di Gioia Conforti

Editing a cura di Camilla Azzoni

In copertina: foto di Xiao Bo (Pexels)


Soggetto 302 | Protocollo I | Giorno 4

Ore 09.00

La stanza misura 4×4 metri.

Ricontrollando le annotazioni di ieri risultano 1240 fori sulle travi del soffitto. Stamattina, però, i fori sono 1241. Ho contato 3 volte.

Il nuovo foro è perfettamente circolare e posizionato proprio sopra la mia testa. Non ho visto cadere mezzo granello di polvere.

Il buco non porta da nessuna parte, ma la luce lì dentro sembra essere aspirata anziché riflessa.

Ore 11.30

Statistica del rumore

Ronzio del neon: 42 dB

Battito cardiaco: 79 bpm

Rumori esterni alla porta: 0

Segnalo deviazione termica.

L’angolo nord della stanza ha una temperatura di 18°C, mentre quello sud di 22°C.

La sedia di legno che ho messo al centro della stanza emette un calore residuo di 36,4°C, come se qualcuno si fosse appena alzato. Eppure sono solo in questa camera da 72 ore.

Ore 17.16

Il ronzio del neon è mutato in due soli toni che si alternano. Se li traduco in 0 e 1 sembra una sequenza di dati.

Ho la sensazione che la stanza stia misurando me nello stesso momento in cui io la misuro.

Sessione serale

Ore 21.30

Ho spento la luce per testare la resistenza retinica.

Al buio la stanza non è nera come ci si aspetterebbe, ma una trama di pixel grigi che vibrano impercettibilmente senza un ordine apparente.

Ho calcolato la frequenza del battito delle mie palpebre: 1 ogni 5 secondi.

Ogni volta che riapro gli occhi i mobili si sono spostati di una frazione di millimetro verso il centro.

Distanza sedia-muro (nord): 198,4 cm (era 200 cm alle 09.00)

La stanza si sta contraendo?

Ore 00.12

Anomalia acustica.

Il silenzio ha un peso misurabile.

Rilevo un incremento di pressione di circa 0,05 bar sui timpani. Non è pressione d’aria, è attenzione.

Ho iniziato a sentire il rumore della mia pelle che sfrega contro l’aria. È un fruscio simile alla carta di riso. Non riesco a tenerne traccia per più di 2 secondi consecutivi. L’attenzione si disperde: vengo ingannato da una piastrella del pavimento che riflette una punta di luce grigia, la porta alle mie spalle che si irrigidisce, il soffitto che scende come un presagio di annullamento asintotico.

Ore 02.35

Ho deciso di smettere di usare lo specchio. L’immagine riflessa ha un ritardo impercettibile. Deve aggirarsi su un numero molto piccolo. Potrei stimarlo intorno a 0,2 secondi.

Quando sbatto le ciglia, il me dello specchio le sbatte 0,2 secondi dopo. Credo che stia prendendo appunti su come imitarmi meglio.

Soggetto 302 | Protocollo I | Giorno 4

Approfondimento crisi speculare

Ore 03.04

Ho ripreso a usare lo specchio. L’anomalia del riflesso ha superato la soglia di tolleranza statistica.

Ora il ritardo ha raggiunto uno scarto che nessuna variabile ambientale può giustificare.

Quando distolgo lo sguardo dallo specchio, noto con la coda dell’occhio che la mia immagine finisce di girare la testa quasi con 1 secondo di ritardo rispetto a me. Ne deduco che mi stia deliberatamente imitando.

C’è un altro significativo dettaglio: la midriasi. Se metto a fuoco da vicino, le mie pupille si restringono, le sue restano dilatate. Nonostante la luce sia la stessa, il riflesso non mostra alcun segno di fastidio, io invece sento gli occhi bruciare. Stimo una dilatazione superiore del 15%. In biologia questo può indicare: interesse, eccitazione, paura o caccia.

È la prova definitiva. Lui non è me. È un osservatore posto dietro una superficie riflettente che attende solo un mio errore di calcolo.

Chi lo ha messo lì?

Ore 03.15

Ho neutralizzato la variabile: ho oscurato lo specchio con la coperta, fissandola ai bordi con del nastro adesivo telato. Il silenzio è cambiato immediatamente. È diventato ovattato, simile a quello che si percepisce sott’acqua.

Ore 03.40

La stanza sta continuando la sua manovra di compressione. Ho misurato la distanza tra le pareti laterali.

Misurazione precedente: 400 cm

Misurazione attuale: 382 cm

Scarto: 18 cm.

Nessun rumore di ingranaggi. Le pareti non scivolano, si addensano. L’aria è più solida. La concentrazione di ossigeno diminuisce, mentre i miei respiri saturano di anidride carbonica lo spazio sempre più esiguo. I calcoli indicano che a questo ritmo, tra 14 ore, il volume della stanza sarà pari a quello del mio torace.

Ore 04.00

Mi sono svegliato da un microsonno di 120 secondi.

Sono seduto sulla sedia al centro esatto della camera. La coperta è a terra. Non è scivolata, ma appare ripiegata, seppure con un volume disordinato. Lo specchio è nudo. La mia immagine è lì. Non mi guarda in faccia ma osserva il taccuino su cui sto scrivendo in questo preciso momento. Il me riflesso sorride. Ma io sento le mie labbra perfettamente serrate. Il suo sorriso è una curva parabolica che non rispetta le leggi della mia anatomia.

Sento il cuore che pompa più velocemente.

Battito cardiaco: 99 bpm

Sento fluire il sangue nelle vene. È un liquido caldo che trasporta molecole di provenienza incerta. Il mio occhio sinistro ha iniziato a battere una sequenza ritmata non prevedibile. Segnalo: reazione di attacco o fuga.

Ore 04.10

Ho provato a ricoprire lo specchio, ma le mie braccia sono troppo pesanti. La gravità della stanza sembra aumentata di circa 0,5g. Ogni movimento richiede un dispendio energetico superiore alla norma. L’immagine riflessa ha alzato una mano. Lentamente, ha appoggiato l’indice contro il vetro, dall’interno. Sul vetro reale è comparsa una macchia opaca. È condensa.

Le mie mani sono lungo i fianchi. La temperatura superficiale dello specchio è a 37,5°C.

È febbre.

Ore 04.15

Le pareti ora sono a 250 cm. La sedia è stata spinta dal muro che avanza verso lo specchio. Adesso sono così vicino al vetro che posso vedere i pori della pelle del mio io riflesso. Non sono i miei. La disposizione dei nei è speculare ma il modello non coincide. C’è un’anomalia del 3,5% nella mappatura dei tratti somatici. È in questo istante che parte il primo colpo.

Toc

A cui ne seguono altri due.

Toc

Toc

Provengono da dietro lo specchio.

Il mio riflesso non si è mosso e mi fissa. Le sue labbra si muovono senza emettere suoni, ma leggo il labiale. Sta contando con me:

Uno

Due

Tre

Ora la stanza è diventata così stretta che posso toccare entrambe le pareti con le braccia. Il freddo del muro, il caldo febbrile del vetro.

Qualcuno bussa di nuovo.

Questa volta i tonfi provengono dalla porta che adesso dista solo mezzo metro da me. Il cerchio si sta chiudendo. La statistica è finita.

Rimane solo la geometria del collasso.

Soggetto 302 | Protocollo I | Giorno 4

Collasso Dimensionale

Ore 04.19

Le pareti sono ormai una morsa inarrestabile. Lo spazio vitale si è ridotto a 0,8 metri cubi.

Per respirare sono costretto a sollevare il mento, l’aria è densa come resina. Davanti a me, a meno di 10 cm, c’è lo specchio. Il mio riflesso ha smesso di fingere. Non imita più i miei movimenti. Mentre io tremo per la mancanza di ossigeno, lui è immobile. Tiene le mani appoggiate contro il vetro interno, come ne saggiasse la resistenza.

Le pareti ora mi schiacciano le spalle. Il respiro è un lamento corto, una funzione meccanica che il mio corpo esegue per inerzia. Lo specchio è così vicino che il calore della mia immagine riflessa mi scotta la faccia. Il me dell’altra parte mi fissa. Non sbatte le palpebre. Ha ancora la mano sul vetro, esattamente dove io tengo la mia sulla maniglia della porta. Sento arrivare altri tre colpi secchi. Non ho scelta. Se resto qui diventerò un sottile strato di materia tra due pareti di cartongesso.

Afferro la manopola, ruoto il polso. Apro. Inciampo e cado sul pavimento.

Le fattezze sono quelle di un magazzino buio e polveroso.

Mi volto ansimante e guardo quello che ho appena lasciato. Le pareti della stanza alle mie spalle non ci sono più.

Non c’è una stanza. Non esiste nessuna stanza. Solo una grande scatola di legno e metallo alta 2 metri. Dalla scatola fuoriescono decine e decine di cavi elettrici che si diramano fin dentro al soffitto. Sopra la porta della scatola c’è una vetro-lavagna dove è stato segnato:

Soggetto 302 Camera di Percezione Privativa

Ore 04.24

L’uomo è in piedi davanti a me. Indossa un camice grigio e tiene in mano una cartellina plastificata. Mi guarda come si guarda un termometro.

Dati completi, dice a bassa voce. Scrive qualcosa.

Vedo l’intestazione: statistiche di disintegrazione della realtà.

Cerco di parlare, di chiedere dello specchio, delle pareti che si stringevano, ma la mia voce è un raglio secco. Indico la scatola. Lui sospira, annoiato.

La stanza non si è mai mossa, 302. Sono 16 metri quadri esatti. È la tua mente che ha cercato di occupare meno spazio per non essere vista. È un riflesso difensivo ordinario.

Ore 04.25

L’uomo si sposta lateralmente per lasciarmi passare verso l’uscita del magazzino. Ma io mi fermo. Guardo le pareti dietro di lui. C’è un grande specchio a muro usato probabilmente per la sicurezza. La mia immagine è ancora dentro la scatola. Il mio riflesso schiacciato contro il vetro con la faccia deformata dal terrore e le pareti che lo premono fino a fargli scoppiare i polmoni. Mi guarda con odio e picchia i pugni sulla superficie argentata. Guardo l’uomo col camice. Lui non vede nulla nello specchio.

Andiamo, dice buttando l’occhio sul suo orologio da polso. 303 sta aspettando il suo turno.

Guardo di nuovo lo specchio. Il mio riflesso è sparito. Al suo posto c’è un altro uomo. Deve essere 303 che sta entrando nella scatola.

Sento un dolore lancinante al petto. Mi tolgo la maglietta e vedo i lividi sulla pelle dello sterno. Sulla schiena ho quattro solchi verticali. Hanno la forma esatta delle venature del legno della sedia su cui sedevo. Sull’avambraccio la pelle è fredda e lucida. Al centro dell’estensore sporge un pezzo arrotondato. È perfettamente sferico. È la manopola della porta, uscita dalla mia carne come un tumore d’ottone. Non me ne sono mai andato. Sono solo il dato che la stanza ha espulso per fare spazio al prossimo.

L’uomo con la cartellina mi accompagna fuori dal magazzino. Sento un peso terribile. L’aria è fredda ma non mi procura nessun sollievo. A ogni passo che faccio, la maniglia di ottone sotto la pelle del braccio ruota in un click. Una serratura si apre da qualche parte nelle profondità dello stomaco. Mentre cammino inizio a contare i passi.

Uno

Due

Tre

Il marciapiede sembra farsi più stretto. Ogni passo pesa più del precedente.

Qualcuno bussa contro l’aria, proprio dietro la mia nuca.

Biografia

Gioia Conforti, coltivatrice di sogni, ama leggere i volti delle persone e le scritte sui muri.

Vive a Firenze con un’orchidea sempre diversa. I suoi racconti sono approdati su antologie e riviste: Favole e Fiabe, Racconti Toscani – Historica Edizioni; Antologia Giallo Festival (vincitrice 2019); Una storia al giorno, Cento Parole – L’Erudita; Varie antologie – Perrone Editore; Quindici sfumature di nero – Inchiostro noir; Pastrengo, L’irrequieto, Il Foglio Letterario, La rivista dei ragazzi, Micorrize, Lorem Ipsum Agenzia Letteraria, Fantastico!

Scrive perché è bello.

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