalmente, legge e scrive più che può (i libri gli piacerebbe anche scriverli). Pensa che la scrittura sia il risultato dell’esperienza e scrive di conseguenza.

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