di Laura Calagna Bambini
editing a cura di Graziana Patanè
Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa
La festa ha lo stesso sapore di un pasticcino congelato di fronte al quale ho sbavato mezz’ora in pasticceria. C’era la fila e ho aspettato il mio turno. Finalmente, l’inserviente mi allunga la mimosa, la mordo – felicissima – e, invece della morbidezza del dolcetto, sotto i denti incontro il ghiaccio. Mi hanno preso in giro. Non ho in mano una mimosa artigianale preparata con ingredienti freschissimi nella migliore pasticceria della città, ma uno scarto, recuperato dal fondo del freezer per fare cassa. Una truffa.
Come questa festa. L’illusione di felicità, confezionata benissimo per mascherare la realtà. L’ennesima prova che non dovevo fidarmi di loro.
Loro sono intorno a me, mi circondano come uno sciame di moschini: li intravedo e cerco un modo per fuggire, ma l’unica soluzione che ho per andare dall’altra parte è passarci in mezzo. Hanno in mano bicchieri di plastica del discount, che costano poco perché sono uno scarto dello scarto. Come la mimosa. Dentro hanno spritz già confezionato, i più fortunati, birra.
Io sono seduta in un angolo della sala, impossibilitata a scappare. Oggi è il compleanno di G., la mia unica amica ai tempi della scuola, e ha invitato come sempre ex compagni, amici e parenti. Solo per non darle un dispiacere sono tornata in mezzo a loro.
Loro chiacchierano, ridono, fanno battute. La zia di G. – un donnone sulla sessantina con le rughe accentuate dal fondotinta e un naso alla Cyrano – ha beccato il panino con il salame piccante, e non lo sapeva. Non le era stato detto fosse con quel salame lì. Starnazza l’informazione mancata che passa di bocca in bocca, un quarto d’ora a pontificare sul dramma.
Poco fa Trump ha annunciato senza un minimo di remora che è pronto a cancellare una civiltà. Forse non potrò prendere un aereo quest’estate, forse non servirà mai più prenderlo perché ad attendermi non ci sarà più nessuno, e forse mi salverò dal razionamento energetico perché ho la macchina a GPL e non a gasolio, che in fondo il gas possiamo tornare a comprarlo da Putin, che comunque abbiamo le basi NATO in Italia e forse, forse, almeno noi potremmo salvarci.
Stringo il bicchiere di gassosa, che mi sono versata da una bottiglia senza nome. La zia del piccante fissa con tanto d’occhi le mie dita, il gozzo che le balla sotto il mento, risale sul braccio, arriva fino al mio viso e ai miei capelli. Li trova diversi dai suoi, come tutti. Non mi riconosce nei suoi stilemi – la pelle e i capelli del mediterraneo non saranno mai quelli del mio mare – e arriccia le labbra in una smorfia. Una volta, lo sguardo di questa cara signora mi avrebbe fatto male.
I miei vecchi compagni non parlano la mia lingua, non l’hanno mai fatto. Hanno un codice che una volta, quando ero costretta a starci insieme, avevo imparato a tradurre simultaneamente. Ronzano nel loro dialetto e non gli interessa nemmeno esprimersi in italiano, non gli importa comunicare con me. Io rappresento l’altro – qualcuno che viene da fuori – la straniera. Sono molto fieri della loro chiusura. Ne hanno fatto un simbolo di riconoscimento.
L’atteggiamento mi feriva. Volevo che mi vedessero, che parlassero con me e che mi considerassero una di loro. Mi sono sforzata di imparare la loro lingua, ne ho studiato per mesi l’accento, l’intonazione, le elisioni, le storpiature. Ma è stato inutile. Non sarei mai stata parte di loro.
La signora mi fissa ancora, le do le spalle e faccio un sorso. La gassosa è stata l’unica cosa bevibile che abbiamo trovato quando con G. siamo riuscite ad accostarci al tavolo. L’hanno accerchiato, spintonandosi come uno stormo di galline quando gli getti un tozzo di pane.
G. ha insistito tanto per farmi venire e io non le ho detto di no solo perché è sempre stata l’unica del branco a ragionare con la testa sua e non con quella del paese.
«Hai visto chi c’è?» sibila V., la bulla. Mi scosto e cerco un altro posto, non ho voglia di sottostare ai suoi giochi. Mi fa pena, come all’epoca mi faceva rabbia e smuoveva dentro di me un profondo senso di ingiustizia. Lei è nata bianca con il padre imprenditore edile, ricca e viziata. A scuola era una di quelle ragazze eccessivamente magre che piacevano tanto alla pop culture post anni ’90 e andava molto di moda tra i nostri compagni, peccato che non aveva mezza forma e sfogava la frustrazione per quel suo corpo piatto con me. La signorina mi prendeva in giro perché, al contrario, io ero grassa e avevo tette e fianchi. Ho pianto tanto a causa sua. Adesso mi rendo conto di come fosse la realtà, all’epoca faceva male.
Qualcuno accende la TV, c’è un servizio sullo Stretto di Hormuz e mi faccio attenta. Mancano un paio di ore all’ultimatum. Mi guardo intorno per vedere se a qualcun altro interessa, ma sono impegnati a discutere sul grado di cottura del grano nella pastiera.
Quando la scuola è finita e ho vinto la borsa di studio, sono fuggita da questo paese e mi sono trasferita in una delle case per studenti vicino l’università. Sorpresa delle sorprese, V. si è iscritta alla mia stessa facoltà. Io però mi sono laureata, lei dopo dodici anni deve ancora finire gli esami. Ha anche le tette, adesso. E le labbra gonfie. Adoro questa cosa oltremodo.
Quantomeno, io sono dimagrita ma non ho mai avuto problemi con il mio corpo. Mi andava bene anche quello di prima. Mi va bene anche la ruga che ha iniziato a segnarmi la fronte, regalo dei trent’anni.
La sorprendo a fissarmi e stavolta ricambio. Arriccia le labbrone, abbassa lo sguardo e il bicchiere d’acqua che tiene in mano un po’ le trema. Acqua frizzante. Noto che ha ancora paura degli zuccheri.
Fa una cosa che non mi sarei mai aspettata. Si gira verso la televisione, si fa attenta e sgomita tra i questionanti del grano cotto per recuperare il telecomando. Lo punta verso lo schermo. Adesso lo spegne, penso. Invece, intima a tutti il silenzio. Alza il volume e le parole che escono dal telegiornale tornano ad attirare il massimo della mia attenzione.
Hanno firmato una tregua. V. e io ci guardiamo.
La mia civiltà è salva.
Biografia
Laura Calagna Bambini (classe ’95) è nata e vive ai piedi del promontorio del Circeo. Non potendo diventare avvocato del Diavolo, dopo la laurea in Giurisprudenza è diventata HR Recruiter. Ascolta solo l’opera e il rock psichedelico e ha una passione smodata per gli animali ridicoli. Suoi racconti sono apparsi su varie riviste tra cui Bomarscé, Calvario, Scomoda, L’appeso e Topsy Kretts. È redattrice delle riviste Scomoda, Metamorphosis ed Enne2. Nel 2023 ha vinto il Premio Speciale Under30 del Torneo IoScrittore. A volte si prende pure sul serio.






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