di Marco Marra
Editing a cura di Laura Calagna Bambini
In copertina: Nure-onna (illustrazione tratta dal Gazu Hyakki Yakō di Toriyama Sekien, 1776)
Lasciai Tokyo nell’ottobre del 1872, e mi trasferii a Kamakura. Ricordo che, la prima volta che misi piede nella cittadina marittima, l’aria mi parve ferma come un lenzuolo steso su un corpo che non respirava più: immota, densa, carica di attese mai svelate, triste. Il santuario di cui sarei diventato custode era un piccolo scrigno di legno annerito dal tempo, incastonato tra pini, ciliegi, speroni di roccia scoscesa, lanterne di pietra. Era ubicato a pochi passi dalla costa, lì dove le onde sembrano tutt’oggi mormorare segreti atavici. Il mio predecessore era scomparso senza proferire parola e il sacerdote che mi accolse non fornì nessuna spiegazione a riguardo. Disse solo che era stata una sua scelta e che non gli era capitato alcun tipo di disgrazia. Me lo disse – lo ricordo troppo bene – con occhi bassi e voce impastata di timore.
La cittadina, o ciò che ne rimaneva dopo i fatti che avevano determinato la fine dello shogunato, era attraversata da un silenzio che si manifestava più nelle ombre che tra i vivi.
Una delle prime cose che feci fu passeggiare sulla spiaggia che dava sull’isola di Enoshima. Me ne aveva parlato una ragazza che avevo amato in gioventù, ben prima di intraprendere la scelta di noviziato. Mi colpì la chiusura della comunità dei pescatori: le barche, imputridite da alghe mefitiche appiccicate sia a poppa che a prua, restavano adagiate sulla sabbia ed erano prigioniere di reti inutilizzate e ammassate alla bell’e meglio. I pescatori avevano lo sguardo sempre fisso verso l’orizzonte. Si muovevano in silenzio tra le piroghe e le cianfrusaglie abbandonate sulla riva, avvolti in mantelli che sembravano trattenere il salmastro. I loro volti, scavati e ombrosi, erano segnati da rughe antiche quanto le onde e nessun sorriso e nessuna parola rompeva il velo pesante del loro mutismo. Camminavano lenti, a passi esitanti, e sprofondavano tanto da far pensare che la sabbia stessa si opponesse al loro incedere. Avevano occhi grandi grandissimi troppo-grandi e spenti e riflettenti il peso di segreti mai confessati, come se fossero stati testimoni di qualcosa di ineluttabile e proibito oltre la linea della scogliera. Ogni gesto era carico di un’inquietudine senza perché e il silenzio tra di loro – lo ripeto perché era davvero incredibile – era più denso della foschia che avvolgeva le case. Ebbi la sensazione che fossero nient’altro che anime prigioniere di un’attesa, simile a quella che grava sulle antiche famiglie perseguitate dagli yōkai, rassegnate e consapevoli della propria condanna. Nessuno di loro osava parlare dell’alba. Temevano – o almeno così mi pareva – che il mare, in ogni istante, potesse reclamare ciò che gli spettava. Nessuno tra di essi, mi riferì una tra le miko del tempio, osava prendere il largo prima che il sole raggiungesse lo zenit. Per di più, i vecchi del villaggio evitavano il mio sguardo, mentre le donne più anziane tacevano nemmanco la lingua fosse divenuta troppo pesante per rompere l’incantesimo del luogo.
Le prime notti furono difficili. Il mio sonno era tormentato e una strana inquietudine mi avvolgeva dal tramonto all’alba. Una sera, prima dell’aurora, stanco di girarmi e rigirarmi nel futon, risalii il piccolo promontorio dietro il santuario. Il sentiero si inerpicava tra speroni di roccia e zufoli di ortensie e glicini. Il terreno era irregolare e invaso da radici e muschi e licheni, e dovevo prestare attenzione a causa della pendenza e della nebbia che saliva dal mare. Attraversato il boschetto di ciliegi, mi arrestai nei pressi di una spianata circolare e lì rimasi in compagnia di una quiete assoluta interrotta solo dal fruscio delle foglie contrastanti la brezza.
Fu allora che la vidi per la prima volta, a est, di là dall’isola e dal mare: la nuvola era lì, informe e impalpabile, che emergeva dalle acque. Pareva priva di consistenza, eppure i suoi contorni davano la sensazione di essere rigidi e concreti. Fluttuava sopra il mare, sfiorando le barche abbandonate e i battelli semidistrutti, proiettando ombre semoventi incoerenti insopportabili-alla-vista.
Sembrava respirare, gonfiandosi e sgonfiandosi nemmanco fosse un mastodontico polmone di nebbia, e dalle sue spire si distaccavano filamenti lattiginosi che scivolavano sulle onde tentacolando qua e là come impazzite. La sua superficie mutava in silenzio, ora liscia e traslucida ora increspata, quasi a suggerire la presenza di un nucleo vivo, di un battito segreto pulsante di vita. Ogni tanto, all’interno della nuvola, intravedevo lampi opachi: occhi senza pupille che sembravano scrutare, bocche spalancate in grida demoniache, arti intenti in contorsioni amorali e assurde.
Sciamava lentamente e senza produrre alcun suono. Là dove s’arrestava l’aria pareva incresparsi sino a turbinare e a deformarsi – sì, l’aria stessa si deformava – in sagome contorte che rifuggivano la luce dell’imminente mattino. Avevo l’impressione che la nuvola si nutrisse della paura, che si ingrossasse a ogni battito accelerato del mio cuore, che si rinforzasse a ogni mia espressione di stupore.
Rimasi inchiodato sul posto, incapace di distogliere lo sguardo da quella presenza innaturale. Lei – la nuvola –, incurante della mia esistenza, si fermò per un istante sopra una delle barche: la sua ombra si insinuò tra le assi e per un attimo riuscii a osservare i legni torcersi presi da una strampalata agonia quando un gemito profondo, a metà strada tra il rantolo di una ningyo e il gorgoglio del mare, rifuggì dal ventre della notte. Più fissavo quella massa informe e più mi sembrava che al suo interno dimorassero visioni abissali senza fine e che ogni sua pulsazione portasse con sé un’eco di follia, come se un intero oceano di incubi fosse pronto a riversarsi sulla terraferma e a inghiottire tutto ciò che c’era.
Feci rientro presso il tempio. Avevo paura. Passò del tempo. Domandai.
Dapprima mi rivolsi alle miko e ai sacerdoti di rango inferiore, dopodiché – non avendo ottenuto che silenzi ambigui o frasi sconnesse – indagai rivolgendomi direttamente ai pescatori e agli abitanti delle case più prossime al santuario: ottenni disprezzo, ingiurie, persino minacce.
Ogni notte insonne risalivo la stradicciola che s’inerpicava sulla montagnella e, ogni notte, la stessa scena si ripeteva. La nuvola si sollevava e, danzante sopra le acque, si dissolveva prima che il sole lambisse l’orizzonte. Con il passare del tempo constatai qualcosa di interessante: nessun pescatore e nessuno in generale osava uscire in quelle ore: le porte delle case restavano sprangate, le finestre cieche, le barche ancorate. Con il passare dei giorni, la mia mente divenne prigioniera di un’inquietudine corrosiva. Nelle smorzate ore di sonno, sogni di occhi senza volto e bocche che sussurravano parole in lingue dimenticate mi costringevano a risvegli tremanti e turbolenti e improvvisi. Nel corso delle mie passeggiate sentivo un’eco strana risalire dal mare e un odore pestilenziale di alghe marce m’impregnava le vesti ogni volta che facevo rientro al santuario. I giorni trascorrevano infausti e l’irrequietezza si faceva sempre più sinistra e invadente, tanto da compromettere le mie preghiere e il mio lavoro presso il tempio.
Così, da un giorno all’altro, decisi di far fronte alle cose una volta per tutte e, durante quell’indimenticabile alba colma di presagi, presi la decisione di spingermi sino alla riva. Ricordo una bislacca e impossibile sensazione d’irretimento e quel richiamo oscuro e irresistibile che faceva breccia dentro di me a mo’ di seduzione tetra concupiscente non-scacciabile. Ancora adesso, mentre butto giù queste righe, le mani tremano al ricordo: ogni passo affondava nella sabbia troppo in profondità e la sabbia stessa era una carne viva pronta a opporsi al mio avanzare, e la foschia… …quella tremenda foschia… …ricordo che danzava intorno a me tessendo arabeschi febbrili e folli e insani e squilibrati e dementi. Avanzavo a tentoni in quella nebbia corrotta quando cominciai a distinguere, poco più in là, i contorni di una figura umana. Immersa nella penombra, c’era una donna: il suo volto era antico e bellissimo e il suo corpo era snello e femmineo eppure, più avanzavo e più qualcosa in quella silhouette iniziava a disturbare il mio sguardo e i miei sensi tutti.
Avvicinandomi, notai che le sue membra si allungavano e si torcevano con una mostruosità innaturale, il collo era snodato e si protendeva verso la nuvola simile a un serpente famelico. Il viso, che inizialmente m’era parso languido e dolce, era dominato da occhi vuoti ed esangui e sfibrati che riflettevano la luce livida del mattino a mo’ di specchi d’oltretomba, mentre la bocca lasciava filtrare un sibilo che pareva provenire da un mondo annegato nella sconsideratezza. Un brivido mi percorse la schiena quando riaffiorò alla mente il ricordo di alcune stampe di ukiyo-e che avevo osservato tempo prima: raffiguravano uno yōkai dal collo smisurato, un mostro in grado di osservare ambienti e cose da angoli umanamente impossibili, protagonista di leggende antiche. A onor del vero, avevo sentito narrare di creature simili miriadi di altre volte ma le avevo considerate tutt’al più credenze o allegorie, ma ora, davanti a quella visione, il riflesso di quelle storie si manifestava in un’insopportabile realtà. Mentre ripercorrevo quelle memorie, vidi la donna innaturale allungare il collo, flessuoso malleabile serpentesco, verso una delle lanterne che rischiaravano il pontile. La sua lingua, biforcuta sottilissima umidiccia rancida lunga lunghissima troppo-lunga, leccò avidamente l’olio di ogni singola lanterna sino a estinguerne la fiamma e precipitare l’ambiente in un buio fitto e impenetrabile. Nel silenzio assoluto che seguì, l’unica cosa ancora distinguibile era lo squittio fastidioso emesso dalla creatura e poi, quegli occhi. Quegli occhi terribili che erano due globi lucenti sospesi nell’oscurità, carichi di una promessa di terrore senza nome, antico quanto il mare e inesorabile quanto la morte.
Dopo pochi concitati attimi, come per effetto di una legge oscura e innaturale, la creatura-donna-demone ruppe il suo immobilismo giacché, senza alcun preavviso, un tremito visibile percorse la sua figura contorta: il suo collo si agitò, serpeggiando nell’aria pesante, e il corpo prese a muoversi a zig-zag lungo i bordi marci della banchina. Gli arti si piegavano in angoli impossibili, risuonando di schiocchi irritanti e spiacevoli, mentre la pelle del collo si attorcigliava su sé stessa in squame sempre più strette. Si udiva un rantolo strozzato e penoso, e ogni spasmo sembrava più disperato del precedente quasi a testimonianza di un terrore che le imponesse di auto-annientarsi pur di non affrontare l’orrore in arrivo. Gli occhi, enormi sgranati opalescenti, roteavano nelle orbite con movimenti frenetici riflettendo la luce lattiginosa della foschia in sprazzi zeppi di follia. Le sue mani, dalle unghie nere e scheggiate, si torcevano nel tentativo di afferrare il proprio stesso collo giraffoide mentre il busto veniva trascinato a scatti, a mo’ di marionetta sottoposta al comando di fili invisibili. Il suo volto, già distorto dall’angoscia, si deformava ulteriormente istante dopo istante, e la bocca non faceva che spalancarsi in un’espressione che era al tempo stesso urlo e silenzio. Ogni muscolo appariva teso allo spasimo, e persino l’ombra che la creatura proiettava dietro di sé sembrava contorcersi e annodarsi fino a essere fagocitata dalle assi fradice e dalle pozze acquitrinose e limacciose e inzaccherate, lì sulla banchina.
Poi realizzai che lo yōkai – tutt’oggi m’interrogo sulla natura dell’entità di ciò che vidi e, ancora, non riesco a trovare una nomenclatura più idonea di questa. A dire il vero, tutt’oggi, mi domando se non mi sia immaginato tutto. Se tutto non sia stato frutto della mia suggestione. Quanto lo vorrei. Sì, quanto vorrei che fosse così! – non rifuggiva dalla mia presenza, né dall’irrompere dei primi albori e nemmanco dal buio pesto che affliggeva l’orizzonte.
La vera causa si rivelò alla mia percezione quando la nuvola riemerse dal mare, ingigantendosi in un vortice scintillante luccicante luminescente intensissimo fiammeggiante ardente non-possibile. Il cielo sopra il porto si fece ancor più scuro e impenetrabile, come se la nuvola stessa aspirasse la luce nella volontà di essere l’unica realtà visibile nell’intero cosmo. E sulle acque: solo una luminescenza malata a filtrare tra i vapori. Le spire lattiginose di quella nube malsana si protendevano verso la riva, sfiorando le barche e ricoprendo ogni cosa di una patina viscida e appiccicosa. Udii un lamento sinistro e mi voltai e vidi la creatura-donna-demone stringersi il collo in preda a convulsioni terrificanti. Dalla sua bocca eruppe un suono innaturale, simile a quello di ossa che si spezzano sotto il peso delle pietre o di una schiacciasassi. La creatura, il collo annodato su sé stesso e infiocchettato a bizzarra parodia di un batuffolo suicida, emerse dalle ombre sino a far perdere le proprie tracce immergendosi nelle gelide acque di là dall’apparizione. Ero incredulo e sconcertato, stavo assistendo a qualcosa di soprannaturale magico pazzesco strambo ridicolo illogico inaccettabile esecrato nefasto infame odioso spaventoso inenarrabile indicibile impossibile-da-mettere-in-dubbio-la-mia-razionalità. Avevo la sensazione che persino la banchina stesse sussultando sotto una pressione sovrannaturale e che l’aria si riempisse di colori paradossali e odori di alghe morte e ferro e che tutto non fosse altro che un promemoria del fatto che nell’abisso dormano paure che neppure gli spiriti osano sfidare.
Inaspettatamente, la nuvola, animata da una volontà innaturale e sconosciuta, iniziò a palpitare a intervalli regolari. Ogni pulsazione scuoteva l’aria e agitava il mare e dilacerava il terreno sotto i miei piedi, diffondendo un bagliore livido che si irradiava a cerchi concentrici sulle acque dilaniate e smembrate. Credo che quell’informe massa – ma questa riflessione che mi accingo a riferire è frutto di un’analisi fatta a posteriori rispetto all’accadimento dei fatti – fosse soltanto un involucro, un bozzolo vaporoso celante al suo interno qualcosa di troppo simile a una nave o a una biga o a un cocchio, un qualcosa venuto da mondi lontanissimi. Il suo cuore occulto non smetteva di pulsare e io, tanta che fu la paura che m’invase, intentai una fuga rocambolesca: senza mai voltarmi, con il cuore in gola e il fiato mozzato, corsi disperatamente lungo il sentiero scosceso, la mente travolta dall’angoscia che mi suggeriva di non guardare, di non cercare spiegazioni, di non porre mai più domande. Solo la promessa illusoria della sicurezza che avrei trovato presso il tempio riuscì a guidare i miei passi, mentre dietro di me la nuvola continuava la sua danza insensata, la sua coreografia d’incubo, il suo monologo indifferente alieno maligno.
Ho temuto, per un tempo incalcolabile, di essermi spinto troppo oltre e che i fatti di quella notte mi avrebbero perseguitato per sempre – e in un certo senso non mi sbagliavo – ma optai per vivere una vita fatta di noncuranza: non indagai, non domandai, non approfondii ulteriormente. Non ho mai cercato riposta alle troppe domande che attanagliano la mia mente e non ho mai più rivolto lo sguardo all’orizzonte celeste nelle ore che precedono il dilucolo, proprio come i pescatori e gli abitanti e le miko e tutti gli altri. Perché ho scelto, solo ora, di rivelare quanto accaduto – e ancora accade, ne sono convinto – nei pressi della meravigliosa baia di Kamakura? Sono vecchio e malato e il ricordo mi sta corrodendo, s’è possibile, quanto se non più del timore di ciò che vidi allora. Spero che un giorno qualcuno possa essere più coraggioso e scaltro di me e che possa dare una spiegazione razionale agli strani fatti di cui sono stato testimone. Ma temo che una persona del genere non sia ancora nata. Certe verità non sono fatte per essere comprese dalla limitata mente umana. Certe verità, se guardate con gli occhi della ragione, non possono che far vacillare ogni consapevolezza sino a condurre verso il baratro della follia. Certe verità, non smetterò mai di dirlo, è meglio che restino sommerse. Lì, nell’abisso tetro e insondabile, della baia di là da Kamakura.
Biografia
Marco Marra, classe 1989, è nato a Napoli. Ha pubblicato, insieme a Gerardo Spirito, la trilogia de Il macabro nel Sud Italia (Edizioni Horti di Giano, 2020/2022), il cui ultimo volume ha vinto il premio Ulthar 2023 alla seconda edizione di Libri da Yuggoth – fiera antesignana dell’attuale Marginalia. Per la stessa casa editrice ha inoltre curato gran parte delle antologie Terrorea e collaborato alla realizzazione di un graphic novel. Ha pubblicato la novella L’avversario per La Nuova Carne e contribuito, sempre per La Nuova Carne, alla sesta uscita della rivista Massacro con un racconto d’ispirazione salgariana. Alcuni suoi brani, inoltre, sono stati inclusi in antologie per Dagon Press, D Editore e Vintura Edizioni. Altri suoi scritti sono apparsi su Nazione Indiana, Malgrado le mosche, Gelo, L’appeso, Blam!, Metatron, Stanca, Ustorylab.
È tra i fondatori e redattori di Calvario Rivista.





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