di Nicola Ianuale

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: foto di Gabriele D’Annunzio e Eleonora Duse (immagini prive di copyright, modificate dalla redazione)


Al teatro Balbo di Torino il titolo in cartellone – La signora del mare di Henrik Ibsen – appare quasi come una postilla a piè di pagina in confronto a quel nome, Eleonora Duse, che solo a leggerlo fa trasalire il pubblico. Dodici anni sono trascorsi da quando la più grande attrice del suo tempo illuminava i teatri di tutto il mondo.

Sul finire del XIX secolo, con gli spettacoli ancorati ai vecchi schemi del passato – gesti innaturali, pose rigide, testi obsoleti – Eleonora aveva carpito la necessità di un cambiamento. Scenografia ridotta all’essenziale, niente trucco e abiti leggeri, per muoversi meglio ed enfatizzare le sue tipiche movenze sinuose.

Nonostante recitasse solo in italiano, tutti la capivano. Il suo principale mezzo di comunicazione era il corpo, un linguaggio universale, alla stregua delle attrici del cinema muto. Precedevano le battute: pause, pianti e lunghi silenzi, camminate nevrotiche sul palco, gesti semplici o eclatanti come sedersi, accasciarsi per terra, strappare le tende o unire le mani in preghiera e portare le dita alle labbra.

È il 5 maggio del 1921. Si spengono le luci. Porte chiuse. Silenzio in sala, ingresso e ovazione. La Divina è tornata a incantare.

Il debutto e i primi successi

Eleonora nasce a Vigevano il 3 ottobre del 1858, da due attori di una compagnia itinerante del nord Italia. Esordisce sul palcoscenico a quattro anni, interpretando Cosette in una riduzione teatrale de I miserabili. Seguono altri ruoli infantili e, a dodici anni, sostituisce la madre malata in Francesca da Rimini di Silvio Pellico, guadagnandosi il plauso dei colleghi come enfant prodige della recitazione.

Il suo viaggio verso la maturità artistica ha inizio a diciassette anni. Cambia diverse compagnie e, nel 1879, entra nella Compagnia Semistabile di Cesare Rossi. Lavorare a stretto contatto con l’affermata collega Giacinta Pezzana le permette di maturare un suo personalissimo stile recitativo. Diventa prima donna della compagnia e, il 7 settembre del 1881, sposa il collega Tebaldo Marchetti, padre della sua unica figlia Enrichetta.

Nel 1882, assiste per la prima volta a uno spettacolo della celebre Sarah Bernhardt, di quattordici anni più grande. Vedendo i tormenti dei suoi personaggi – tutte eroine della letteratura francese – Eleonora capisce che deve ampliare i propri orizzonti con testi nuovi, come La signora delle camelie di Dumas figlio o i drammi di Ibsen.

Sempre nell’82, dopo uno spettacolo a Roma, un giovanotto le si avvicina con la proposta di una notte di passione. Il suo nome è Gabriele D’Annunzio e, pur rifiutando, la Divina annota sui suoi diari: “Già famoso e molto attraente, con i capelli biondi e qualcosa di ardente nella sua persona”.

Per rivedersi dovranno aspettare sei anni. Intanto, nel 1883, incanta il pubblico con la trasposizione teatrale di Cavalleria Rusticana. Il confronto con il verismo di Verga è la sua prova del nove, una scommessa vinta che spiana la strada verso la consacrazione.

La relazione con Boito

Nel 1885, il matrimonio con Marchetti entra in crisi durante una tournée in Sudamerica. Eleonora fa i bagagli e torna in Italia per fondare una sua compagnia col nuovo compagno Flavio Andò. Nemmeno questa unione è destinata a durare e, a febbraio del 1887, inizia una tormentata relazione artistica e sentimentale con il librettista Arrigo Boito, che si impegna a tradurre e adattare opere con eroine femminili fatte su misura per la Duse. Se sul palco il sodalizio funziona, nel privato, i due amanti non vanno per d’accordo. Lui è schivo e riservato; lei ha un carattere inquieto, teatrale, volutamente drammatico, con repentini cambi d’umore e alterni momenti di gioia, inquietudini, turbamenti, malattie (vere o immaginarie), scatti d’ira e crisi isteriche.

Un perfetto riassunto della Divina lo farà il suo amico Giuseppe Giacosa: “È un’egoista che ama la sofferenza. […] È una donna-tormento delle più indovinate. […] È un delizioso strumento di tortura per quelli che le vogliono bene (e fin qui siamo alla regola) ma più per se stessa”.  

Nel 1888, Eleonora e D’Annunzio si vedono per la seconda volta. Lei è al teatro Valle di Roma; il poeta la intercetta sulla soglia del camerino e le grida: “Oh grande amatrice”. La Divina lo ignora e fa finta di nulla.

A partire dal 1889, si impegna in una tournée internazionale che la porta in Egitto, Russia, Austria e Stati Uniti. Nel 1892, proprio nel Nuovo Mondo il Vate le spedisce una copia autografa delle sue Elegie romane. In prima pagina spicca la dedica che la farà capitolare: “Alla divina Eleonora”.

Galeotto fu il libro…

Ormai è fatta, perché, in giro per il Nordamerica, l’attrice si immerge nella lettura delle opere di D’Annunzio. Al suo ritorno in Italia accetta di incontrarlo a Venezia. È il 1894; nelle prime lettere all’amante, la Divina scrive: “Vedo il sole e ringrazio tutte le buone forze della terra per avervi incontrato”; “Ieri sera ci siamo detti buon giorno così bene! Vi ricordate? […] Io, forse, saprei dirvi buon giorno ogni giorno”.

Ha così inizio la relazione fra due influenti personalità del tempo. La Duse e D’Annunzio sono una delle prime “coppie da gossip” e, nei salotti o sui rotocalchi, non si farà che parlare di loro sia sotto il profilo privato sia sotto quello professionale. Sì, perché fra loro c’è un patto, un’alleanza artistico-sentimentale in cui entrambi vogliono attingere al talento del partner per dotare l’Italia di un teatro nazionale.

Almeno fino al 1898, però, D’Annunzio è costretto a rivaleggiare con Boito, a cui Eleonora continua a scrivere senza chiudere definitivamente. Eppure, la Divina sembra innamorata e decisa a portare in scena il teatro dannunziano, cosa che, di fatto, non sempre avverrà.

La prima opera della discordia è La città morta, messa nero su bianco dal Vate nel 1896. Dapprincipio, la Duse si dice entusiasta di interpretarla, salvo poi defilarsi – in uno dei primi esempi dei suoi continui cambi d’idea – accampando scuse legate a precedenti vincoli contrattuali. La realtà dei fatti è che D’Annunzio vuole il controllo assoluto sull’opera, ovvero metter bocca su regia, sceneggiatura e scenografia; cose su cui la Duse è abituata ad aver sempre l’ultima parola. È uno scontro di caratteri e ambizioni. La Eleonora donna è un turbinio di passione; la Duse attrice non vuole essere seconda a nessuno, nemmeno all’amato.

Nel 1897 accontenta il partner e porta in scena il dramma ad atto unico Sogno d’un mattino di primavera, ma, nel 1898, proseguono i tentennamenti sulla La città morta e, per il debutto previsto a Parigi, D’Annunzio offre la parte alla rivale Sarah Bernhardt. Anche se Eleonora accoglie la notizia come un affronto, la relazione va avanti e, uscito di scena Boito, il poeta si trasferisce nella villa della Capponcina, a pochi passi dalla Porziuncola, la dimora fiorentina della Duse.

La tappa successiva del sodalizio è La Gioconda, che debutta a Palermo il 15 aprile del 1899, questa volta con Eleonora protagonista. L’opera viene poi rappresentata con successo in giro per l’Italia, ma più cresce il plauso di pubblico e critica più si ingigantiscono i malumori della Divina, che proprio non riesce ad accettare la convivenza fra il suo talento recitativo e la penna di D’Annunzio.

A maggio, il Vate è al limite della sopportazione. I capricci della partner non accennano a diminuire e nella lettera a un amico scrive: “Per me, per l’amica, nessuna gioia. Dopo la rappresentazione ho passato alcune ore delle più tristi e tragiche della mia vita. Ella è presa da una specie di demone cattivo che non le dà tregua. La più profonda tenerezza, la più pura devozione non valgono! Ella vede da per tutto, intorno a sé, la menzogna e l’insidia. La dolce creatura diventa ingiusta e crudele contro sé e contro me, senza rimedio”.

La vendetta de Il fuoco

Per un po’ D’Annunzio abbandona il teatro e torna a dedicarsi alle composizioni in versi; un cambio di rotta ben accolto dalla Duse, che in un raro momento di autocritica sincera ammette quanto il sodalizio artistico sia stato finora infruttuoso per colpa sua.

Per rimediare, promette di includere La Gioconda nella sua tournée in Germania; promessa, come al solito, non mantenuta. Stufo dei continui voltafaccia dell’amante, il Vate si vendica sul suo campo – la letteratura – e, a marzo del 1900, pubblica Il fuoco, un romanzo autobiografico in cui descrive in modo poco lusinghiero la relazione con la Duse.

Lei non si oppone, anzi, a un amico che la prega di fermare il libro risponde: “Ho autorizzato la stampa perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta, quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana: e poi, ho quarant’anni e amo”.

Il fuoco esce senza problemi e, fra le sue pagine – attraverso frasi come “disperata d’aver perduto fin l’ultimo vestigio della sua giovinezza e paurosa di ritrovarsi sola in un deserto cinereo” o “l’orrore e il disgusto del suo corpo non più giovane” – il pubblico legge dello sfacelo fisico della più grande attrice dell’epoca.

Per D’Annunzio è un successo su tutti i fronti, una rivincita sentimentale e professionale che mette la compagna con le spalle al muro. Amici e conoscenti – inclusa la fedelissima Matilde Serao, sua grande confidente – la invitano a troncare, ma la Duse non lo fa sia perché è innamorata sia perché non ha la coscienza a posto. Finora ha fatto da carnefice e, in un certo senso, Il fuoco la sprona a mantenere la promessa di dedicarsi al teatro del compagno.

L’evento ha comunque ripercussioni. Tornano i malumori e, se fra il 12 e il 13 maggio, mentre è a Londra, scrive “Ti dissi che è necessario che una parola sia detta fra noi. Eccola: fine. […] Tu solo mi hai condotta a questa parola”, appena sei giorni dopo torna sui suoi passi: “Forse ho sofferto non poco, troppo in questi ultimi tempi, e ho urlato “basta” ma oggi sento e comprendo che dicendo “basta” né io, né te, dolce mio dolce, potremo guarire . […] Il genio di te sarà l’arma che tutto spezzerà e vincerà”.

La figlia di Iorio

Nonostante tutto, la coppia prosegue il suo percorso artistico e, nel 1901, la Duse accetta di interpretare La città morta in Italia, dov’è ancora inedita, e la tragedia Francesca da Rimini. Visti i successi, i tempi sono maturi per calare l’asso del capolavoro, ovvero La figlia di Iorio, ma, anziché dirsi entusiasta, la Divina inaugura il preludio alla rottura.

Anche se l’opera è come al solito stata scritta per lei, anche se si è sempre dichiarata disposta a servire appieno la “causa comune”, Eleonora adduce questioni di natura economica per rifiutarsi di produrla. In effetti, sul lato finanziario non si è mai tirata indietro, spesso indebitandosi fino al collo pur di assicurare la messa in scena dei drammi del compagno. Questa volta, la Divina è categorica. D’Annunzio, allora, si rivolge alla compagnia di Irma Gramatica, rivale della Duse e più giovane di lei di nove anni. L’attrice non la prende bene, ma il Vate le strappa comunque la promessa di interpretare il ruolo da protagonista almeno per la prima milanese del 2 marzo del 1903, per poi partire per una tournée in Russia e lasciare il posto alla Gramatica.

I giornali si scatenano. Tiene banco questa curiosa – e insolita – diatriba sull’attrice protagonista, e D’Annunzio è visto come un carnefice che, per tornaconto personale e pubblicitario, sta facendo parlare dell’opera attraverso il duello Duse-Gramatica. I rotocalchi, però, non sanno i retroscena, ovvero che il risentimento di Eleonora aumenta all’approssimarsi del debutto.

Febbraio è il punto di non ritorno. Pur di defilarsi dalla messa in scena, inizia per via epistolare la recita di un dramma parallelo, il suo, attraverso una finta malattia che la starebbe costringendo a letto in una stanza di hotel a Genova. D’Annunzio, impegnato a Milano con le prove, commette il grave errore di non assecondarla e di non recarsi lì per far rientrare la situazione.

In una lettera del 25 febbraio, Eleonora dà il via alle danze: “A Roma, hai trovato modo d’andare (per la quarta volta!) e non un’ora da chi ha rischiato la morte qui, sola, e […] ha buttato l’anima sua per la tua sorte! Ah! Va. Va. Dio ti salvi da te stesso! […] Fa conto che io sono morta veramente, e per te Dio ti salvi di non trovarti mai solo e infranto in una stanza, così, com’io nello stesso terrore!”.

D’Annunzio non solo non abbocca, ma passa al contrattacco e accusa la compagna di star mentendo per venir meno all’impegno preso.

Il giorno dopo, la Divina si difende così: “Bisogna che io parta di qui. […] M’hai rotta. Il senso “umano” si è smisuratamente oltrepassato. In te e a questi colpi di redine non so più resistere. La bocca fa sangue! Non puoi, non puoi aiutare le anime che ti amano! […] Dove andrò, cosa farò ignoro! Purché mi si metta in treno e possa andarmene di qui!”.

La Duse fa i bagagli e va a Roma, dove nel frattempo c’è anche la nuova amante del Vate, la nobile Alessandra di Rudinì. Di lei, in realtà, non ha paura. Partendo dalla premessa che la relazione fra i due divi ha sempre avuto una connotazione “aperta” da ambo i lati, la Duse è convinta che la di Rudinì sia solo l’ennesima infatuazione passeggera del compagno. Finora ha chiuso un occhio senza problemi, perché l’unica cosa inviolabile è il loro patto, ovvero proprio quell’unione artistica che adesso sta venendo meno.

Arriva il 2 marzo e Milano ricopre di onori D’Annunzio e la sua creatura, La figlia di Iorio, magistralmente interpretata da Irma Gramatica; a Roma, invece, la Duse assiste inerme a una sconfitta su tutti i fronti. Se da un lato il compagno non crede alla sua malattia, dall’altro sa di aver rifiutato per capriccio un ruolo vincente.

Il lungo addio

Non le resta che leccarsi le ferite e, all’indomani della prima, implode in una lettera d’addio: “Hai vinto! […] Possiamo dirci addio. E questo ti dico: addio. […] Impara che mentire non è possibile nell’ora della prova solenne fra i cuori. La menzogna si svela. Tu hai mentito con me, e io lo so. E Tu non hai saputo usare il vero. E oggi ti dico: addio. […] Tu m’hai accoppata. E con che arte! La tua! […] Mai più l’anima mia toccherà la tua. Mai più l’attimo che brilla dagli occhi negli occhi ed è la vita. Mai più la ritroverò in me per la mia anima. Siamo due, ma io morta”.

Tempo qualche giorno, fa un passo indietro e ammette la finta malattia di Genova. Per suggellare il ritorno alla normalità e il rinnovo del sodalizio artistico – ancora una volta promesso e non mantenuto – D’Annunzio la sprona a interpretare La figlia di Iorio al debutto romano di aprile, cosa che, nonostante il sì iniziale, non avverrà.

La loro relazione arriva al capolinea a luglio, quando Eleonora rinuncia per sempre al suo ruolo di interprete dannunziana: “Ho aspettato a lungo prima di scrivere questa parola: orribile. […] Ciò che teneva ancora in pena l’anima mia s’è perso, in me, fuori di me. […] Rimane la dura vita di tutti i giorni, che esige e vale la forza, che apprende di giorno in giorno come riparare ad un disastro materiale così grave e incerto a governare, così pesante a riparare, fra tanto buio, e fra tanta durezza”.

D’Annunzio risponde: “Tu hai vissuto accanto a me per anni ed anni. […] E veramente, dunque, dopo tanta vita e sì diversa tu giungi verso di me a questa parola: “orribile”? […] E proprio tu mi credi colpevole, tu che adori la Natura e le sue leggi? Il bisogno imperioso della vita violenta, della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza, mi ha tratto lontano da te. E tu, che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime dinanzi a un mio movimento istintivo come ti commuovi dinanzi alla fame di un animale o dinanzi allo sforzo d’una pianta per superare un muro triste, tu puoi farmi onta di questo mio bisogno? Ma, dalla mattina in cui ebbi la gioia d’incontrarti, fino a questa ora desolata, io non ho avuto in me un pensiero e un sentimento che non fossero e che non siano di devozione, di ammirazione, di riconoscenza, d’infinita tenerezza verso l’anima tua. Tu, invece, mi hai sospettato di continuo e mi hai abbassato e mi hai creduto […] un nemico scaltro! Ti sei ingannata. Te lo dico, in verità. E non dispero che tu riconosca l’inganno. […] Un intermediario inopinato […] mi comunicò il tuo proposito di rinunzia totale e definitiva all’arte mia. Perdonami se nego alla tua rinunzia il mio consentimento. Poiché tu sei la sola rivelatrice degna di un grande poeta”.

Infine, con questa lettera datata intorno al 17 luglio, la Divina mette fine alla relazione col Vate: “Se io cerco fissare la verità, e mi sforzo di comprendere la tua legge, ti consiglio di non svisare la mia. […] Lascia la spada e la penna quando mi pensi. Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. […] Ci siamo uniti per essere divisi. […] Non parlarmi dell’impero, della ragione, della tua “vita carnale”, della tua sete di “vita gioiosa”. Son sazia di queste parole! Da anni ti ascolto dirle. Non ti posso seguire interamente, né interamente comprendere. […] Parto di qui domani. A questa mia non c’è risposta”.

Gli anni della guerra

Dopo l’addio, Eleonora si concentra anima e corpo sulla carriera. Alle soglie dei cinquant’anni, è ancora una delle interpreti più osannate, ma è anche stanca, malata e senza alcuno slancio vitale. Il 25 gennaio del 1909 sale sul palco di Berlino con La signora del mare di Henrik Ibsen. È il suo ultimo spettacolo prima del ritiro.  Tempo qualche mese e si fa vivo D’Annunzio. Ha scritto una nuova opera, Fedra: non immagina nessun’altra attrice degna d’interpretarla, se non lei.

Eleonora è categorica: “Lavorare per Gabriele D’Annunzio non mi sarà mai più possibile. […] Tutte le corde furono rotte. […] Sia silenzio, dunque fra noi”.

Lontana dal sipario, si appassiona al cinema muto e, nel 1916, recita in  Cenere. Sarà un’esperienza traumatica – non si troverà a suo agio senza un pubblico a cui rivolgersi – e il grande schermo non vedrà mai altre performance della Divina.

Intanto, gli echi delle imprese di D’Annunzio giungono alle sue orecchie. La Duse s’informa presso amici in comune e, quando lo scopre, il Vate annota questa frase nei suoi taccuini: “Nessuna donna mi ha mai amato come Ghisola. Né prima né dopo. Questa è la verità, lacerata dal rimorso e addolcita dal rimpianto”.

Il giorno stesso, il 23 settembre del 1917, le scrive una lettera e riallaccia i rapporti. Senza i rancori di un tempo, ciò che resta a entrambi è il ricordo della loro vita insieme e, in un carteggio a metà fra due amici intimi e due perduti amanti, con toni molto affettuosi parlano della guerra e del futuro.

Il Vate le racconta delle azioni di guerra che lo hanno visto protagonista e ribadisce di aver sempre portato con sé un anello con i due smeraldi di cui gli ha fatto dono la Duse in passato. 

Negli anni del conflitto, Eleonora viaggia molto, fa visita ai soldati feriti e sostiene economicamente le famiglie dei caduti. Nel 1920, ormai sul viale del tramonto, si trasferisce ad Asolo e medita un ritorno in scena.

Cala il sipario

Il 5 maggio del 1921, il pubblico di Torino la riaccoglie a braccia aperte e D’Annunzio le fa pervenire un mazzo di fiori con la promessa d’incontrarsi presto. Il tête-à-tête ha luogo a Milano nel giugno del 1922, a diciotto anni dall’ultimo e fra i tumulti di un’Italia prossima al fascismo.

Non sappiamo cosa accadde di preciso, ma è bello immaginare che la Duse si sia congedata con questa lettera di cui non si hanno elementi certi per risalire alla data: “Io sento tutta e tutte le forze che straripano in te, e non so andare a nuoto con te, per l’acqua fonda. Sei tu il più forte. E sia. Che io sia la più fida. Vale? Non so. Io sento (e quanto) l’incanto nell’arte che tu stesso sai creare e donare a te stesso! Goditi il dono”. 

Ha così inizio l’ultimo capitolo della sua vita. Il 29 ottobre del 1923, si imbarca per una tournée negli Stati Uniti ma, ai primi successi, fa seguito la comparsa di una polmonite. Si esibisce per l’ultima volta a Pittsburgh il 5 aprile del 1924. Quella sera ha tosse e febbre alta e, al calar del sipario, le sue condizioni si aggravano. Si spegne il 21 aprile all’età di 65 anni. Leggenda narra che, saputa la notizia, il Vate abbia detto: “È morta colei che non meritai”. Negli anni successivi, vivrà nel di lei culto, coprendo con un velo nero prima di iniziare a scrivere un busto della Duse presente al Vittoriale. Morirà senza sapere che la perduta amante aveva scritto: “Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto, perché ho amato”. Parole che racchiudono la vera essenza della Divina. Sul palco come nel privato, a Eleonora Duse importava solo questo: la perfezione delle imperfezioni, che ogni emozione fosse sincera e passionale.

Fonti

Eleonora Duse / Gabriele D’Annunzio, Come il mare io ti parlo. Lettere 1894_1923, Francesca Minnucci (a cura di), Bompiani, Milano, 2014

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