di Nicola Ianuale
In copertina: una scena tratta da Amore e guerra. Fair use/Wikipedia.
Nella filmografia di Allen, Amore e guerra è il Bar Mitzvah da cineasta, perché celebra l’emancipazione dai grandi maestri dello slapstick e l’ingresso in un’età “adulta” di drammi, filosofia e commedie brillanti.
Boris, classico protagonista alleniano nevrotico e occhialuto – questa volta spedito nel passato per giocare con la letteratura russa e i suoi cliché – è da sempre innamorato di Sonja, che gli preferisce il fratello Ivan, più forte e muscoloso. Ivan decide di sposare un’altra donna e Sonja, per ripicca, concede la propria mano a un venditore d’aringhe. Nel frattempo Napoleone ha invaso l’Austria e Boris è costretto ad arruolarsi nell’esercito dello zar, tra le cui fila diverrà per puro caso un eroe di guerra. Di ritorno dal fronte, ha una liaison con la contessa Aleksandrovna. Il di lei amante, offeso, lo sfida a duello, e Sonja – ora vedova – accetta di sposare Boris solo per farlo morire col sorriso. Ma la sfida non va come previsto: Boris sopravvive e Sonja convola a nozze controvoglia. Per ravvivare la sua esistenza monotona e incolore, quando Napoleone inizia la campagna di Russia, Sonja convince Boris ad andare a Mosca e uccidere l’imperatore. Fallito il piano, lei scappa e lui viene giustiziato.
È un film, Amore e guerra, che fa della trama alla Tolstoj uno specchietto per le allodole: dietro si nasconde un pastiche parodico fra Ingmar Bergman e Fedor Dostoevskij. Lo slapstick c’è ancora, ma è minimalista, ben dosato nel contrapporre al dramma della guerra la goffaggine di Boris alle prese con l’addestramento militare, o quando, nascosto in un cannone, viene sparato contro le tende di alcuni ufficiali dell’Armée, provocandone la resa.
Tolta la comicità visiva, ciò che resta è l’odissea verbosa di un eroe passivo, che subisce il contesto storico e l’influenza della moglie. Allen insiste sulla coppia disfunzionale, su lui che ama lei ed è disposto a snaturarsi pur di far colpo. “Assolutamente incredibile: essere giustiziato per un crimine che non ho mai commesso!”, dice Boris a inizio film. “Ma in fondo non siamo tutti su una stessa barca? Non è così per tutta l’umanità? Tutti alla fine vengono giustiziati per un crimine che non hanno mai commesso”. Boris accetta di ergersi a tirannicida per assecondare Sonja – non per ambizione, ideali di libertà o altro – e il crimine in questione ha un che di kafkiano: è la sola colpa di esistere, il suo essere vittima degli eventi.
Boris muore perché ama – non a caso il titolo originale è Love and death – ma nel mezzo c’è anche il grande tema per eccellenza, la religione, che innesca domande esistenziali come: Cos’è il delitto?, Cos’è il castigo?, Dio esiste?, E se non esiste, cosa c’è dopo la morte?.
Il trittico amore-morte-dio sarà d’ora in avanti una costante nella filmografia di Allen. Intanto, tocca a Boris fare delle sue disavventure una risposta, il che lo rende una sorta di cugino imbranato del Raskolnikov di Dostoevskij e dell’Antonius Block di Bergman, il cavaliere de Il settimo sigillo che gioca a scacchi con la morte. Ma Boris è diverso, ingenuo, non ha il carisma del primo e lo stoicismo del secondo. Poco prima dell’esecuzione compare un angelo nella sua cella. Verrai graziato dallo zar, dice, e Boris, credendogli, affronta beffardo un plotone che nessuno fermerà. Muore ingannato dalla religione, da qualcosa che dà speranza ma, a conti fatti, è solo un’illusione.
Così, nel finale, vediamo lui – proprio come Block ne Il settimo sigillo – danzare verso l’aldilà in compagnia della morte in falce e mantello. “Ho imparato qualche cosa dalla vita?”, dice nel monologo che dà la chiosa al film. “Solo che gli esseri umani sono divisi in due: mente e corpo. La mente abbraccia tutte le più nobili aspirazioni: come poesia, filosofia. Ma chi si diverte è il corpo. La cosa importante è non essere amari. Sapete, se viene fuori che c’è un Dio, io non credo che sia cattivo. Credo che il peggio che si può dire di lui è che fondamentalmente è un disadattato […]”.





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