di Marta Grima
editing a cura di Laura Calagna Bambini
Illustrazione: immagine realizzata con IA generativa dalla redazione
È successo tutto il 6 gennaio di tre anni fa. Fino ad allora eravamo stati una famiglia nella media: padre idraulico, madre contabile in un’autofficina, figlia – io – all’ultimo anno di liceo linguistico. Quella mattina ci siamo svegliati con il vialetto di casa ricoperto di bianco. E pure i marciapiedi, le strade, le macchine, gli alberi, la siepe dei vicini.
«Alfredo, corri! Ha nevicato! Paola!» ha urlato mia madre.
Ero già sveglia da un pezzo, in ansia per il rientro a scuola del giorno dopo. Ho raggiunto mia madre davanti alla finestra in cucina e ho guardato fuori. Ovatta, silenzio, freddo. Un briciolo di pace dopo una notte di caos e lenzuola arrotolate in fondo al materasso. La neve era caduta sui problemi, le preoccupazioni, il marciume. La mia mente era vuota, candida come i fiocchi compatti su cui si riverberavano i primi raggi del sole.
Mi sono avvolta nella coperta di pile e ho messo su il caffè, mia madre si è chiusa in bagno a guardare i reel su Facebook. Diceva che quello era l’unico posto in cui non la disturbava nessuno.
Stavo spalmando il burro sul pane quando mi ha chiamata nella sua camera. Blaterava che mio padre non si svegliava, che secondo lei era morto, gli era preso un infarto nel sonno.
«Guarda che respira», ho detto io.
«E allora perché non si sveglia?»
Abbiamo cominciato a schiaffeggiarlo, scuoterlo, tirarlo per i piedi. Niente. Non si muoveva e non si svegliava. Russava e basta. Mia madre ha preso un rosario dal comodino, si è inginocchiata e si è messa a pregare.
«Ma che fai, preghi? Chiamiamo la guardia medica, no?»
«Chiamala mentre io dico un rosario.»
«Suo marito è vivo e vegeto», ha detto il dottore dopo la visita.
«E perché dorme?» ha chiesto mia madre.
«Questo non lo so, dovrebbe fare degli esami neurologici. Adesso chiamo l’ambulanza per farlo portare in ospedale.»
«L’ambulanza? Lo portano via?»
«Per forza, signora.»
«Oh Dio mio!»
«Mamma, se no come fanno a fargli gli esami neurologici?»
Ma mia madre non si convinceva. Si è fatta promettere che l’avrebbero riportato a casa appena terminati gli accertamenti e ha detto un altro rosario.
Dopo che il medico se n’è andato ho finito il pane della colazione e sono uscita per una passeggiata. In giro si vedevano poche persone, tutte armate di pale e doposcì. In sottofondo solo i miei passi, il raschiare della plastica dura sull’asfalto e qualche parola scambiata tra vicini.
Respiravo forte, immaginavo l’aria gelida ghiacciarmi gli alveoli polmonari e poi ritrarsi di nuovo. La scuola sarebbe stata chiusa almeno per un paio di giorni, così aveva detto il sindaco in un comunicato stampa. Mi sarei dovuta rasserenare, ma di colpo preferivo tornare là, invece che stare con mia madre fuori di testa.
Mio padre è tornato a casa intorno alle otto. Il medico ci aveva avvisate che l’ambulanza avrebbe potuto tardare a causa della neve. Mia madre intanto si era imbottita di mandarini e aveva recitato tutti i misteri del rosario, con particolare attenzione a quelli del dolore.
I risultati erano tutti negativi: mio padre non presentava alcuna patologia. I medici non avevano idea del perché continuasse a dormire e di come fosse possibile che avesse sospeso i suoi bisogni primari, come mangiare, bere o fare pipì. Un’infermiera sarebbe passata mattina e sera a controllare le sue condizioni finché non si fosse svegliato.
Appena appresa la notizia mia madre è corsa in chiesa a ringraziare la Madonna, rimediando due scivolate e un livido sul ginocchio destro. Io ho osservato la pancia di mio padre fare su e giù, l’ho ascoltato ronfare e bofonchiare parole insensate, ho inalato l’odore di sonno di cui la stanza era impregnata. Poi mi sono chiusa in camera mia. Il Sindaco aveva diramato un altro comunicato stampa: le scuole sarebbero state chiuse tutta la settimana. Era mercoledì.
Ho chiesto la pala ai vicini e ho spalato anche io la neve sul vialetto e intorno alle macchine. Mio padre era stabile, mia madre passava il tempo pulendo, guardando i suoi reel e ascoltando rosari e messe in tv.
Si era inventata una nuova teoria: che mio padre avesse ingerito una grossa quantità di sonniferi per suicidarsi. Nonostante i medici le avessero detto che nel sangue non c’era traccia di farmaci, ha messo a soqquadro tutta la casa alla ricerca delle boccette, come le chiamava lei. Ovviamente non ha trovato nulla, e per rendere grazie alla Madonna ha preparato i cantucci alle mandorle e organizzato una sessione di preghiera a casa nostra, a cui hanno partecipato solo due sue amiche della parrocchia e la perpetua. Dopo le litanie mia madre si è scolata la bottiglia di limoncello che in teoria avrebbe dovuto offrire alle sue ospiti.
Aveva chiesto aiuto anche a me per le sue indagini e la sua seduta di supplica, ma ho accampato la scusa della neve che andava tolta. Il primo giorno ho spalato per mezz’ora. Sentivo le gocce di sudore colarmi sotto il pile, le braccia indolenzite, le gambe molli. Mia madre che gridava isterica facendo tremare le foglie cariche di fiocchi. Il secondo giorno ho spalato per un’ora. I canti ecclesiastici rimbombavano fino in strada. Il terzo giorno sono arrivata a un’ora e mezza, poi ho gettato la pala e mi sono buttata nella neve. Il freddo a contatto con il collo caldo mi ha provocato un brivido.
Fissavo le cime verdi degli abeti contro il cielo azzurro. Mio padre dormiva da più di sessanta ore, mia madre era al limite della pazzia, la teoria del suicidio mi si era attaccata al cervello e non voleva scollarsi. Però che bella la neve.
Nella notte tra sabato e domenica è caduta altra neve, le scuole sarebbero state chiuse altri tre giorni. Dopo colazione ho preso il diario per vedere quali lezioni stessimo perdendo e mi sono ricordata dell’agenda di mio padre.
L’avevo visto più volte scrivere su un piccolo quaderno che custodiva nell’ultimo cassetto del comò, sotto alle mutande e ai calzini. Lo faceva di nascosto, però io l’avevo sorpreso almeno in un paio di occasioni. Lui non ha mai saputo di essere spiato, e io ho sempre fatto finta di niente. Chissà che c’era su quel bloc-notes.
Io e mia madre l’abbiamo letto insieme, non ero stata abbastanza coraggiosa da aprirlo da sola. Temevo di scoprire qualcosa di spiacevole su mio padre, il numero di telefono di un amante uomo o un’amante donna, la confessione di un reato, l’indirizzo di una famiglia segreta.
«Vediamo che nascondeva quello stronzo!» ha esclamato mia madre mentre me lo strappava dalle mani.
11 aprile
Oggi ho stappato due lavandini. Ma che ci butta la gente? A pranzo sono tornato a casa e mia moglie ha rotto i coglioni come al solito perché mi sono seduto a tavola con i panni sporchi da lavoro. Appena ho ingoiato l’ultima pennetta mi sono alzato e me ne sono andato. Ho fumato una sigaretta con la moglie di Bernardo fuori dal bar dove lavora. Prendo spesso il caffè lì. Anche perché Silvia ha delle belle tette. Però non è Lily. LILY SOLOMON. Lily Solomon. Che bel nome! Nessuna è come lei.
14 aprile
Stanotte ho sognato Lily. Usciva da un supermercato e mi veniva incontro sorridendo con due buste della spesa. La aiutavo a caricarle in macchina e me ne andavo. Ero così felice. Ma perché non posso stare con Lily Solomon?
Sul volto di mia madre era calata l’oscurità già alla seconda riga. Sembrava che pompasse fumo, tanto soffiava forte quando espirava. I mesi da aprile a dicembre li abbiamo sfogliati velocemente, avevamo fretta di arrivare ai giorni subito subito prima del sonno.
1 gennaio
Buon anno Lily, dovunque tu sia.
3 gennaio
Sono contento di non lavorare in questi giorni, anche se in casa non so che fare e con mia moglie mi annoio. Parla sempre di morti, malattie, messa. Che palle. Non vuole mai andare da nessuna parte. A me piacerebbe andare al cinema, fare due passi in centro, cenare o pranzare fuori. Spesso mi immagino a fare queste cose insieme a Lily. Che bello sarebbe! Ma so che non succederà mai.
Quella era l’ultima annotazione. Per scrupolo abbiamo ripercorso anche gli altri mesi, ma gli argomenti erano sempre gli stessi: lamentele su mia madre e sul lavoro e allusioni a Lily Solomon. Neanche una volta mio padre mi aveva menzionata in quella specie di diario segreto.
Finita di leggere l’ultima pagina mia madre è corsa in camera e ha preso mio padre a schiaffi. Pezzo di merda, adesso te la do io Lily Solomon o come si chiama, figlio di una buona donna, stronzo, bugiardo. È andata avanti così per dieci minuti buoni, poi si è fermata, mi ha guardato e ha detto: «Trova quella puttana su Facebook e scrivile. Chiedile chi è e che legame ha con tuo padre».
Lily Solomon era una ragazza di poco più di vent’anni, commessa in un negozio di abbigliamento sportivo e capo degli ultras di una squadra di basket. Non riuscivo a concepire cosa potessero avere in comune lei e mio padre e soprattutto come si fossero conosciuti.
Mentre aspettavamo una risposta al messaggio mia madre non faceva che telefonare alle amiche, alle cugine, alle mie zie. Diceva a tutti che mio padre si era preso una sbandata per una donna più giovane e che secondo lei si era riempito di farmaci per colpa di quella zoccoletta. Lo raccontava persino alle infermiere che venivano a controllare mio padre. Niente più messe e rosari. Io avevo ripreso a spalare la neve, anche se ormai non serviva più.
Di’ ad Alfredo che è uno psicopatico e che non voglio più sentir parlare di lui, nemmeno tra vent’anni!, ha risposto Lily Solomon dopo due giorni. L’ho mostrato a mia madre.
«Pure psicopatico! Ci mancava solo questo. Chissà che avrà combinato», ha detto, e ha iniziato a piangere.
Si è inginocchiata davanti ai ritratti dei miei nonni in salotto e ha attaccato con Padre nostro e Ave Maria.
Mio padre si è svegliato circa un mese dopo, l’8 febbraio. Io ero tornata a scuola, mia madre al lavoro. La neve ormai si era sciolta. Durante la cena ho sentito dei colpi di tosse diversi dal solito e ho abbassato il volume della tv.
«E fammi sentire! Adesso danno la soluzione», ha detto mia madre.
«Sss! Mi sa che papà si è svegliato!»
Ci siamo precipitate in camera, papà si stava stropicciando gli occhi. A fatica si è tirato su e ha acceso la luce. Si guardava intorno disorientato, sembrava non riconoscerci.
«Che è successo? Quanto ho dormito?» ha chiesto.
Mia madre gli ha dato un ceffone.
«Sei uno stronzo! Chi cazzo è Lily Solomon?»
Biografia
Marta Grima vive a Pesaro, ha 34 anni ed è una giornalista e libera professionista nel campo del marketing e della comunicazione con la passione per lo sport. Recensisce libri per la rivista Il Rifugio dell’Ircocervo e da febbraio 2025 cura una rubrica settimanale su Substack intitolata Al margine. Ha pubblicato racconti sulle riviste L’Equivoco, CrunchEd, Scomoda, TerraNullius, biró, Stanca, Grande Kalma, Blam!, Gorilla Sapiens Finzioni, Risme, Enne2, Nido di gazza, Smezziamo, Narrandom, Poetarum Silva, L’ora del tè, Kairós, Sottopasso e La fuga. Per la rivista La fuga cura anche un video podcast mensile chiamato Le mille e una fuga.





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