di Nicola Ianuale

editing a cura di Pietro Nunziata

Illustrazione: foto di Marius Jacob, illustrazione d’epoca di Arsène Lupin (immagini prive di copyright, modificate dalla redazione)


Un settantacinquenne – volto piccolo, dai tratti duri, segnati da anni e anni di reclusione – giace sdraiato accanto al suo cane. Sono entrambi morti.

È la sera del 28 agosto 1954. L’uomo che ha appena messo fine alla sua vita, portando con sé l’amato cane Negro, anch’egli malato, è un anziano amato e rispettato da tutta Reully, piccolo paesino francese dove ha trascorso i suoi ultimi anni.

Ma l’uomo che ha appena messo fine alla sua vita è anche una figura leggendaria dell’anarchismo, un punto di riferimento, oltre che probabile fonte d’ispirazione per Arsène Lupin, apparso per la prima volta nel 1905 fra le pagine della rivista Ja Sais Tout.

Era di estrazione sociale povera. Aveva fondato una banda di scassinatori le cui gesta rimbalzavano da un giornale all’altro. Era un ladro gentiluomo, un Robin Hood. Saldi principi prestati all’illegalità politica.

Quarantanove anni prima, dinanzi al tribunale chiamato a giudicarlo, aveva stupito tutti con un accorato discorso sulla società. Un J’accuse anarchico dal retrogusto ironico.

Ora, di lui non resta che un ultimo messaggio: un bigliettino lasciato per accomiatarsi con la classe che l’ha sempre contraddistinto – in punta di piedi, senza clamore – da un’esistenza leggendaria. 

Verso l’anarchismo

Alexandre Marius Jacob nasce a Marsiglia il 29 settembre del 1879, da Joseph Léon Jacob e Marie Élizabeth Berthou. Suo padre, originario dell’Alsazia – territorio francese fino al 1871, poi annesso alla Germania –  è un marinaio che ha dovuto reinventarsi fornaio. Trasmette la passione ormai sopita per il mare e per i viaggi al figlio. Marius cresce in una povertà felice e spensierata. Legge Jules Verne, sogna l’avventura. A tredici anni, Marsiglia è troppo piccola per le sue ambizioni.

Si imbarca come mozzo e viaggia su più navi fino a Sidney. È la sua prima occasione di studiare le disparità di classe. Entra in contatto con i ricchi del primo ponte, con i passeggeri umili, con i marinai e con gli schiavi stipati nelle stive. In Australia cambia: passa su quella che crede essere una baleniera. In realtà è un vascello pirata che lo rende, suo malgrado, testimone di razzie e omicidi.

Anni dopo, davanti ai giudici, sintetizzerà questa esperienza con la frase: “Ho visto il mondo e non è bello.”

Torna a casa nel 1897, ed è subito costretto a letto da una febbre contratta in mare. Passa il tempo a leggere testi anarchici in cui intravede una risposta alle sue domande. Si unisce al movimento e frequenta i circoli. Pur di passare all’azione medita di costruire un ordigno. La polizia lo scopre e lo arresta, relegandolo in prigione per sei mesi. Marius approfitta della pena per riflettere sul suo passato e il suo presente: elabora così una forma nonviolenta di anarchismo.

Il “furto politico”

Tornato a piede libero, fatica a reinserirsi nella società a causa dell’ostracismo della polizia, che vorrebbe assoldarlo come informatore. Ogni volta che Marius trova un lavoro onesto, le forze dell’ordine rivelano al datore la sua fedina sporca.

A Marius non resta che reagire. È un anarchico, ma ripudia gli spargimenti di sangue. L’azione dovrà passare per vie traverse, per il “furto politico”.

Mette a segno il primo colpo il 31 marzo del 1899. Insieme a tre complici si traveste da poliziotto e si presenta al banco dei pegni di Marsiglia, Le Mont de Piété, per investigare su un presunto orologio rubato. In realtà vuole punire il titolare perché lucra sulla povera gente, costretta a ipotecare i propri beni per tirare avanti.

L’uomo va nel panico e ci casca. Dopo aver aiutato i finti poliziotti a inventariare la merce, viene arrestato e condotto in commissariato. Lì, Marius e i suoi complici svestono la divisa e scappano con la refurtiva. I poliziotti – quelli veri – e il titolare del banco dei pegni realizzeranno solo ore dopo di esser stati gabbati.

L’episodio suscita ilarità in tutta la Francia, ma per Marius questa è ancora una fase embrionale della sua carriera criminale. Il 3 luglio del 1899 finisce di nuovo in manette e, per evitare il carcere, si finge pazzo. I giudici credono alla messinscena e lo spediscono in un manicomio di Aix-en-Provence, dove incontra un infermiere anarchico che lo aiuta a fuggire. Insieme alla sua compagna Rose Roux – anarchica anche lei – si trasferisce a Montpellier e prende in gestione un negozio di ferramenta che gli permette di svolgere “attività didattiche”. Marius ordina quanti più modelli possibili di casseforti e, prima di rivenderli, ne studia i meccanismi.

Les travailleurs de la nuit

All’alba del nuovo secolo fonda la banda Les travailleurs de la nuit. Non si sente un leader, ma detta poche, semplici regole. Il furto è un atto politico, di protesta. Si ruba solo ai ricchi, a chi sfrutta la povera gente, non a chi esercita professioni utili alla società. I loro bersagli saranno nobili, membri del clero, impresari, padroni. Insegnanti, medici, artisti o artigiani, no.

La refurtiva sarà un bene comune. Marius e i suoi tratterranno solo lo stretto indispensabile. Il resto andrà devoluto ai poveri e alla causa anarchica.

Niente violenza. Mai uccidere se non per difendere la propria incolumità e libertà. In caso di estremo pericolo, solo poliziotti, niente civili.

I travailleurs entrano in azione… e sono già leggenda. In tre anni, dal 1900 al 1903, mettono a segno circa 105 colpi (a processo gliene saranno imputati 150), tutti spettacolari.

Marius è, sì, uno del popolo, ma non un volgare ladruncolo. Ha studiato, è esperto nel travestimento, è audace, ingegnoso, sempre pronto a osare. Con lui il furto si eleva a opera d’arte.

Sa che quando si avvicina una persona, i rospi emettono un certo verso, quindi li usa come “palo”. Per capire se una casa è libera, infila un fogliettino nella porta; se il giorno del colpo è ancora lì, vuol dire che gli inquilini sono fuori città. Per introdursi in un appartamento occupa quello al piano di sopra e perfora il pavimento fino a farci passare un ombrello. Con un sistema di funi, poi, l’ombrello si apre e si chiude, spostandosi anche in verticale, per raccogliere i detriti e consentire ai travailleurs di allargare il passaggio senza far rumore.

La Francia (e i francesi) non sono i suoi unici bersagli. Marius valica i confini della patria e si spinge fino a Montecarlo, Italia, Belgio e Spagna. Ne subiscono le conseguenze l’appartamento a Spa della regina Maria Enrichetta d’Asburgo-Lorena e il casinò del Principato, “sbancato” grazie a un attacco epilettico simulato per distrarre i croupier.

Oltre al danno, la beffa. Marius usa la sua vena ironica per firmare ogni colpo con bigliettini sempre più fantasiosi.  “Dio dei ladri, cerca i ladri fra coloro che hanno rubato agli altri”, scrive nella notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1901, dopo aver ripulito la chiesa di Saint-Sever a Rouen.

Usa sempre il nome “Attila”, ma – fedele ai suoi principi – sa quando fermarsi e fare ammenda. Una volta crede di star svaligiando la casa di un perfido capitano di fregata. A metà colpo, realizza di essersi introdotto nell’abitazione di Pierre Loti – scrittore francese classe 1850 – e rimette tutto a posto lasciando un messaggio di scuse. 

Essendo entrato per sbaglio in casa vostra, non posso prendere nulla da chi vive della sua penna. Ogni lavoro merita la sua ricompensa.

Attila

P.S. Allego dieci franchi per la finestra rotta e la persiana danneggiata.

L’arresto, il processo e la prigionia

Il 21 aprile del 1903 le forze dell’ordine sorprendono Marius e i suoi in una casa di Abbeville. Uno dei travailleurs uccide un poliziotto e ne ferisce un altro. Il giorno dopo vengono tutti rintracciati e arrestati. È la fine della banda che ha impoverito mezza Europa abbiente.

Il processo a Marius Jacob ha inizio a marzo del 1905 ad Amiens. Ora che tutta Francia sa chi è il geniale fondatore dei travalleurs, Marius conta di portare avanti la sua battaglia per via traverse. I riflettori sono su di lui; i giornalisti assiepati fuori il tribunale aspettano solo di riportare ciò che accadrà.

È la sua grande occasione, e la sfrutta all’insegna di quell’ironia colta che lo ha sempre contraddistinto.

Marius sorride al giudice, lo sbeffeggia e lo affronta a spada tratta, senza indietreggiare, col mento all’insù e la sicurezza di chi è in possesso di una morale irreprensibile. Quando gli chiedono perché durante un furto ha rubato una laurea in giurisprudenza, risponde: “Stavo già preparando la mia difesa”.

Quando descrivono un furto con scasso, interrompe e dice: “Per mandare le persone in prigione o al patibolo sei competente, non lo nego. Ma quando si tratta di furto con scasso non sai nulla. Non mi insegnerai il mio mestiere”.

Il processo è una partita a scacchi fra lui e la società corrotta, un megafono – gentilmente fornito dallo Stato – per esplicitare la sua dottrina. Lo scacco matto si consuma nel monologo finale. Incalza gli alti esponenti della “legalità”, critica il sistema, riduce la legge a uno scontro ideologico. 

[…] Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola.

Avete chiamato un uomo: ladro e bandito, applicate contro di lui i rigori della legge e vi domandate se poteva essere differentemente. Avete mai visto un ricco farsi rapinatore? Non ne ho mai conosciuti. Io, che non sono né ricco né proprietario, non avevo che queste braccia e un cervello per assicurare la mia conservazione, per cui ho dovuto comportarmi diversamente.

La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro. la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare: i suoi muscoli, il suo cervello, possiedono un insieme di energie che deve smaltire. Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. Il diritto di vivere non si mendica, si prende. Il furto è la restituzione, la ripresa di possesso. Piuttosto di essere chiuso in un’officina come in una prigione, piuttosto di mendicare ciò a cui avevo diritto, ho preferito insorgere e combattere faccia a faccia i miei nemici, facendo la guerra ai ricchi e attaccando i loro beni.

Comprendo che avreste preferito che mi fossi sottomesso alle vostre leggi, che operaio docile avessi creato ricchezze in cambio di un salario miserabile, e che, il corpo sfruttato e il cervello abbrutito, mi fossi lasciato crepare all’angolo di una strada. In quel caso non mi avreste chiamato “bandito cinico”, ma “onesto operaio”. […] Vi ringrazio molto di tanta bontà, di tanta gratitudine. Signori! Preferisco essere un cinico cosciente dei suoi diritti che un automa, una cariatide.

Dal momento in cui ebbi possesso della mia coscienza, mi sono dato al furto senza alcuno scrupolo. Non accetto la vostra pretesa morale che impone il rispetto della proprietà come una virtù, quando i peggiori ladri sono i proprietari stessi.

[…] Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato.

Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del furto dell’altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto sarebbe impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale.

Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché tutto appartiene solamente a qualcuno. La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti.

Viene condannato ai lavori forzati a vita nel bagno penale della temibile Guayana francese, dove passa i primi sei mesi incatenato alle caviglie e a regime di pane e acqua.

Anche in condizioni disumane, Marius non si perde d’animo. Legge, aiuta i compagni, si tiene in contatto per via epistolare con sua madre e, per un certo periodo, anche con Rose, prima che la compagna muoia senza averlo più rivisto.

Passa lì ventitré anni, di cui undici in isolamento per i reiterati tentativi di evasione, ben diciotto, sempre con metodi diversi e fantasiosi, costruendo zattere di fortuna o ingerendo medicinali per fingersi morto.

Gli ultimi anni

Torna in Francia nel 1928, graziato per intercessione del giornalista Albert Londres. La lunga detenzione lo ha fiaccato nel corpo, ma non nello spirito. Si trasferisce a Reully insieme a sua madre e alla nuova compagna Paulette. Nella tranquillità del nuovo paesino, dedica molto tempo alla stesura delle sue memorie – pubblicate nel 1950 – e continua a manifestare la fede anarchica, collaborando al giornale Le Libertaire, diretto da Louis Lecoin.

Nel 1941 muore sua madre; nel 1950 un cancro gli porta via anche Paulette. Marius invecchia solo, in compagnia del suo fido cane Negro e dei bambini del paese, per cui ogni tanto organizza delle feste.

Il 28 agosto del 1954 invita tutti per un ultimo pomeriggio insieme. Quando i bambini di Reully vanno a casa, Marius inietta a se stesso e a Negro una dose letale di morfina.

Nel suo ultimo messaggio non c’è la firma “Attila”, ma il tono ironico è lo stesso dei tempi andati.

Mi considero soddisfatto del mio destino. Dunque, voglio andarmene senza disperazione, il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore. Ho vissuto. Adesso posso morire.

P.S. Vi lascio qui due litri di vino rosato. Bevete alla vostra salute

Fonti

https://www.geopop.it/il-vero-arsenio-lupin-lanarchico-francese-alexandre-marius-jacob

https://www.anarcopedia.org/index.php/Alexandre_Marius_Jacob

https://www.huffingtonpost.it/cultura/2020/08/28/news/chi_era_alexandre_marius_jacob_l_uomo_che_ispiro_arsenio_lupin-5287879

https://fr.wikipedia.org/wiki/Marius_Jacob

https://www.ecn.org/filiarmonici/jacob-1905.html

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