di Chiara Gottardo

editing a cura di Nicola Ianuale

Illustrazione: immagine realizzata dalla redazione con IA generativa


Ho capito abbastanza presto cosa essere donna comportasse, anche se non per mia volontà: avevo tredici anni, ero piatta e lunga come una canna di bambù, indossavo pantaloncini di jeans, una maglietta con su scritto “Campo estivo 2010” e dei sandali ai piedi. Non che una di queste informazioni sia in alcun modo rilevante. 

Mi trovavo in Sicilia con la mia famiglia, ospite dai parenti di giù: era agosto, casa loro al tempo non aveva i condizionatori e pure gli elettrodomestici sudavano. Più volte durante il giorno dovevo aprire il freezer per refrigerarmi la faccia; mia sorella stava sdraiata sul letto, cercando di fare meno movimenti possibili con un siberino per chiappa. Pertanto, andare a uno schiuma party quella sera mi sembrò un’idea favolosa: almeno l’acqua mi avrebbe rinfrescato mentre ballavo con i miei amici al suono di musiche progressiste come Il ballo della casalinga. Ma a quell’età di sessismo non ne sapevo niente. Così come anche tutte le ragazze attorno a me che cantavano a squarciagola il ritornello “se scopa se spazza, devienta una pazza” immerse in schiuma fino alla giugulare. Nonostante fossi alta per i miei tredici anni, più volte durante la serata temetti di lasciarci la pelle per quanto sapone mi finiva in gola, facendomi soffocare. Per fortuna un mio amico, nei momenti esatti in cui pensavo di esser lì lì per morire, mi estraeva dalla schiuma con la mano a mo’ d’artiglio meccanico, come fossi un peluche. 

Mentre cercavo di ballare a ritmo di Danza Kuduro, ancora speravo di possedere il dono della coordinazione, mi sentii all’improvviso percorsa da un brivido, innaturale visto il caldo della serata: una mano mi stava accarezzando la schiena fino al culo. Le dita si soffermarono sulla chiappa destra, disegnando come dei cerchi, per poi affondare le unghie nella carne fino a farmi male. 

Mi guardai intorno ma il sapone mi appannava la vista; cercai invano, a tastoni, di agguantare il braccio da cui la mano doveva pur provenire: come era sbucata, così era sparita. Tentai allora di farmi spazio in mezzo alla coltre bianca di schiuma, nella duplice impresa di non scivolare e tenere la testa alta per respirare, e finalmente scorsi il mio amico qualche metro più in là: dovevo essermi allontanata senza accorgermene; mi chiese come mai piangessi, e gli risposi che il sapone mi bruciava gli occhi. Continuai a ballare in quello che, a guardarlo in retrospettiva, fu un vero e proprio atto di stoicismo. In realtà, cercavo di afferrare a piene mani la schiuma e strofinarmela addosso per consumare ogni strato della mia pelle fino a rimanere un piccolo involucro senza forma. Un po’ come Ötzi, quella mummia che ero andata a vedere in gita a Trento con la scuola. Ero lercia, sudicia, immonda. Non riuscii a guardarmi allo specchio per una settimana, e sentivo la mia chiappa destra in fiamme ogni volta che mi sedevo. 

L’anno dopo, grazie a internet scoprii Chatroulette. La possibilità di conoscere altri ragazzi fuori dalla nostra scuola, soprattutto fuori dalla provincia veneta, sembrò a me e le mie amiche la cosa più elettrizzante al mondo. C’eravamo date appuntamento a casa di una di noi dopo scuola per fare merenda, almeno così avevamo detto ai nostri genitori. La mia amica, eletta a guida spirituale per il mero fatto d’esser stata l’unica ad aver toccato il pisello di un nostro coetaneo, parlava con la gente online fra un panino alla Nutella e l’altro, mentre noi la osservavamo con timore reverenziale. Il numero di cazzi che vedemmo in quella mezz’ora fu nettamente superiore a quanti possa dire di averne visti nella mia vita di adulta sessualmente attiva. 

Fu proprio su quel computer che l’anno seguente la mia stessa amica, il cui status si era addirittura elevato grazie a una spagnola nel suo ventaglio di esperienze (anche se non ci credevamo molto vista la seconda scarsa di tette), accettò una richiesta d’amicizia su Facebook. Proveniva da un ragazzo che avevamo adocchiato a una partita di basket perché era, cito, un figo da paura, oltre ad avere dieci anni più di noi. Eravamo tutte insieme quando lanciammo un grido che neanche Gabriella prima del tiro a canestro di Troy Bolton: un messaggio del tipo in questione era apparso in chat. Ignaro del gruppo di consigliere che la mia amica aveva alle spalle, quello iniziò a chiederle qual era il suo piatto preferito, cosa indossava la sera come pigiama, di che colore erano le sue mutandine. Noi la incitavamo a rispondergli a tono con le più assurde zozzerie di cui nessuna sapeva davvero il significato. L’altro doveva essere parecchio eccitato dal chattare con una quindicenne, visto quanto insisteva a chiederle di vedersi alla prossima partita. Il volume delle nostre risate aumentava insieme all’imbarazzo; imbarazzo che eravamo però intenzionate a mettere da parte, perché non ci sembrava vero che una di noi avesse generato l’interesse di un ragazzo tanto più grande. Poi lui inviò una foto. Guardammo in apnea, gli occhi stupefatti, i pixel sgranarsi uno dopo l’altro: lentamente apparve lui, nudo, di fronte a una motocicletta. Il dettaglio del colore rosso acceso della moto mi rimase impresso a lungo.

A sedici anni mi trovavo in fila al supermercato, in mano un sacchetto di pomodori che mia madre mi aveva chiesto di comprare. Stavo rovistando nel portafogli in cerca di monete, quando – bip – vibrai in un sussulto, come l’articolo sul nastro scannerizzato dalla cassiera. Mi girai e capii la causa: un uomo mi fissava affamato. Non avrei saputo trovare un altro aggettivo. Mi vedevo riflessa nei suoi occhi, ma non mi riconoscevo. Uscendo di fretta dal negozio, passai di fronte a un macellaio e vidi, in vetrina, una mezza carcassa di carne appesa a un gancio, esposta allo sguardo dei passanti. La cassa toracica sviscerata era nuda e inerte. Premetti forte il sacco di pomodori contro il petto, e delle goccioline rosse macchiarono la mia maglietta bianca.

A diciassette anni le mie amiche avevano avuto le prime esperienze sessuali, condivise a beneficio di tutte. Molte non erano più vergini, e di sesso e di maschi se ne parlava con più cognizione di causa, per quanto potessimo averne a quell’età. Tuttavia, come se attraverso il mio corpo dovessi scontare il morso di Eva, ogni volta che percepivo lo sguardo non richiesto di un uomo provavo ancora una vergogna ancestrale. Un giorno mi trovavo al bar del paese con mia zia, quando il figlio di una sua amica entrò e decise di unirsi al nostro tavolo. Sedendosi, mi scannerizzò dalla testa ai piedi con fare soddisfatto, che neanche mio padre quando gli mostravo i voti sul libretto. Più volte, nel breve tempo di un caffè, tentò di mettermi la mano sulla coscia. La vergogna mi teneva il culo appiccicato alla sedia: non riuscivo a parlare o ad alzarmi; provai ad arretrare senza fare rumore, pregando che mia zia finisse il suo cappuccino prima di vedere un’altra delle bianche e tozze dita di lui strisciarmi addosso come un lombrico. Quell’uomo aveva cinquant’anni.

A vent’anni studiavo giurisprudenza a Bologna ed ero passata dalla consapevolezza alla rabbia. Ero furiosa, a dirla tutta. Allontanandomi dalla provincia veneta avevo scoperto un mondo che più mi somigliava, dove non solo mi sentivo capita, anzi, dove scoprivo che avevo ancora molto da imparare. Io e i miei compagni di corso passavamo intere serate in piazza Verdi a parlare di divario salariale, fomentati dalla birra Peroni a due euro. La prima volta che mi unii alla manifestazione dell’otto marzo rimasi senza voce per tre giorni: io e i miei amici cantavamo a pieni polmoni con altre migliaia di corpi liberi e sfrontati, e poco importava se ci perdevamo; bastava arenarsi sotto i portici per ritrovarsi e poi immergersi di nuovo nella folla. C’era una certa gioia selvaggia nel sentirsi parte di una rabbia collettiva. Parallelamente all’università, stavo ricevendo un’altra educazione, e Bologna era la mia maestra.

A ventidue anni feci uno scambio di sei mesi presso un’università in California. Fra i vari corsi possibili, scelsi Introduction to Gender Study. Le lezioni variavano dall’analizzare saggi di Angela Davis a chiedersi se depilarsi fosse una scelta libera o meno. Prima di intervenire avevamo la possibilità di esprimere il nostro gender e orientamento sessuale alla classe. La persistente fascinazione degli italiani verso gli americani sembrava non avermi risparmiato, complici anni di puntate di The O.C. e Gossip Girl: volevo assolutamente andare a un frat party, le feste delle confraternite che in televisione sembravano tanto cool. Così, un fine settimana, io e altri studenti ci imbucammo a una, e un ragazzo ci accolse chiedendoci se conoscessimo le cinque regole del consenso, the five pillars le chiamò. Di fronte alla nostra espressione confusa, nel tono di chi aveva già ripetuto il discorso molte volte, disse: «Consent is revocable, conscious, enthusiastic, ongoing, and verbal».

Poi indicò due ragazzi con braccialetti colorati ai polsi e ci spiegò che erano i Sober Bros, ovvero gli incaricati per la serata di offrire assistenza in caso di bisogno. La sua ultima frase fu: «If you see something, say something», e con queste premesse entrammo un po’ interdetti.

Solo più tardi venni a conoscenza del diffuso problema di stupro dentro le confraternite americane e imparai ad apprezzare quel discorsetto. Dopo sei mesi, grazie alle numerose feste a cui prendemmo parte, finimmo per memorizzarlo parola per parola.

A ventitré anni potevo vantare delle storie mai davvero iniziate e una tesi invece conclusa e pronta per essere approvata dal relatore. Nonostante la gioia per la prossima fine degli studi, sentivo di avere ancora molto da imparare. L’ultimo tipo con cui ero uscita aveva deciso, senza informarmi, di non continuare a sentirci; d’altro canto, in modo altrettanto maturo, io avevo scelto di bermi anche l’acqua del canale di Reno. Le mie amiche mi tenevano compagnia in un’encomiabile dimostrazione di lealtà, non che a loro servisse una scusa per ubriacarsi alle quattro del pomeriggio. Un ragazzo si avvicinò a noi per chiederci a cosa brindassimo con così tanta allegria; io risposi che ci stavamo laureando, sperando, con successo, che si sentisse in dovere di offrirci qualcosa per il lieto evento. Dopo qualche ora, avevo la sua lingua in bocca. Pensai che un limone per uno spritz fosse una giusta moneta di scambio; ero io a mettere le condizioni sul mio corpo questa volta, ed era un mio diritto anche venderlo, se ne avevo voglia. Ma non avevo fatto i conti con la mia autostima che, dopo l’ultimo rifiuto, era ai minimi storici.

Quando quello prese la mia mano e la guidò sul suo cazzo, non ci diedi troppa importanza; alla fine di spritz me ne aveva offerti due. Fu allora che mi ricordai delle cinque regole del consenso: revocabile, consapevole, entusiasta, continuo, verbale. Affiorarono senza bisogno che le chiamassi. Mi staccai bruscamente dal tizio e corsi in bagno, lasciandolo confuso. Le mie amiche mi tenevano i capelli mentre vomitavo con la testa dentro il cesso. Mi pareva di vederci girare un carosello: le palpate, Chatroulette, piazza Verdi, la canzone della casalinga, i Sober Bros, gli sguardi affamati, la California, i non si può più dire niente, Angela Davis, la motocicletta rossa. Ebbi un altro conato e sentii un nastro lunghissimo uscire dalla mia gola, come in un trucco di magia: la rabbia, la vergogna e il dolore, depositati anno dopo anno, prendevano forma a mano a mano che li espellevo dal mio stomaco. Quando finalmente smisi di rigettare, aprii gli occhi: non erano altro che una chiazza gialla di vomito.

Biografia

Chiara Gottardo è nata a Bassano del Grappa nel 1997 e vive a Parigi, dove lavora nel settore delle relazioni internazionali. Fin da bambina coltiva la passione per la scrittura, ma cinque anni di giurisprudenza, il lavoro, il climate change, le guerre e chi ne ha più ne metta avevano temporaneamente spento la sua vena creativa. Dopo un anno trascorso in Giordania per lavoro, la lontananza da casa l’ha riportata alla scrittura come mezzo per riconnettersi con le proprie radici. Attualmente frequenta un corso di scrittura presso Itaca Colonia Creativa e sta lavorando al suo primo romanzo. Nel frattempo, scrive e pubblica racconti; il primo di quello che spera essere una lunga serie è apparso sulla rivista Grande Kalma.


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